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News by Dire
28 Maggio 2010
ESCLUSIVO: ECCO IL CONTRATTO CHE DI PIETRO HA FATTO FIRMARE AI CANDIDATI DELLE REGIONALI
QUANDO SI TRATTA DI SOLDI TONINO NON SCHERZA
I consiglieri devono versare al partito 1500 euro al mese, ma chi non rispetta una delle tre clausole inserite, ne dovrà versare 3500, pagando una penale di 100.000 euro. E' stato firmato da tutti i candidati, con qualche eccezione, ma secondo diversi legali sarebbe un atto nullo. Il parere dell'avvocato F.Paola.

 

Il contratto che potete leggere qui per la prima volta (V. allegati a fondo pagina) è stato sottoposto dall'IdV ai candidati delle elezioni regionali 2010. Più che sottoposto sarebbe meglio dire imposto, perchè se qualcuno si fosse rifiutato di sottoscriverlo non sarebbe stato candidato. In alcune regioni, come la Campania, lo conferma il consigliere Eduardo Giordano, è stato imposto a tutti i candidati, in altre, come la Basilicata, dice un consigliere, solo a quelli ritenuti eleggibili. In Liguria, ad esempio, la ex consigliera Carmen Patrizia Muratore, e il consigliere Nicolò Scialfa ammettono di averlo firmato, così come Paola Giorgi nelle Marche, Marta Gazzarri in Toscana, Emilio De Masi in Calabria, Matteo Riva in Emilia-Romagna e Gabriele Sola in Lombardia. Finora l'unica eccezione è quella di Giulio Cavalli, l'attore "antimafia" eletto in Lombardia, al quale nessuno ha chiesto di firmare.
Leggendo il contratto colpisce subito l'astuta "finzione" giuridica che lo sorregge. In sostanza il partito non chiede esplicitamente e direttamente il versamento dei soldi al consigliere eletto, ma "finge" che il versamento sia la restituzione dei soldi che il partito ha dovuto anticipare per la campagna elettorale e per le spese fisse. Ora, è vero che il partito sostiene delle spese fisse ed elettorali, ma è anche vero che a queste spese dovrebbe già provvedere il lauto rimborso elettorale assegnato ai partiti in base alla legge del '99 (il più alto d'Europa). Inoltre, occorre considerare che sono gli stessi candidati che provvedono per conto proprio alle spese delle campagne, soprattutto nel caso delle regionali, e il partito al massimo e con qualche eccezione, vedi Giulio Cavalli in Lombardia che ha avuto un contributo di 10.000 euro, si limita a intervenire con qualche manifesto. Se ad esempio chiedete a qualsiasi candidato o ex candidato dell'Idv chi ha pagato la sua campagna elettorale, vi risponderà immancabilmente che se l'è pagata da solo e che anzi aspetta ancora da anni quei risarcimenti che il partito gli ha promesso e che molto probabilmente non avrà mai.
La "finzione", poi, si perfeziona ulteriormente laddove fa apparire la cifra dei 1500 euro da versare ogni mese come una riduzione rispetto ai 3500 che il consigliere avrebbe dovuto versare appena eletto senza aderire al gruppo IdV.
Un'ipotesi palesemente artificiosa perchè se un candidato sceglie un partito è naturale che poi aderisca al gruppo consiliare dello stesso. Questo artificio nasce, in tutta evidenza, dal fatto che chi impone il contratto non intende correre il rischio di apparire come chi coarta la naturale autonomia del consigliere eletto, vincolandone in qualche modo quel mandato la cui intangibilità è tutelata dall'art.67 della Costituzione, evocato al comma 3 dell'art.2.
In questo modo inoltre si stabilisce indirettamente e senza esplicitarla, la prima sanzione: ovvero, il consigliere che una volta eletto uscirà dal gruppo, magari per dissidi politici, dovrà versare automaticamente 3500 euro al mese anzichè 1500, perchè tornerà a quella condizione dalla quale era uscito grazie all'adesione al gruppo. A questo proposito è utile riportare quanto accaduto in Liguria. Muratore racconta che a lei e a Scialfa fu mostrata una prima versione in cui la finzione giuridica appena illustrata non c'era e si chiedeva direttamente di dare al partito 1500 euro al mese, oppure 3500. Una versione "hard" che la Muratore definì una "simpatica estorsione" al punto che il notaio genovese si rifiutò di autenticare le firme. Dopo qualche giorno a Muratore e agli altri fu proposta una nuova versione più soft che è poi quella definitiva.
Dulcis in fundo, la sanzione dei 100.000 euro, che viene irrogata a chi non ottempera ad una delle tre regole imposte: versare 1500 euro, dimettersi da consigliere se nominato assessore, lasciare eventuali cariche incompatibili. Sanzione che sarebbe stata ingiunta al primo transfuga, Giacomo Olivieri che in Puglia ha già abbandonato l'IdV.
Infine un'ultima notazione sul conto corrente indicato nel contratto: si tratta dello stesso conto della famosa associazione a tre, Di Pietro-Mazzoleni-Mura, che l'ex pm ha detto di aver sciolto nel gennaio 2009, ma che, almeno dal punto di vista bancario, sembrerebbe esistere ancora. Un aspetto che viene stigmatizzato dall'avvocato Francesco Paola, legale del "Cantiere" di Occhetto e Veltri e autore del ricorso che ha portato ad un decisivo risultato, l'ordinanza del Tribunale di Roma del luglio 2008, con la quale veniva riconosciuta la "doppiezza" e dunque l'alterità di Associazione e partito (mentre Di Pietro sosteneva fossero la stessa cosa) e dunque la natura "sostitutiva" dell'associazione rispetto al partito, l'unico soggetto che può per legge percepire i soldi del rimborso elettorale. L'avvocato Paola sostiene che questo contratto ha vari aspetti di nullità, uno dei quali per "illiceità della causa". "Non è possibile", sostiene Paola, "chiedere ad un consigliere di versare denaro al partito anche quando non appartiene più al gruppo, questo è lecito solo fino a quando il consigliere aderisce al partito. Inoltre", aggiunge Paola, "quel contratto configura una violazione di diritti costituzionali non disponibili insita nella predisposizione di operazioni negoziali che coartano la volontà degli eletti e patrimonializzano la carica. Le cariche elettorali infatti", continua il legale di Veltri, "vengono sostanzialmente monetizzate per cui il dissenso interno al partito 'si paga' in senso stretto e i circuiti viziosi che tutto ciò determina", argomenta l'avvocato Paola, "sono del tutto evidenti. Vi è poi una questione di fondo irrisolta e che riguarda tutti aderenti al partito e fuoriusciti. A chi vengono destinate quelle somme?" si chiede Paola, "Al partito o alla associazione a composizione ristretta che sembrerebbe titolare di quel conto corrente e chi li gestisce e come? Mi pare che al momento della sottoscrizione di tali contratti tale questione non è stata minimamente affrontata e sono domande", conclude l'avvocato Paola, "del tutto legittime". 


















