| Alberico Giostra 05 Gennaio 2011 |
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DI PIETRO E IL FALSO MOVIMENTO VERSO LA FIOM.
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Il suo partito, la sua diletta creatura, il frutto di tanti anni di privazioni e sacrifici, sta diventando per Antonio Di Pietro un incubo, una sorta di letto di Procuste, una vergine di Norimberga. Ogni volta che parla ormai c'è qualcuno che si alza e lo contraddice. Adesso persino il fido Massimo Donadi, l'impassibile capo dei deputati Idv con l'aria da severo maggiordomo inglese si è ribellato al suo "principale" dicendo chiaro e tondo che l'appoggio alla Fiom è "acritico" e dunque sbagliatissimo, e che l'accordo proposto da Marchionne a Mirafiori è "pesante" ma "accettabile". Ma ci troviamo davvero in presenza di un profondo disaccordo, di una lacerante divisione?
Intanto l'esternazione di Donadi non deve meravigliare. L'avvocato veneziano è un moderato, viene da Rinnovamento Italiano, il partitino di Lamberto Dini, l'ex premier che attualmente sta con Berlusconi e che di Berlusconi era stato ministro nel 1994, circostanza che non dovrebbe essere sfuggita all'attento Donadi quando si associò alla folta schiera dei seguaci di "Lambertow". Il capogruppo alla camera è inoltre il presidente del Folder, il Forum Liberal democratico per l'economia e le riforme, il cui direttore scientifico è Sandro Trento, l'ex responsabile del centro studi di Confindustria che per il "think thank" dei centristi dipietristi elabora corposi documenti dall'impostazione esplicitamente liberista. Trento è un convinto assertore della necessità di una rivoluzione liberale, propugna l'urgenza di privatizzare tutto il privatizzabile, di aumentare la concorrenza, di introdurre pù meritocrazia, di riformare la pubblica amministrazione e di ridurre la presenza dello stato nell'economia. Argomentazioni assolutamente legittime ma ampiamente rintracciabili anche nel programma del Pdl. Trento non ha affatto gradito l'appoggio di Di Pietro alla Fiom in occasione dello scontro sul contratto della Newco di Pomigliano d'Arco. Ma in quell'occasione sia lui che Donadi scelsero di tacere. Adesso no, hanno deciso di dire basta alla fuga verso sinistra di Di Pietro.
Normali dialettiche interne, direte voi, che c'è di male? Nulla ovviamente, ci mancherebbe che proprio noi che abbiamo sempre accusato l'Idv di essere un partito "bulgaro" e antidemocratico stigmatizzassimo questa divergenza. Gli aspetti da sottolineare sono infatti altri. La prima cosa da dire è che l'uscita critica verso Di Pietro da parte di Donadi non è stata controbilanciata da nessuno. Gli esponenti dell'Idv che vengono da sinistra come Maurizio Zipponi, Nicola Tranfaglia, Pancho Pardi, Fabio Evangelisti, Giulia Rodano, hanno taciuto. Non hanno detto a Donadi, "ma come ti permetti, la linea del presidente è giusta, noi dobbiamo stare con la Fiom". Luigi De Magistris ha espresso la sua posizione ma non ha rimbrottato Donadi. Immaginate invece se ad esplicitare un dissenso sulla linea dell'Idv fosse stato De Magistris da sinistra. Se ad esempio Di Pietro avesse appoggiato Marchionne anzichè Landini, e l'ex pm di Why Not l'avesse per questo apertamente criticato come ha appena fatto Donadi. Non facciamo fatica ad immaginare che sul temerario si sarebbe abbattuta una gragnuola di insulti, con pubbliche bastonature da parte dello stesso Donadi in compagnia dei vari Cimadoro, Borghesi, Mura, e Li Gotti.
Che cosa vogliamo dire? E' semplice, che i vertici del partito su questa cruciale vicenda della Fiat stanno tutti con Donadi e non con Di Pietro o De Magistris. Questo vuol dire che Di Pietro è in minoranza nel suo partito? No. Il punto è esattamente questo. Nonostante la divergenza insista su questioni essenziali, non c'è alcuna reale distanza tra Di Pietro e Donadi. A meno che non si reputi tale la discussione se partecipare o meno allo sciopero del 28 gennaio. Intanto sulla questione della rappresentanza la pensano allo stesso modo. Il liberale Donadi fa salvo senza problemi il diritto di tutti i sindacati, persino della barricadera Fiom, ad essere rappresentati. Un passo indietro su questo punto da parte di un borghese illuminato come lui non può esserci, verrebbero meno "i lumi" e la sua posizione coinciderebbe con quella della reazione berlusconiana. Inaccettabile.
Il punto infatti non è la rappresentanza. Anche la Cgil d'altra parte, o la Cisl e la Uil pensano che Marchionne sbagli a far fuori la Fiom. La questione dirimente è un'altra. Sono le spietate norme del nuovo contratto a fare la differenza. E' la disciplina di fabbrica imposta con il ricatto della delocalizzazione degli investimenti, sono le 10 ore di lavoro giornaliero, le 120 ore di straordinario comandabili unilateralmente dall'azienda, la drastica riduzione delle pause fisiologiche durante il turno, i primi due giorni di malattia non pagati in prossimità di festività, la pausa mensa a fine turno, il taglio delle retribuzioni per i neoassunti e la totale assenza di misure sanzionatorie a carico dell'azienda qualora decidesse di rinunciare a quegli investimenti promessi in cambio dell'accettazione dell'accordo. Questo è il punto decisivo, la palese volontà della Fiat di tornare a cupi scenari ottocenteschi, "manchesteriani", ovvero l'evidente peggioramento delle condizioni di lavoro in fabbrica.
