Il Tribuno
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News by Dire
09 Aprile 2011
SILVANA MURA QUERELATA PER FALSA TESTIMONIANZA.
LA DENUNCIA E' STATA PRESENTATA DA MAURIZIO BARDI, CONDANNATO A RISARCIRE CON 500.000 EURO ANTONIO DI PIETRO PER I PRESUNTI DANNI DOVUTI ALLA CHIUSURA DI UN DOMINIO INTERNET. SECONDO L'EDITORE TOSCANO LA TESORIERA IDV HA DICHIARATO CHE IL PARTITO E' STATO COSTRETTO AD APRIRE IN FRETTA E FURIA DUE DOMINI DOPO LA CHIUSURA DI QUELLO DI PROPRIETA' DI BARDI. IN REALTA' I DUE SITI ESISTEVANO DA ANNI E DI PIETRO NE ERA ENTRATO IN POSSESSO SEI MESI PRIMA. NON A CASO LA CORTE D'APPELLO DI GENOVA HA CONCESSO A BARDI LA SOSPENSIONE PARZIALE DELLA SENTENZA.
Occupandosi di questa incredibile vicenda, Il tribuno.com si è anche accorto che l'Idv nel 2002 ha assegnato il lavoro, fin lì svolto gratuitamente dall'editore pontremolese, ad un'azienda di Lucera il cui titolare nel 1999 era stato coinvolto in una brutta storia di camorra. Era entrato in affari con il clan dei casalesi in un'azienda di trasformazione di prodotti agricoli in provincia di Caserta, poi sequestrata dalla Guardia di Finanza. Silvana Mura non lo sapeva?

Silvana Mura è stata querelata per falsa testimonianza. A denunciarla il 23 marzo scorso è stato Maurizio Bardi, l’editore pontremolese che il 3 dicembre 2010 è stato condannato dal tribunale della sua città a risarcire Di Pietro con la mirabolante cifra di 500.000 euro per aver egli chiuso il dominio “antonio di pietro.org”. Il dominio, lo ricordiamo, era stato registrato negli Usa da Bardi a suo nome prima ancora di essere entrato in contatto con l’ex eroe di mani pulite. Dopo essere stato responsabile per due anni dei siti internet del partito, a titolo gratuito, nonché dirigente nazionale dell’Idv, l’editore pontremolese è stato da un giorno all’altro sollevato dal suo incarico, e quindi espulso, solo per aver rivolto delle critiche a Di Pietro e alla Mura. 

In seguito a questa prepotenza, assai frequente, bisogna dire, in Idv, Bardi si è risolto a chiudere il dominio telematico in questione e per questo motivo, secondo il giudice, avrebbe arrecato un grave danno ad Antonio Di Pietro. Nel corso del procedimento civile, la Mura, citata come testimone dall’avvocato di Di Pietro, Felice Belisario, rilasciava una testimonianza volta naturalmente a sottolineare i danni che Bardi avrebbe arrecato al suo partito e nel far questo sosteneva che, per ovviare all’improvvisa chiusura del dominio “antoniodipietro.org”, in data 14 febbraio 2003, il partito aveva dovuto registrare i domini  “antoniodipietro.it” e “italiadeivalori.it”. 

Secondo Bardi questa circostanza è falsa. Quei domini, infatti, erano stati da lui registrati su incarico dello stesso Di Pietro rispettivamente in data, 21 dicembre 2000 e 24 luglio 2002 e quindi erano già nella disponibilità dell'ex pm e del partito. Di questa sua affermazione Bardi ha prodotto prova documentale. Dunque il partito e Di Pietro, se avessero voluto, avrebbero potuto tranquillamente compensare la chiusura del dominio “antoniodipietro.org” ricorrendo agli altri due appena citati. Bardi peraltro rivela di aver avvertito sin dal luglio del 2002 Di Pietro e gli altri che aveva intenzione di chiudere il dominio in suo possesso e di aver persino inviato le password di accesso ai siti alla persona individuata da Di Pietro come nuova responsabile, ovvero Angela Zeoli. Non basta: Bardi aveva addirittura consegnato le password di accesso al sito “antoniodipietro.org”, proprio per evitare problemi operativi al partito. 

Quindi l’ex eroe di mani pulite avrebbe avuto tutto il tempo per trasferire le attività del sito curato da Bardi dal dominio “antoniodipietro.org” agli altri siti. E così infatti accadde. Se solo il giudice di primo grado avesse consentito l’ascolto dei testimoni indicati dai legali dell’editore toscano questa circostanza sarebbe pacificamente emersa. Inoltre, sempre secondo la denuncia di Bardi, la Mura ha falsamente attestato che Di Pietro riceveva sulle caselle di “antoniodipietro.org”, “migliaia di mail ogni giorno”, e che quindi, in seguito alla chiusura del dominio, questa corrispondenza sarebbe andata perduta. In realtà, la stessa difesa dell’ex pm in un documento parla di un numero di mail che variavano da un minimo di 24 ad un massimo di 104 al giorno. 

C'è poi la questione dei manifesti elettorali. Bardi sostiene che la Mura abbia mentito sul fatto che Di Pietro sia stato costretto nel 2003 a ristampare tutti i manifesti elettorali che riportavano la dicitura “antoniodipietro.org” visto che in quell’anno, ha detto, si votava solo in Val d’Aosta e che dunque, se anche fosse vero che ha dovuto ristampare i manifesti, la spesa sarebbe stata irrisoria. In realtà nel 2003 si votò in 2 regioni, 12 province  e 433 comuni, ma si votò il 25 e 26 maggio e dunque appare poco credibile che il 14 febbraio i manifesti fossero già stati stampati. In casi del genere poi, ammesso e non concesso che i manifesti fossero davvero già pronti, di solito si rimedia applicando sul materiale stampato una fascetta con la dicitura corretta. Si chiede il legale di Bardi: perché Di Pietro non ha prodotto le fatture della tipografia? 

