Il Tribuno
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"Il nostro Presidente non vuole dei leccapiedi. Ciò che vogliamo sono uomini indipendenti e integri che, una volta che avremo preso le nostre decisioni, concorderanno con ognuna di esse". Joseph Heller, "Gold" (1979)
 
News by Dire
26 Giugno 2011
L'AUTOCRITICA DI LUIGI LI GOTTI. "IL 15 MAGGIO ABBIAMO PERSO PERCHE' SIAMO DIVISI E NON ABBIAMO UNA VERA CLASSE DIRIGENTE".
PUBBLICHIAMO L'INTERVENTO DEL SENATORE ALL'ESECUTIVO DEL 6 GIUGNO. IL PENALISTA CALABRESE RICONOSCE I MERITI DI DE MAGISTRIS E PERSINO DI ESSERSI SBAGLIATO SU DI LUI. POI AMMETTE CHE IL PARTITO E' LACERATO DA RISSE E LOTTE INTESTINE E CHE I VINCITORI DEI CONGRESSI HANNO SCHIACCIATO LE MINORANZE DANNEGGIANDO IL PARTITO. PECCATO CHE QUANDO QUESTE COSE LE SCRIVEVA IL TRIBUNO.COM ERAVAMO PAGATI DA BERLUSCONI.
Uno dei più autorevoli esponenti della destra dell'Idv mostra ancora una volta di essere una persona intellettualmente onesta e soprattutto di non essere un servo sciocco di Di Pietro. Le sue parole sugli errori madornali di chi ha voluto schiacciare il dissenso in periferia legittimando una gestione autoreferenziale del partito, sono la conferma della giustezza delle critiche del nostro sito e soprattutto suonano come un de profundis del mito dell'ex pm come leader carismatico che risolve ogni conflitto interno. Il limite politico di Li Gotti tuttavia è lo stesso di sempre: qualsiasi analisi dei vizi dell'Idv si ferma davanti al tabù Di Pietro. Anche Li Gotti insomma non capisce o fa finta di non capire che l'origine dei problemi che lui indica non può che nascere dalla figura stessa e dalla personalità politica del rais molisano.

ESECUTIVO, 6 GIUGNO 2011


1. Il risultato elettorale di Napoli costituisce una pagina alta della storia dell'IDV. La candidatura di Luigi De Magistris, e' stata una felice intuizione.

Devo riconoscere che quando venne annunciata, con scelta esterna alla coalizione di centrosinistra, la giudicai un azzardo contrario allo spirito della costruzione dell'alleanza di coalizione. Pensavo che avremmo avuto un buon risultato, escludendo che si potesse arrivare al ballottaggio.

I fatti dimostrano che la decisione e' stata positiva. Peraltro deve dirsi che Luigi De Magistris ha impostato, e portato a conclusione, una campagna elettorale molto intelligente, smarcandosi dalle etichette partitiche e cogliendo la storica peculiarità dell'elettorato napoletano (con accentuazione determinata dall'annoso disastro ambientale), parlando, come da lui stesso acutamente sottolineato, al cuore, alla pancia e al cervello dei napoletani. Il successo di Luigi De Magistris, costituisce (nella proiezione del dato  nazionale) quell'elemento che consente di parlare di sconfitta di Berlusconi. Se a Napoli, non avesse vinto De Magistris, mediaticamente sarebbe stato un pareggio.

Quindi la vittoria e' stata di straordinaria importanza per lo scenario politico nazionale. Ciò detto, non ritengo che Napoli sia diventato un laboratorio politico e rappresenti la nascita qualificata (trattandosi della terza città d'Italia) di una nuova politica esportabile nel resto del paese. La peculiarità della situazione di Napoli e dell'elettorato napoletano, non consente di pensarla, a mio avviso, diversamente


2. E' ragionevole considerare che le elezioni comunali e provinciali, con un vistoso proliferare di liste civiche e candidati, sono le meno indicate per apprezzare il peso politico nazionale dell'IDV.

Il caso di Bologna, ove e' possibile fare un confronto ravvicinato con le precedenti amministrative, e' caratterizzato dalla esplosione di Grillo che, con il 10%, ha intercettato ovviamente anche una parte di quell'elettorato che ci aveva votato alle amministrative precedenti.