La tanto sbandierata svolta di Marchionne si appoggia ad una strategia manageriale che di fronte ad una evidente contrazione della domanda, ad un calo della produttività, anzichè puntare come le altre case automobilistiche sull'innovazione di prodotto, sceglie solo la strada della compressione dei costi del lavoro che, è questa la più grave mistificazione, incidono secondo lo stesso Marchionne, solo il 7-8%. Purtroppo Di Pietro di queste cose non ha mai parlato. Ha parlato di violazione della costituzione, ha stigmatizzato che l'accordo lede il diritto di sciopero, ed è vero, e ha aggiunto significativamente che per stare dalla parte della Fiom in questo caso non c'è bisogno di essere comunisti, (avessi visto mai). "Noi difendiamo solo la costituzione", ha voluto tranquillizzare a scanso di equivoci, Tonino. Sulla nuova realtà della fabbrica però non ha detto nulla. Forse pensa in cuor suo che con questo accordo si stanano i finti malati e si combatte l'assenteismo? Forse pensa che in fondo per reggere la concorrenza degli asiatici l'unica strada è aumentare l'orario di lavoro e abbassare le paghe?
In sostanza a Di Pietro della vertenza Fiat interessa solo il lato formale, quello dell'esteriorità giuridica, quello liberal democratico, aspetti importanti senz'altro, ma che non penetrano nel cuore della questione. A Marchionne non interessa la costituzione, interessa la fabbrica, e per ottenere dalla fabbrica quello che intende ottenere, quello che gli operai americani della Chrysler gli hanno concesso, non si ferma davanti ai diritti sanciti dalla costituzione perchè li considera meri "formalismi" che riposano su una composizione del conflitto di classe ormai superata. La superiorità strategica di Marchionne rispetto ai "liberal" nostrani è che egli sa benissimo che la costituzione, le leggi, nient'altro sono che mere fotografie cangianti dei conflitti di classe e delle loro provvisorie risoluzioni e che queste leggi non possono accettare alcuna deroga al principio dello sfruttamento del lavoro salariato. Marchionne lo ha capito. I "liberal" nostrani no. Essi preferiscono fermarsi alla soglia di quel microcosmo "reclusivo" e concentrazionario che le fabbriche sono sempre state e che continuano ad essere, organismi che il capitalismo ha originariamente assimilato a prigioni. E che tali debbono restare.
Marchionne preme sull'acceleratore perchè sa che i "liberal" prima o poi dovranno fatalmente arrestarsi di fronte all'insuperabile constatazione della inevitabilità e necessità dello sfruttamento del lavoro salariato. Ecco perchè l'ad del Lingotto può riuscire in quella destrutturazione della costituzione che finora non è riuscita a Berlusconi. Perchè il cavaliere ha agitato argomenti meramente formali e "liberali" ed ha fallito. Marchionne è il duro ritorno alla realtà della produzione dopo anni di sbornie consumistiche, è il de profundis del chiacchiericcio sulla fine del lavoro e sul trionfo dell'immaterialità, la paccottiglia ideologica che in questi anni ha accompagnato l'egemonia del berlusconismo. Vi sono momenti storici in cui la realtà dello sfruttamento può essere ammorbidita a vantaggio dei lavoratori. Questa fase per l'Italia secondo Marchionne è finita. L'unica a contestarlo è la Fiom e Di Pietro dice di stare con la Fiom, ma non è così. Di Pietro sta con i "liberal", sta con Donadi nonostante le marginali differenze e per questo l'attuale vicinanza con Landini e le tute blu è una delle tante fate morgana disegnate dall'ex pm. E anche per questo per combattere davvero la pericolosa offensiva di Marchionne, il nuovo idolo della retriva borghesia italiana, l'uomo che può davvero sostituire Berlusconi nel cuore del padronato, è meglio non appoggiarsi a Di Pietro. Lui al massimo può vedersela con il suo alter ego Berlusconi. Una storia vecchia.
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| Alberico Giostra |
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La credibilità di un sito si misura anche con la propria larghezza di vedute. Ebbene per voi esiste solo una evidente CHIARISSIMA battaglia personale contro Di Pietro in difesa di tutti quelli che gli vanno contro.
State dimenticando che chi non condivide le idee del partito nel quale milita sceglie di andare dove trova coincidenza di idee. Questa è la normalità. La cosa diversa (De Magistris, Alfano e Cavalli) è invece pretendere di smantellare un partito nel momento di sua maggiore visibilità per prenderne il controllo alla faccia di quelli che lo hanno creato e fatto crescere.
Per il resto trovo il vostro modo di informare paragonabile ad una guerra personale e pertanto priva di qualsiasi credibilità visto che da nessuna parte è possibile leggere il pensiero della controparte.
Se pensate di fare informazione e giornalismo vi consiglio di cambiare mestiere!