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La Redazione 18 Febbraio 2011
UNICOBAS: LA SERIETA' DI DI PIETRO.

Unicobas

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COMUNICATO STAMPA NAZIONALE 18.2.2011

LA SERIETÀ DI DI PIETRO: DUE DISEGNI DI LEGGE OPPOSTI NEI DUE RAMI DEL PARLAMENTO

 

L’Unicobas ha lavorato per anni con l’Italia dei Valori (il primo convegno organizzato con il partito risale a tempi non sospetti rispetto ai successi elettorali dell’IdV, prima delle penultime elezioni europee quando l’IDV era al 2,1%), sviluppando un’interlocuzione sulla questione scuola e su quella relativa alla democrazia sindacale, direttamente con il Presidente Antonio Di Pietro e vari parlamentari. 

LA SCUOLA. Il lavoro comune ha prodotto in primis una proposta di legge per un nuovo stato giuridico dei docenti e della scuola, recante il n.° 2442, presentato il 16 maggio 2009 d’iniziativa dell’On. Zazzera. Un disegno di legge accolto con grande speranza dalla categoria dei docenti e degli altri operatori della scuola, perché segna una vera e propria “svolta” dopo decenni di buio e disattenzione istituzionale, sindacale e politica. Il ddl è stato presentato anche al Senato, sottoscritto dai Senatori dell'Italia dei Valori Giambrone, Belisario, Caforio, Carlino, Di Nardo, Lannutti, Pardi, Pedica. La scuola è un comparto di circa un milione di persone, al quale afferiscono inoltre più di cinque milioni di studenti e le loro famiglie. Ricordiamo gli elementi principali del ddl: a) un contratto fuori dal pubblico impiego per la scuola (insegnanti e non); b) creazione del Consiglio Superiore della docenza (ambito deontologico e disciplinare); c) ruolo unico docente; d) elettività dei presidi; e) anno sabatico d'aggiornamento; f) rilancio della democrazia partecipata nella scuola e degli Organi Collegiali. Una seria politica scolastica deve partire dalla valorizzazione della professionalità. Il ddl verte proprio sull’individuazione di un’area contrattuale per il comparto scuola non interna al pubblico impiego, organizzata sullo specifico del settore. Tutti sanno che la funzione docente si esercita unicamente nella Scuola e nell’Università, non è generico impiego pubblico, bensì una professione specialissima tutelata dalla Costituzione attraverso l’istituto della libertà d’insegnamento (art. 33). Le nostre non sono boutades ideologiche: non sono proposte di “destra, centro o sinistra”, bensì di senso comune: in nessun paese del mondo gli stipendi per la scuola sono vincolati a quelli del pubblico impiego, nessuno ha eliminato il ruolo docente trasformandolo, come in Italia, in incarico a tempo indeterminato, né eliminato gli scatti d’anzianità (in Svizzera, dove non esistono per nessuno, sono previsti solo per i docenti, e sono annuali).

Alla presentazione di questo ddl sono seguite decine di interrogazioni e question-time puntuali, tutte suggerite dal sindacato con il massimo della serietà e della competenza, con un indubbio ritorno di credibilità per il partito. Dal mese di luglio 2010 due insegnanti dell’Unicobas hanno contribuito direttamente alla formazione del Dipartimento Scuola dell’Italia dei Valori.

Sulla riforma dello stato giuridico della scuola l’IdV prese un preciso impegno.

MA IL DIPARTIMENTO LAVORO DELL’IDV MIRA A TUTT’ALTRO E CONTRADDICE IL DDL PRESENTATO DALLA STESSA IDV. Abbiamo registrato elementi di forte contraddizione in frequenti dichiarazioni del responsabile nazionale del Dipartimento Lavoro dell’IdV, On. Maurizio Zipponi, ben riassunte in un’intervista rilasciata a “Il fatto quotidiano” (13.10.2010), ove già dall’ottobre scorso lo stesso propone una posizione politica diametralmente opposta. Nell’ambito di un discorso generale sul mondo del lavoro, leggiamo (testualmente): On. Zipponi: “Soltanto quattro grandi aree contrattuali, servizi, industria, artigianato e pubblico impiego”.

