Egregio Onorevole Antonio Di
Pietro, che delusione!
Quella delusione che fa cadere le
braccia, che rende molli le ginocchia, che fiacca le forze, che ammutolisce,
che rende amaro il sapore della fede politica, patetico il ricordo degli sforzi
compiuti, delle energie profuse, dell’entusiasmo quasi infantile scaturito da
un cuore (il mio) che credevo irrimediabilmente inaridito da decenni di crimini
e misfatti in politica.
Perché in Lei, Onorevole Di
Pietro, avevo davvero creduto. Conquistata da quell’impeto sanguigno e un po’
rustico che La rendeva vero e vicino, da quella Sua rassicurante incapacità di
virtuosismi linguistici nei quali gli altri politici così spesso indugiano con
malcelato compiacimento, rendendosi così invisi ad una persona comune come me.
Sotto la bandiera della pulizia e
del rigore, dell’etica e dell’onestà, da Lei issata con vigore travolgente, con
entusiasmo irresistibile, io e molti altri ci eravamo riuniti confidando in un
sicuro cambiamento, in un definitivo riscatto di quei valori di cui il nostro
Paese ha un disperato bisogno e di cui Lei ha fatto un vessillo di partito.
E allora perché tradire quanti,
come me, hanno militato con insopprimibili e sempre nuove energie impegnandosi
con dedizione alla diffusione del partito sul territorio, senza sottrarsi alla
fatica e alle difficoltà incontrate lungo un cammino difficile ma stimolante?
Mi riferisco, Egregio Onorevole,
alla candidatura di Suo figlio Cristiano alle prossime elezioni del Molise che
tanta indignazione ha suscitato per la pregressa vicenda (mi riferisco alla
questione Mautone) che l’avrebbe visto coinvolto in una torbida storia di
favori e benefici in linea con il collaudato copione cui la politica italiana
da sempre si attiene con incrollabile fedeltà.
Io non voglio, Egregio Onorevole,
addentrarmi nel pantano dei tecnicismi giuridici che mi vedrebbero sicuramente
perdente, vista la Sua specifica preparazione professionale e la mia
incolmabile ignoranza in materia e, comunque, considero irrilevante l’iter
processuale (mi riferisco al mancato rinvio a giudizio): l’intercettazione
l’abbiamo sentita tutti ed ognuno ha potuto trarne le proprie conclusioni,
magari diverse da quelle a cui sono giunti i magistrati.
Il punto è che la sola esistenza
di un dubbio, anche se vago, che possa far sospettare la mancanza di
trasparenza nella gestione della cosa pubblica avrebbe dovuto convincerLa a
rifiutare la candidatura di Suo figlio Cristiano alle prossime elezioni del
Molise e, ancor prima, ad impedirne il rientro nel partito - avvenuto senza
clamore all’insaputa dei più dopo un’uscita cui era stata data ben maggiore
risonanza - dando così prova di quella coerenza e di quel rigore che Lei tanto
implacabilmente pretende dagli altri.
E poi, Egregio Onorevole, se di
valori vogliamo parlare, che ne è di quel coraggio, di quell’abito morale che
avrebbero dovuto condurre Suo figlio a sottoscrivere personalmente la propria
arringa difensiva anziché demandarne il compito all’illustre genitore?
E di quell’altro principio,
quello del “vox populi vox dei” che avrebbe dovuto democraticamente condurre a
privilegiare, nella scelta dei candidati, le preferenze espresse dagli
iscritti, dalla base, dai circoli sul territorio piuttosto che quelle imposte
dal vertice, di quel principio che ne è stato?
Mi riferisco, ovviamente, alla
candidatura del Dott. D’Ambrosio alle prossime elezioni regionali, preferita a
quella del candidato proposto dal circolo di Termoli, così tristemente
ignorata.
D’ora in poi, Onorevole di
Pietro, quando parliamo di valori cerchiamo di farlo con il religioso rispetto
che ad essi è dovuto, non con l’indifferenza blasfema che conduce al loro
abuso.
Mediti, Onorevole, mediti.