Pur considerando la particolarità delle elezioni amministrative penalizzanti per un partito d'opinione come il nostro, non possiamo affatto considerare positivo l'esito elettorale. Dobbiamo registrare dei picchi in negativo assolutamente non spiegabili con una crisi politica dell'IDV. Non e' spiegabile, ad esempio, che a Catanzaro si sia passati dal 17% delle europee allo 0,7 delle comunali. Il problema non e' politico.


Evidentemente, in moltissime realtà locali, non siamo riusciti a presentarsi come affidabili potenziali amministratori. Troppe liti sul territorio, troppe divisioni, troppi rancorosi distacchi, troppi antagonismi intestinitroppa rivalità. La classe dirigente congressualmente vincente, ha spesso mortificato i perdenti e, questi, non hanno riconosciuto la rappresentatività dei vincenti. Siamo ammalati di autoreferenzialità.

E' sbagliato che dal centro si ritenga la divisione un fatto periferico ammortizzabile. Infatti ogni "periferia", per se stessa, e' il centro e se, in cento periferie si litiga, l'inaffidabilità che si trasmette all'elettorato e' scontata con effetti moltiplicatori.


Dobbiamo uscire dalla rissosità diffusa sul territorio che, consequenzialmente, ricade nel tipo di elezione, laddove scendono o non scendono in campo, proprio i litiganti.

Non dovendosi esprimere un voto per candidati esterni al localismo, i litiganti perdenti nella fase congressuale e di rappresentanza del partito, tendono a non votare il proprio avversario internoaugurandosene la sconfitta per spirito di rivalsa.

Se proprio non si giunge all'aperta ostilità, c'e' il disinteresse e il disimpegno, sicché le potenzialità si assottigliano e diventa difficile proporsi all'elettorato in termini di affidabilità e di politica sana e diversa.

I focolai di litigiosità sono tanti e troppi.


3. Il Partito soffre le divisioni interne locali. Bisogna porvi rimedio anche attraverso la contrazione delle modalità di selezione congressuale della classe dirigente, perché al nostro interno spesso non sappiamo vincere e non sappiamo perdere.

Sono convinto che si sia commesso l'errore d'aver selezionato democraticamente il ceto dirigente con assemblee congressuali composte a ridosso di una marcata campagna di tesseramento e, quindi, con platee congressuali profondamente innovate, con spazio  alle deleterie pratiche della partitocrazia.

Il commissariamento, se fatto con oculatezza e autorevolezza, penso possa essere la strada per stemperare le tensioni e rivitalizzare le realtà esistenti, sottraendogli la materia della contrapposizione.

Deve cessare la deleteria mentalità di considerare la propria funzione, un potere. Piccolo o grande.

Non e' accettabile che la nostra idealità, il nostro pane quotidiano, diventi evanescente dinanzi al miraggio del potere.

E', poi, assolutamente imprescindibile, pena la nostra consunzione, NON trasmettere la falsa impressione della coesistenza di due IDV.

C'è una sola IDV che rispetta ruoli,compiti, regole e rappresentanza.


4. Dobbiamo proseguire lungo la strada dell'accreditamento, quale forza politica responsabile e di governo.

Dobbiamo coltivare i temi di interesse della società, senza apparire neofiti improvvisati con grottesche ricopiature, nell'ottica bipolare e, quindi, volta a costruire la coalizione per il governo del paese.

Alla base della nostra collocazione, c'e' il richiamo forte e convinto di riconoscersi nei valori fondanti della nostra Costituzione.


Non e' vero che ciò costituirebbe un carattere di genericità, perché nei valori fondamentali della Costituzione, non tutti si ritrovano e non tutti allo stesso modo. Tradizione, modernità, concretezza, etica, solidarietà, liberismo ragionato in una visione sociale, riformismo, costituiscono ampi spazi politici entro cui operare con una dimensione postideologica, ma non antideologica.


Le idee e gli ideali non hanno mai fatto male maal contrario, hanno arricchito l'uomo, creandogli lo spazio della riflessione, tanto spesso mancante nell'ansioso modernismo pragmatico, ove pensiero e parola o sono immediata ed efficace comunicazione oppure non sono e basta.

