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Alberico Giostra 31 Ottobre 2011
RENZI, UN TONY BLAIR FUORI TEMPO MASSIMO.

Il Pd non è un partito nato sotto una buona stella. Non ha ancora finito di scontare i danni della sciagurata parentesi veltroniana che ora deve vedersela con un altro tormentone mediatico, l’ennesima fata morgana del centrosinistra, Matteo Renzi, il Tony Blair de noantri. Abbiamo letto le cento idee dell’arrogante sindaco di Firenze. Ebbene non ce n’è una, dicasi una, che sia veramente nuova. Cento bei propositi che circolano da anni, che il leader dei rottamatori ha risciacquato nell’Arno di un progetto interclassista da confindustriale cresciuto in parrocchia a pane e salame. 

C’è la riduzione dei costi della politica con il taglio dei vitalizi e l’eliminazione del bicameralismo perfetto, la privatizzazione dei servizi pubblici, il taglio dell’Irap e la rivendicazione della centralità d’impresa, c’è la pensione a 63-67 anni e il contributivo per tutti, c’è il quoziente familiare, c’è, udite, udite, l’introduzione del merito nella valutazione degli insegnanti e l’eliminazione del valore legale del titolo di studio, il taglio degli ospedali con meno di cento posti letto, (già fatto), l’azzeramento dei contributi ai giornali di partito (già fatto) un fondo nazionale per la ricerca gestito con criteri di “venture capital”, (e vai…) i soldi al sud solo per lo sviluppo e non per la spesa parassitaria (ma dai!) i contratti aziendali contro i salari poveri (ahahahaha!). 

E poi ci sono una lunga serie di vaghe e pretenziose petizioni di principio come “puntare su Internet”, “l’ebook per tutti”, (finalmente qualcosa di sanamente berlusconiano) “la funzione civile del bello”, “una rivoluzione copernicana del fisco”, “uscire dal sommerso”, “una terapia d’urto per la giustizia civile”, “fuori i partiti dalla Rai”, “eliminiamo la classe politica corrotta”, “promuovere la natalità”, “più nidi e asili d’infanzia”, “immigrazione intelligente”. Meri titoletti messì li come ferma pensieri, senza mai dire nulla di concreto sulla realizzazione di queste altisonanti idee, soprattutto senza indicare dove andare a prendere le risorse per finanziarle. La parola evasione fiscale è infatti del tutto assente, viene citata casualmente al centesimo e ultimo punto, quando si affronta il tema della gestione dei patrimoni confiscati alle mafie, un tema enorme gestito con la consueta genericità. 

Dunque sotto il renzismo c’è il solito nulla. Potete stare certi però che questa sua fasullaggine attirerà molto i media e la distratta opinione pubblica. Bersani nel rispondere alle provocazioni rottamatorie ha giustamente evocato gli anni 80, il serbatoio di quel craxismo liberista e anarcoide che Renzi si porta dietro. Ma nel far questo ha ingaggiato un duello che fa il gioco del sindaco di Firenze. I due insieme sprigionano un qualcosa che sa di diatriba da bar di provincia, con il campione di boccette stagionato dalla sigaretta pendula in bocca, che parla poco ma picchia duro, che dà una regolata al bullo emergente dalla battuta facile e dai modi protervi. 

Una sfida che proprio perché tutta “provinciale”, incasserà molte simpatie, visto che la stragrande maggioranza degli italiani è pervasa da un immaginario provinciale. E purtroppo ci sono molti giovani che ci stanno cascando. Frustrati da una precarietà colpevolmente introdotta dalle anime pie del centrosinistra, stanno rispondendo alla chiamata del “bulletto” di Palazzo Vecchio che promette una nuova ripartenza giovanilistica, ovvero una scalata al potere di stampo anagrafico e generazionale, un “diciannovismo” a bassa intensità che sostituisce l’antipolitica e i social network ai manganelli e ai roghi delle case del popolo. 