A questo punto occorre chiedersi: quelle della Mura sono semplici inesattezze o fanno parte di una consapevole strategia falsificatrice? Se è solo una defaillance della memoria della tesoriera Idv, perché allora anche una segretaria della sede nazionale Idv di Busto Arsizio ha testimoniato a Pontremoli la stessa circostanza di quei domini aperti in fretta e furia nel 2003 quando questi esistevano già da tempo? Intanto i giudici della corte d’appello civile di Genova hanno accettato in parte la richiesta dei legali di Bardi di sospendere l’esecutività della sentenza di primo grado emessa dal tribunale di Pontremoli e hanno ridotto provvisoriamente il risarcimento che spetta a Di Pietro a 180.000 euro. Per Bardi, che ha reiterato ai giudici la domanda sul perché debba risarcire Di Pietro se i danni li ha subiti il partito, comunque è una buona notizia.

C’è poi un'altra vicenda legata a questa storia del sito dell’Idv. Subito dopo la rottura dei rapporti con Maurizio Bardi, ovvero dall’agosto 2002, Silvana Mura si rivolgeva ad una piccola azienda informatica di Lucera, la “IsNet”. Titolare di questo piccolo provider e maintainer, attualmente in liquidazione, era un imprenditore del posto, Mario Rossi. Nel 1999 Rossi è incappato in una brutta storia di camorra. Entrato in contatto qualche anno prima con esponenti del clan dei casalesi, fu nominato amministratore unico di un’azienda di trasformazione di prodotti agricoli di Pietramelara (Ce), la “Pomital s.r.l.” nella disponibilità del gruppo criminale. Rossi ricevette dai camorristi dei quali ha parlato il pentito Carmine Schiavone, il 30% della società. 

Pensando di impadronirsi dell’azienda, vi investì successivamente 2 miliardi di lire sottratti dalle casse dell’azienda agricola di famiglia, mettendo a garanzia dello scoperto della “Pomital” un libretto al portatore intestato a suo nome e dove aveva versato i 2 miliardi. E poco dopo, coinvolgendo in questo caso anche due fratelli, vi impegnò altri 600 milioni circa. Purtroppo per lui il 18 gennaio ‘99 la guardia di finanza di Caserta, nell’ambito di un’inchiesta sulle truffe all’Aima, sequestrava beni per 30 miliardi di lire e tra questi la “Pomital” e altri cespiti intestati allo stesso Rossi. La “Pomital” pur gestita dal pericoloso clan camorristico, era riuscita ad avere finanziamenti europei grazie ad alcuni funzionari della Regione Campania poi finiti in carcere. I rapporti di lavoro tra la Mura e Mario Rossi sono durati fino al 2009, quando la "IsNet", la cui sede a Lucera era a casa dello stesso Rossi, è stata messa in liquidazione. Rossi è stato anche indicato da Di Pietro e dai suoi legali come testimone nella causa Bardi. Nel 2009, secondo quanto riferisce uno dei suoi fratelli, ha riportato una condanna di primo grado per aver minacciato un altro fratello.  

Altro particolare: anche Mario Rossi ha citato in giudizio Maurizio Bardi. Lo ha fatto nel 2003, dunque subito dopo la rottura tra lo stesso editore pontremolese e Di Pietro. L’imprenditore foggiano ha chiesto a Bardi 50 mila euro per i lavori che avrebbe svolto per l’Idv, sostenendo che a pagare dovesse essere lui e non il partito. Una tesi che certo non era sgradita all’Idv. Rossi sostenne in quell’occasione che il lavoro della IsNet era consistito non solo nel fornire l’hostings (del valore commerciale di 2 mila euro al massimo) ma anche in quello di redigere i contenuti del sito, compito che invece era notoriamente svolto da Bardi. Da qui la cifra richiesta così al di là del verosimile. 

Per provare che la circostanza riferita da Mario Rossi era falsa, Bardi indicò come testimone Antonio Di Pietro. L'editore toscano era certo che un ex magistrato intransigente come il leader Idv non avrebbe potuto che confermare una verità nota a tutti, ovvero che il solo Bardi era l’autore dei contenuti dei siti telematici dell’Idv. Ebbene Di Pietro non si è mai presentato alle udienze di quella causa civile incardinata a Foggia. Quando un avvocato milanese su incarico di Bardi cercò di far rilasciare a Di Pietro almeno una testimonianza scritta su procura, l’ex pm scrisse a Bardi le seguenti parole: “sarà meglio che lasciamo perdere se non vogliamo farci del male”. E non rilasciò la testimonianza. Il procedimento civile si è poi estinto con la messa in liquidazione della “IsNet” di Mario Rossi, l’ex socio in affari del clan dei casalesi.    


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Commenti
Giuseppe Criseo 2011-04-12 01:03:18

http://www.controinformazione.org/2011/04/la-posizione-di-ichino-e-la-nostra-come-sindacato-sel/

amen 2011-04-10 17:10:33

Non mi risulta che la querela per falsa testimonianza si configuri come procedimento civile... stiamo parlando di PENALE caro il mio elefante.

Biagio Elefante 2011-04-10 17:04:52

Naturalmente in questioni civilistiche come queste, correlate a giudizi civili, dove pretese, dichiarazioni e mezzi di prova sono sempre soggettivi, voi.....sentite e riportate solo quelle di una parte...!

amen 2011-04-10 13:31:41

Che sia la volta buona che la mettono in galera?

 

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