Il ragionamento e' quasi del tutto sparito nell'agire politico quotidiano. Se il ragionare a voce alta e' un lusso per la politica,cui e' imposta la tempistica sul modello dello spot pubblicitario, non così è per l'elaborazione: essa serve perché è l'unico presupposto che consente, poi, la traduzione veloce e sintetica, del pensiero politico.


Ritengo che nel nostro Partito non ci sia adeguata elaborazione con sintesi condivisa, attraverso le fasi della riflessione, elaborazione, analisi e discussione. Tale deficit si avverte di più, per effetto della opportuna scelta di nostro intervento politico sul ventaglio dei temi e dei problemi della società.

Il deficit riguarda anche il nostro strumento di comunicazione, di cui si coglie una volenterosa gestione e impostazione ma, al contempo, una grande confusione: una sorta di guscio chiuso con limitatezza di offerta.

Non sono uno specialista della comunicazione ma un fruitore e parlo da fruitore, avvertendo la mancanza o l'inefficacia dello strumento comunicativo, spesso apparendo un bazar con una babele di lingue alla rinfusa, non selettivo e non stimolante verso i temi.


L'essere un partito per il governo del paesecomporta più riflessionepiù analisi, più elaborazione, più discussione, migliore comunicazione ottimizzando quella di cui disponiamo.

Se gli altri non ci aiutano a fare ciò, neanche noi ci aiutiamo.

Noi siamo come la gestione pubblica dell'acqua: dispersiva. Il nostro cento alla sorgente, diventa dieci alla distribuzione.

Serve, poi, sfatare una preoccupazione: insistentemente affiora l'assillo per la ricerca della differenziazione che ci consenta di proporci con un nostro marchio di qualità. La preoccupazione ci porta a sbagliare nel metodo, in quanto così si dedica più tempo alla ricerca del distinguo e meno del prodotto su cui innestare i distinguo.

Attenzione ad occuparci solo delle spezie sorvolando sul prodotto da speziare. L'ansia del distinguo, è figlia della carenza di seria elaborazione del prodotto: più conosceremo il prodotto,più coglieremo le sfumature e le potremo evidenziare e proporre.


Infine, abbiamo la nostra genuina sensibilità, la ragione sociale dello stare insieme. Quella da cui non si prescinde e che non è roba da antiquariato: l'etica della cosa pubblica e la legalità, evitando che la sommarietà le faccia scadere in qualunquismo giustizialista.

Siamo abbastanza bravi nel parlare al cuore con il cuore, alla pancia con la pancia. Ma alla ragione si parla con la razionalità.


Aderendo alla impostazione dialettica della tesi, antitesi e sintesi, si è bravi nell' antitesi. Per il superiore livello della sintesi, è necessario confrontarsi con i fatti ma, per farlo, serve conoscerli.

Diversamente, non usciremo dall' essere solo antitesi, ossia non usciremo dalla scorciatoia del radicalismo estremistico e generico. Ci sono parecchi esempi del nostro approccio ai fatti attraverso le scorciatoie. Può, in alcuni momenti, utilizzarsi la forma del parlare al cuore o alla pancia, ma ciò non può essere il metodo.

Noi non siamo incapaci di confrontarci ad un livello superiore e responsabile della politica. Dobbiamo però rinunziare al metodo delle scorciatoie estremistiche e generiche, più facile ma di fiato corto.

Tale metodo errato ha peraltro un altissimo punto di crisi: necessita di continua benzina con la speranza di cogliere sempre nel segno, pena la ricaduta nel grottesco e nel fallace con perdita della credibilità.

Se seriamente dobbiamo instradarci nel sentiero della responsabilità e della proposta, serve che il Partito moduli la propria organizzazione sulle nuove esigenze e, quindi, pensi alla rivitalizzazione dei dipartimenti e alla programmazione di incontri tematici,proprio a livello dirigenziale


In conclusione, possiamo essere ambiziosi senza essere, superbamente e inconsistentemente, solo pretenziosi.


Luigi Li Gotti
















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Commenti
roberto gigliotti 2011-06-27 22:10:35

condivido la parte relativa al commissariamento

Andrea 2011-06-26 19:06:05

Ottimo intervento del Sen. Li Gotti; dissento solo sulla parte riguardante i congressi: i dirigenti vanno scelti dalla base, non dall'alto.

 

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