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Alberico Giostra 03 Febbraio 2011
CARO BERSANI DUE PICCIONI CON UNA FAVA: MOLLI DI PIETRO E BATTI BERLUSCONI.

Tutti ricorderanno la reazione stizzita di Antonio Di Pietro appena D’Alema ha formulato la proposta di una “grosse koalition” da Fini a Vendola per battere Berlusconi. L’ex pm ha subito parlato disgustato di alleanza “contronatura” facendo capire che se era per lui neanche a parlarne. 

Tempo qualche giorno e, com’era prevedibile, il leader dell’Idv ha cambiato idea. Anzi non ha cambiato idea, perché per la verità parla ancora di unione contronatura, piuttosto ha cambiato atteggiamento, nel senso che, va bè, la coalizione di liberazione nazionale farà di sicuro schifo ma in fondo se si tratta di battere Berlusconi, ha detto, noi ci stiamo. 

Non era accaduta la stessa cosa quest’estate quando, dopo aver scartato inizialmente l’idea di un’alleanza con Fini, passato qualche giorno aveva aggiunto, “pur di battere Berlusconi anche con il diavolo”? Perché, vedete, il problema dell’ex eroe di mani pulite non è solo quello di cambiare idea da un giorno all’altro, ma è soprattutto quello di far seguire a delle idee così rapidamente cangianti dei comportamenti coerenti, il che è come fare centro su un bersaglio che qualcuno ti sposta continuamente. E in effetti nemmeno Tonino ci riesce. 

Nonostante voglia dare l’idea di essere tutto d’un pezzo, Di Pietro è la persona più condizionabile, frastornabile e per questo indecisa che esista. E’ talmente fragile e mutevole che qualunque persona diventa per lui una minaccia e una semplice richiesta si trasforma in un’assedio. Per questo tratta tutti con i suoi proverbiali modacci. Per difendersi. Ma nonostante voglia dare l'impressione di essere un baluardo autosufficiente, una "turris eburnea" dell'intransigenza, Di Pietro ha uno strenuo bisogno di alleati e interlocutori. Lui è fatto così, vuole stare con la piazza e con il palazzo, cercando di prendere i benefici di entrambe le posizioni. La sua tattica, perchè di strategie Di Pietro non ne possiede, è solo questa: sopravvivere sfruttando rendite di posizione e dando se possibile l'idea di essere in continuo movimento. Ma la stessa logica "movimentista" in mano all'ex pm appare subito strumentalizzata, piegata ad un sordido "do ut des" che ne immiserisce le istanze ideali anche perchè alla fine quello che emerge è il solito "movimentismo di palazzo".

Stavolta poi si sta muovendo in modo particolarmente febbrile. Pensando di farla come al solito franca, il politico che ha bazzicato i cancelli di Mirafiori e ha sposato le ragioni della Fiom, ha appena elogiato Tremonti e la sua politica economica e continua a trescare sotto banco con la Lega sul federalismo. Per le verità è Calderoli che sfruculia Tonino, consapevole della condizionabilità dell'ex pm e del fatto che l'Idv del Nord è tutto ferocemente federalista, con Cimadoro, Borghesi, Zamponi, De Toni e compagnia bella. Federalismo che dapprima Di Pietro ha votato e poi di colpo ha rinnegato per non restare isolato in braccio al Carroccio dopo il niet del Pd. Insomma l'ex pm si è accorto che se votava il federalismo come aveva con arroganza rivendicato di fare sin dall'inizio (non perchè ci credeva ma per tenersi buona l'ala nordista del partito) rischiava di salvare Berlusconi, trasformandosi lui stesso nello Scilipoti di turno. Davvero troppo anche per Tonino. 

L'altra cosa che accade in questi giorni è che Tonino come al solito quando si avvicinano le elezioni per paura di sentirsi tagliato fuori dagli alleati comincia l’opera di corteggiamento. E’ sempre andata così. Nel corso della legislatura Di Pietro spara a zero contro tutti e contro tutto, poi, quando vede che gli alleati lo stanno per mandare giustamente a quel paese, escludendolo dalle coalizioni, frena e mostra il suo volto “inciucione” e collaborativo. 