Non si può non vedere l’aperto contrasto con il ddl n.° 2442 presentato da IdV, che già nel titolo richiama una direzione diametralmente opposta: “Norme per l’istituzione di un’area contrattuale specifica per il comparto della scuola, nonché del Consiglio superiore della docenza, e altre disposizioni in materia di organizzazione scolastica”.

Una previsione come quella auspicata dall’On. Zipponi risulterebbe persino peggiorativa della situazione esistente, nella quale, pur dentro il “calderone” del cosiddetto “pubblico impiego”, (ancorché sottoposti alle medesime regole) esistono comparti di contrattazione separati (Sanità, Stato, Enti Locali, etc.), fra i quali il comparto Scuola. Inoltre, i docenti universitari (come magistrati, militari di carriera ed altri) hanno oggi un assetto normativo del tutto estraneo al pubblico impiego (ed alle norme che lo definiscono), ed una previsione così massiva ed omologante non potrà mai risultare gradita neppure al mondo accademico. Tantomeno a quello della giustizia.

IL DISEGNO DI LEGGE SULLA RAPPRESENTANZA SINDACALE. Come premesso, è stato prodotto e presentato anche un disegno di legge sulla democrazia sindacale. Fatto almeno altrettanto importante in un Paese ove, a fronte della crisi generale delle Confederazioni tradizionali, la rilevazione della rappresentanza è fissata da norme indegne di uno stato di diritto, in una astrusa quanto rigida meccanica atta a garantire millimetricamente un regime monopolistico in capo alle burocrazie degli elefantiaci sindacati firmatari di contratti mai sottoposti a verifica della base. Si tratta della proposta di legge n. 2382, presentata il 16 aprile 2009 alla Camera per iniziativa dei Deputati: Zazzera, Borghesi, Di Giuseppe, Favia, Messina. Il fulcro della questione riguarda l'istituzione di consultazioni elettorali nazionali per stabilire la rappresentatività delle organizzazioni sindacali, unico criterio di democrazia compiuta e liberale possibile, a fronte invece di una legge come quella vigente che prevede unicamente consultazioni locali dalle quali desumere la maggior rappresentatività nazionale. Va da sé che meno liste si presentano, meno voti si prendono.

MA IL DIPARTIMENTO LAVORO DELL’IDV MIRA A TUTT’ALTRO E L’IDV PRESENTA AL SENATO UNA PROPOSTA DI LEGGE OPPOSTA. Infatti il progetto di legge presentato dalla Senatrice Giuliana Carlino, Capogruppo per il partito presso la Commissione Lavoro del Senato, suggerito dalla FIOM-CGIL, non risulta essere che poco più della "fotocopia" della legge sulla rappresentanza sindacale vigente per il pubblico impiego, elevata a legge generale (valida quindi anche per il settore privato). L’operazione fa sempre capo a Zipponi, “testa di ponte” della FIOM-CGIL nel partito. Questo ddl introduce di nuovo e positivo (come già chiedeva l’Unicobas nel suo ddl) solo lo strumento del referendum per validare i contratti (e questa proposta di legge è oggi caldeggiata anche dalla Camusso). Cicero pro domo sua, potremmo dire, visto quanto sta succedendo appunto alla Fiat. Proprio la FIOM, contro la quale oggi si scatena la nemesi di norme dalla stessa apprezzate sino a ieri, insiste su di un meccanismo iniquo perché pensa di non doverne fare le spese in futuro come invece sta succedendo proprio in queste ore sulla questione della firma dei contratti! Infatti chi, se non la FIOM stessa, potrebbe impugnare la validità di un contratto tramite l’indizione di un referendum, visto che alle altre sigle è interdetto persino il diritto d’assemblea? È proprio sicura la “democratica” dirigenza dei metalmeccanici CGIL che un giorno non così lontano non le capiterà un’esclusione radicale dai diritti sindacali come succede quotidianamente dal 1997 (data d’approvazione della legge truffa, votata all’epoca anche da Vendola e Rifondazione Comunista) al sindacalismo di base?

