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Alberico Giostra 17 Ottobre 2011
A TONINO IL MONARCHICO PIACE LA LEGGE REALE.

Quando Antonio Di Pietro fa certe sparate come quella sulla legge Reale, il primo pensiero non va a quanto ha appena detto ma a cosa si inventerà tra qualche giorno per smorzare, annacquare, compensare, deviare, smentire, quello che ha appena sostenuto. Perché conoscendo il rais molisano sicuramente vorrà sottrarsi al rischio di sentirsi dire che “finalmente ha gettato la maschera”, che è tornato ad essere quel despota autoritario che conosciamo bene, quello che voleva il reato di clandestinità per gli immigrati, che nel '96 chiedeva all'esercito di sparare contro le carrette del mare e che non voleva interrompere i bombardamenti su Belgrado nemmeno per Pasqua. Quel leader di un partito che coarta la libertà di dissenso interno, che governa a colpi di commissariamenti e che nel 2007 ha votato contro la proposta di istituire una commissione d'inchiesta sul massacro del G8 di Genova. 

E' lo stesso Di Pietro di cui la gente di sinistra si dimentica molto facilmente grazie agli sdoganamenti di certi mass media fiancheggiatori dell'ex pm e che presto, proprio per non perdere il contatto con quell'allettante serbatoio di voti lasciati evaporare da un Pd "casiniano", ricomincerà a blandire con qualche altra fasulla sparata. Con il rais molisano infatti bisogna stare attenti. Perché sotto la maschera che getta ne indossa sempre un'altra. 

Lui mentre parla e sostiene quanto sta sostenendo in realtà prova un intimo e concomitante disgusto, una penetrante disapprovazione per sè stesso che come un sibilo sordo e insistente si insinua tra le pieghe dei suoi roboanti proclami, approfittando non solo della precaria e distratta sintassi, ma anche della malferma e cedevole sua ideologia. Stavolta però non gli sarà facile tirare fuori dal cappello a cilindro una trovata all'altezza di questa sulla Legge Reale. Dove andrà a parare quando nemmeno un Mantovano, un Fini, uno Storace hanno pensato di riesumare un cadavere in putrefazione come quello sciagurato provvedimento del 1975? Come riuscirà a far dimenticare che il ministro dell'Interno Maroni stavolta lo ha elogiato per la richiesta di leggi speciali?  

Di sicuro l’ex pm ha puntato ancora una volta su alcune certezze comunicative: la prima è che gli indignati, vista la giovane età, non sanno che cosa è la legge Reale. La seconda è che quelli che lo sanno, quelli un po' più anziani e di sinistra, anche stavolta perdoneranno Di Pietro e lo applaudiranno di nuovo in piazza quando sparerà a zero su Berlusconi e il Pd. La terza è che comunque evocando il pugno di ferro sui vandali, processi per direttissima, galera sicura, l’ex commissario amico di Kossiga continua a strizzare l’occhio a quei moderati che proprio stamattina fanno in tempo a votarlo in Molise dove candida suo figlio, il poliziotto in aspettativa, Cristiano.  

Per quanto riguarda il primo punto ricordiamo che la legge Reale è una legge tecnicamente fascista e che come tale l’unico risultato che ha raggiunto è stata l’introduzione di una strisciante pena di morte. La legge Reale in 15 anni ha infatti provocato 254 morti innocenti e 371 feriti. Gente che non si è fermata ad un posto di blocco o che è stata raggiunta da una pallottola esplosa, non si sa perché, da poliziotti o carabinieri. Perché la legge Reale viene ricordata per due motivi: il primo è l’autorizzazione agli arresti preventivi. Alla vigilia di una manifestazione le forze dell’ordine potevano infatti fermare i sospetti, esattamente come avveniva durante il fascismo quando in occasione di una parata di regime la polizia metteva in galera tutti gli antifascisti del posto onde evitare problemi. 

Il secondo è l’ampliamento dei casi di legittimo uso delle armi da parte delle forze dell'ordine. Se ci scappava il morto, e come abbiamo visto ce ne sono scappati parecchi, per gli agenti veniva introdotto un regime processuale di favore, ovvero l’impunità: le indagini non venivano condotte dal giudice competente, ma dal procuratore generale presso la corte d'appello. Un trattamento speciale che contrastava palesemente con gli articoli 3, 25 e 28 della costituzione che stabiliscono: l’eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, che nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge e la diretta responsabilità penale e civile dei funzionari e dipendenti statali che agiscano in violazione di diritti. 

Ma c’era anche dell’altro: la legge Reale, in evidente contrasto con l’articolo 13 della costituzione, rendeva possibile la perquisizione personale sul posto senza l'autorizzazione di un magistrato, e questo anche se una persona teneva atteggiamenti o comportamenti che non apparivano “giustificabili” agli occhi delle forze dell’ordine. 

Ecco, è questo il paradiso dei celerini e dei questori fascisti, oggi per fortuna quasi del tutto scomparsi, che l’ex eroe di Mani pulite rimpiange. Ma c’è un altro particolare da sottolineare. Su iniziativa dei radicali la legge Reale fu sottoposta ad un referendum abrogativo nel giugno del 1978. A prevalere furono i no con il 76,5%.  Si votò un mese dopo il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in Via Caetani a Roma e il risultato apparì subito scontato, anche perché il Pci, che pure aveva votato contro l’approvazione della legge in parlamento, si schierò con la Dc e il Psi contro l'abrogazione. Eravamo in tempi di compromesso storico e Bologna, la città vetrina del comunismo italico, era stata appena sconvolta dai moti di piazza degli studenti. Forse Di Pietro neanche se lo ricordava ma la legge che oggi vuole ripristinare fu oggetto di uno dei suoi strumenti prediletti di lotta politica, il referendum popolare. Lui in quell’occasione, ci vogliamo sbilanciare, avrà sicuramente votato come mamma Dc gli ordinava. A pensarci bene dunque, sulla legge Reale è la prima volta che Tonino è stato coerente in vita sua. Quasi come il Pci.

 

Alberico Giostra

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