Stavolta poi a mettergli ansia c’è un sondaggio che vede la “Grosse koalition” dalemiana in vantaggio sul centrodestra anche senza l’Idv, che, pur emarginato, non riuscirebbe nemmeno a raschiare il fondo del barile del voto di protesta, aumentando i suoi suffragi di un punticino o poco più. Questo sondaggio avvalora la tesi che il Pd debba fare finalmente a meno di Di Pietro lasciandolo andare per la sua strada se almeno lui sapesse qual è. Una decisione che, come giustamente osserva Stefano Cappellini su “Il Riformista”, Bersani non ha ancora davvero fatta sua e che forse, aggiungiamo noi,  non avrà mai il coraggio di assumere. 

Quello che è certo è che il leader dell’Idv ha una fottuta paura di rimanere tagliato fuori dai giochi. Nell’eterno moto pendolare del dipietrismo tra la piazza e il palazzo, la rivolta e le riforme, il sempre più lacerato Tonino in realtà non sa che pesci pigliare e l’unica cosa che può ragionevolmente aspettarsi è che qualche alleato, magari uno di quelli che ha dileggiato con le sue spacconate fino al giorno prima, lo venga a salvare. 

In fondo è sempre andata così. In vista delle elezioni del 2004 non lo voleva nessuno, nemmeno i girotondini e furono Veltri, Occhetto e Sylos Labini a salvarlo dall’isolamento alleandosi insieme a lui. Tonino li ripagò con un calcio nel sedere tenendosi tutti i rimborsi elettorali. Poi arrivò Prodi e la pacchia fu di nuovo assicurata: collegi sicuri per i suoi fedelissimi e ministero garantito. Seguirono due anni di tradimenti, agguati, attacchi e contumelie contro il governo di centrosinistra e al momento del voto nel 2008 fu la volta di quel genio politico che risponde al nome di Veltroni, che, tutto preso dalla foga di liberarsi della sinistra e in barba alla cosiddetta vocazione maggioritaria del Pd, si apparentò con l’Idv salvandolo dalla tagliola del voto utile. A urne ancora calde, e messo al sicuro il bottino dei 43 parlamentari, Di Pietro stracciò immediatamente la promessa di costituire gruppi parlamentari unici e subito dopo si rifiutò di votare la candidata del centrosinistra alla vicepresidenza del Senato, Emma Bonino. E riprese dalle piazze a martellare il Pd riempiendolo di insulti ed elevando al cielo il suo raglio di guerra: “io sono l’unica opposizione”. Serve qualche altro esempio caro Bersani per convincerla che con Di Pietro è meglio lasciar perdere?

 

 

 

 

 

 

Alberico Giostra

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Commenti
dario 2011-02-03 13:52:50

Comunque vada la carriera politica di Di Pietro è al tramonto. E' del tutto evidente che B non potrà portare avanti a lungo la propria agonia e in un modo o nell'altro sarà costretto o a cedere il comando o ad andare a elezioni che pero' stavolta rischia veramente di non poter vincere. A quel punto pero' con un Berlusconi fuori combattimento il partito di tonino evaporerà come neve al sole.

Giuliano 2011-02-03 13:47:33

Meglio l'UDC dove c'era Cuffaro???

fiorenza 2011-02-03 13:06:07

condivido l'analisi.Se idv non trova un compagno di viaggio scompare e i militanti per metà democristiani e leghisti dentro e per metà ingenui e tendenzialmente di sinistra si rivolgeranno altrove.
Temo che tonino, per il suo passato di p.m. abbia armi ricattatorie verso i dirigenti del pd. E' solo una mia impressione e supposizione.Ma il tira e molla del pd alla viglia delle elezioni del 2008 mi fa supporre che il collante idv pd stia nelle vicende del compagno "G"....siamo sempre agli eventi di tangentopoli....e siamo sempre a questioni di soldi, di finanziamenti ai partiti e all'uso di questi da parte del gruppo di comando.

Carlo Cipriani 2011-02-03 09:08:04

...fuoriuscito da un partito 'indegno', nel senso di come è ed è stato gestito,
ma non rinnego nulla sui 15 anni di resistenza ad una dx, quella di silvio, che ha fatto vedere il lato più immorale della borghesia italiana, "il fotti la povera gente".
Senza di noi, non so come sarebbe andata.
Franceschini, ieri, dico dopo 16 anni, ha fatto la prima dichiarazione forte sulle 'dimissioni dovute' del presidente del consiglio, un coniglio mannaro! come tutto il pd nostrano.
Nichi? quel baciamano, alla Skull&Bones, di Kerry, ce lo poteva risparmiare! è andato a prendersi il 'pass'!

 

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