In questo ddl non si prevedono elezioni nazionali, perpetuando così un perverso meccanismo di democrazia solo formale, che impedisce alle organizzazioni sindacali di base di nuova istituzione di concorrere per la rappresentanza sindacale. E si ricorda che queste elezioni decidono della fruizione dei diritti, dal più elementare al più complesso anche a livello decentrato. Diritti totalmente negati alle OOSS non "maggiormente rappresentative", da quello di indire assemblee in orario di servizio, alla singola ora di permesso per perseguire i propri fini statutari. Diritti totalmente negati anche se l'organizzazione risulta "maggiormente rappresentativa" sul piano regionale, provinciale o di singola unità produttiva (alla faccia del "federalismo"). Come già detto, sarebbe come se i partiti, in occasione delle elezioni politiche, potessero presentare le proprie liste unicamente in ogni singolo seggio elettorale, trovandovi anche i propri candidati, ma senza poter avvicinare i cittadini perché ogni diritto di fare propaganda sarebbe negato loro sino a che non entrano in parlamento (indipendentemente anche dal peso locale): quanti partiti resterebbero? Riuscirebbe l'IdV a sopravvivere con una norma del genere, che richiede oltretutto il 5% di media fra la percentuale dei voti ottenuti e quella degli iscritti a tutti i partiti (per i sindacati tale media la si richiede sul totale dei sindacalizzati)?

Ed anche qualora un sindacato di nuova istituzione raggiungesse, con tali norme aberranti, persino l'8% dei voti (il doppio dell’UDC!) non verrebbe calcolato nulla se gli manca il 2% dei sindacalizzati. Oggi l’Unicobas non viene convocato a nessuna trattativa decentrata, così come non gode di franchigia o diritto alcuno, anche se a livello locale ha raggiunto (come nel caso del Lazio o della Toscana) il 10 o il 15% dei voti nelle elezioni RSU ed ha altrettanto in termini di deleghe espresse dai lavoratori con trattenute alla fonte, mentre alle OOSS tradizionali viene riservato il diritto di presentarsi alle trattative su tutti gli accordi decentrati, dalla singola scuola o unità produttiva al piano regionale, anche se non hanno preso neppure un voto. Semplicemente perché hanno ottenuto in cinquanta anni di esistenza il 10% delle deleghe, espresse da una percentuale pari al 35% del totale dei lavoratori, i quali invece si recano alle urne nella misura del 70%! Raggiungere una percentuale del 10% dei voti significa quindi ottenere una rappresentatività doppia rispetto a quella raggiunta in cinquanta anni con la raccolta delle deleghe. Ma un successo elettorale di questo tipo è praticamente impossibile, stante la regola delle elezioni effettuate esclusivamente su base locale, senza poter raggiungere i lavoratori né poter fare campagna elettorale. Elezioni dirette su lista nazionale servirebbero molto anche agli iscritti CGIL, CISL e UIL, che potrebbero decidere direttamente chi inviare alle trattative nazionali (oggi cosa di competenza esclusiva delle burocrazie sindacali come per le candidature in politica). A proposito delle soglie d’accesso ai diritti, il mondo dei partiti ha invece fissato il tetto per raggiungere il parlamento solo nel 4% e con l’1% raggranellano comunque i fondi del finanziamento pubblico

Dulcis in fundo, le norme impongono l’appartenenza al CNEL per poter operare iscrizioni fra i pensionati. In tal modo CGIL, CISL, UIL (e sindacati poco rappresentativi come UGL, CISAL e CONFSAL), solo perché introdotte nel CNEL dai loro partiti di riferimento, hanno il monopolio del personale in quiescenza che rappresenta più del 50% dei loro iscritti. Io stesso, in qualità di segretario nazionale dell’Unicobas, al termine dell’attività lavorativa, non potrò iscrivermi al mio sindacato. Una norma che equipara l’Italia all’Egitto di Mubarak. E la chiamano democrazia! Anche questa vergogna sarebbe stata cassata con il nostro ddl, ma non certo con quello voluto da Zipponi, che si pregia di essere responsabile del Dipartimento Lavoro dell’IDV.

Posto in un incontro diretto con Di Pietro il problema di un partito schizofrenico con la buffonata di due disegni di legge opposti nei due rami del Parlamento abbiamo ottenuto solo chiacchiere. A parole ci ha dato ragione, promettendo da metà gennaio un incontro con Zipponi per dirimere la questione. L’incontro non c’è mai stato. Questa è la serietà politica dell’Italia dei Valori. Quanti hanno creduto in un cambiamento nel settore della democrazia sindacale e in quello della condizione dei docenti e della libertà di insegnamento debbono sapere che con l’Idv non è possibile costruire nulla.                                  

 

La Redazione

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