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Commenti
destrista di fede 2010-09-29 16:32:25

Tonino farebbe bene a dire ai suoi seguaci ce fine hanno fatto 20milioni di euro del partito. ma quale partito?...tonino e partito, si deve solo vergognare, a rovinato l'Italia con le sue puttanate...

luca bergamaschi 2010-06-06 20:51:33

Il gentile mangano vittorio, così, con cognome prima del nome, è proprio degno del suo capobastone di pietro antonio.
Stessa allure nobile, stessa caratura intellettuale, medesimo amore per la forma e le buone maniere.
Andrò dove mi dice di andare, anche perché lo farò di gusto, pensando al destino che attente l'immarcescibile trattorista e i suoi biliosi seguaci forcaioli.
Mi stia bene, caro mangano antonio.

cazzo tosto 2010-06-06 00:02:58

Toninuccio... è 1 vekkio volpone:
la mercedes nn gli BASTA!!!
(mani pulite) & coscenza sporca!

mangano vittorio 2010-06-05 09:47:38

idioti che c'e' di male?ma andate a cagare con Mills e il mafioso di arcore

Pino-Modola 2010-05-29 12:22:47

Francamente non vedo lo scandalo.<br>Se qualcuno si mette in politica per fare soldi è logico che si secchi per la faccenda.<br>Vorrei ricordare che, per parecchi decenni, tutti gli eletti del secondo partito italiano versavano alle casse del partito stesso il 50% dei loro stipendi da pubblici amministratori o parlamentari. Mentre gli scrutatori e i presidenti di seggio alle elezioni versavano l'intero compenso al partito. E non mi risulta ci siano mai state urla allo scandalo o mancanza di "vocazioni".<br>Chi preferisce tenersi il suo lauto "stipendio" nella sua interezza, può sempre cercare di fare carriera in qualche partito con meno problemi economici. Vi si troverà meglio in tutti i sensi, e anche in buona compagnia. Questa, però, non è più politica.

Luigi-Villani 2010-05-29 11:26:08

Mi sembra un contratto commerciale come il francising (politico). Esiste il francising commerciale e non politico. Provo a dare una definizione del fraancising politico nutuandolo da quello commerciale. Abbiate pazienza ma non l'ho inventato io.<br>Il francising politico, infatti, è indicato per chi vuole avviare una attività politica ma non vuole partire da zero, e preferisce affiliare la propria immagine e carriera ad un marchio già affermato. Il franchising politico è infatti un accordo di collaborazione che vede da una parte un partito con una formula politica consolidata (affiliante politico, o franchisor politico) e dall'altra un candidato alla carriera politica (affiliato, o franchisee) che aderisce a questa formula.<br>Non sono d'accordo ma qualcuno la penza così. E' una buona formula imprenditoriale che permette il controllo del patrimonio di un partito e del partito stesso in modo assoluto. In barba all'art. 49 della Costituzione.

 

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