Sono loro, i precari di buona famiglia, tutti aspiranti manager e imprenditori di loro stessi, la base sociale del renzismo, sono loro i militari che gridano come nel primo dopoguerra alla vittoria tradita, finendo in bocca all’insorgente fascismo. L’Italia però non ha bisogno di un Fonzie della politica. Il paese ha già pagato uno scotto enorme alle debolezze del suo bagaglio di icone sgangherate e sentimentaloidi. Mussolini, Craxi, Berlusconi, Bossi, Di Pietro, sono tutte figure naufragate in rovinosi fallimenti politici e morali, e sono parabole nate sull’onda di entusiasmi popolari ed emotivi, fatte di soluzioni demagogiche e sbrigative contro la cui propagazione nulla hanno potuto i tanti avvertimenti di intellettuali, politici e militanti delle sinistre, regolarmente ignorati e bollati come “disfattisti”. 

Il renzismo non sarà un nuovo mussolinismo, ma del berlusconismo come del dipietrismo, ha il culto del rapporto diretto con il “popolo” e della spallata decisiva. La rottamazione reclamata dal primo cittadino fiorentino non è altro che questo, un nuovo populismo mediatico. Non a caso il Big Bang della Leopolda è piaciuto al cavaliere e al leader dell’Idv che non lo dice apertamente ma in segreto ammira molto Renzi ed esorta i suoi a inventarsi uno slogan accattivante come quello della rottamazione. Non era forse Di Pietro che fino a qualche mese fa chiedeva “facce nuove”? Non chiedono forse tutti e due quella generica giustizia sociale che deve convivere con il primato sociale dell’impresa e la privatizzazione del patrimonio pubblico? Non c’è forse nei programmi dei due quella spolverata di antipolitica che di questi tempi non guasta mai? 

Il trasformismo è infatti l’altro ingrediente decisivo del renzismo, una furbesca e truffaldina ricomposizione di temi e motivi presi a  casaccio dalle tradizioni socialdemocratica e cattolica, la stessa sintesi abborracciata che ha dominato la scena ideologica dai primi anni 90 a oggi. Dunque è vero quello che sostiene Bersani che nella proposta di Renzi non c’è nulla di nuovo. Il problema di Bersani e del Pd però è quello di non potersi permettere quel coraggio che ha trovato Vendola che ha bollato la paccottiglia renziana come di destra e neoliberista. Lo stesso coraggio di De Magistris che ha detto chiaro e tondo che il sindaco di Firenze non gli interessa. 

Bersani no, Bersani non può. L’amletico traghettatore delle anime in pena dei democrats è costretto infatti a non dire più che a dire. Il suo Pd è montaliano: “solo questo possiamo dirti, ciò che non siamo ciò che non vogliamo”. Ha dichiarato che le idee di Renzi sono vecchie, che non si fanno guerre anagrafiche, ma non ha detto perché. Se lo dice infatti, si gioca mezzo partito. E intanto tra un silenzio e un altro se la deve vedere con le proposte di Ichino sui licenziamenti e i capicorrente che vogliono la Bce e l’Udc mentre la base vuole la Cgil, Vendola e Di Pietro. Per questo Bersani è ora atterrito da uno spettro: quello di Renzi che alle primarie gli ruba voti a destra e alla fine fa vincere Vendola. E di notte sogna il vecchio Pci.  

 

 

 

 

Alberico Giostra

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Commenti
Giovanni Cosentino 2011-11-03 08:42:05

Sig. Giostra condivido abbastanza l'analisi su Renzi, 'un populista di centro', un po' meno il suo giudizio su De Magistris e Niki Vendola, per altro diversissimi e molto probabilmente incompatibili, esssendo, a mio giudizio altrettanto 'populisti di sinistra'.
Qual'è il male minore? la nostra presenza costante e 'feroce' contro TUTTI i populismi di destra, centro e sinistra, finchè l'Italia non avrà superato anche questa malattia infantile della democrazia: affidarsi a qualche guru come salvatore della patria.
Chi si propone come leader politico dovrà partire da posizioni di servizio e disponibilità verso i cittadini e dimostrare di essere all'altezza de ruolo che vuole ricoprire e mi pare che nè De Magistris nè Vendola abbiano queste caratteristiche minime per essere riconosciuti come politici affidabili e 'a servizio' dei cittadini, piuttosto che 'a comando'.
Distinti saluti

 

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