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Alberico Giostra 09 Novembre 2011
DUE O TRE COSE CHE SO SULLA CRISI. (E SU DI PIETRO).

Sono due agli aspetti che colpiscono in questa crisi di governo. La prima è che si tratta di una congiuntura in buona parte extraparlamentare perché nel disarcionare Berlusconi decisivo è stato il ruolo dei mercati. La seconda è che nella politica italiana quello che fa più male è il fuoco amico. Gli ultimi governi caduti in parlamento, Berlusconi I, Prodi I e II, sono caduti per congiure interne alle maggioranze. Non per dei moti di piazza (roba novecentesca) o per una spallata delle opposizioni. 

Il primo aspetto è una sostanziale novità. Il secondo invece segna una continuità con gli ultimi anni. Da Mani pulite esclusa in poi, le crisi politiche sono state tutte parlamentari. Come ai tempi della Dc, del centrosinistra e del pentapartito. Il primo, con l’intervento in takle delle borse e degli speculatori sancisce la crisi della sovranità nazionale e la marginalizzazione della politica nell’epoca della globalizzazione finanziaria. Il secondo sottolinea una disperata volontà di riattribuire alla politica un qualche ruolo. Il risultato tuttavia lascia a desiderare perché a far cadere Berlusconi, come a salvarlo, sono stati dei salti di deputati dalla maggioranza all’opposizione e viceversa. Il che non accresce la reputazione della politica presso l’opinione pubblica, anzi ne aumenta il già dilagante discredito. 

Un terzo aspetto da evidenziare riguarda il ruolo di centrodestra e centrosinistra. In questa magmatica crisi i due poli presentano un punto di contatto. Ed è il centro. Il protagonista della caduta di Berlusconi è stato infatti Casini insieme a Fini. Dunque il terzo polo. Prima il presidente della camera ha indebolito numericamente il Pdl. Poi con Casini e l’Udc ha mostrato ai dissidenti berlusconiani una via di fuga concreta e anche una speranza di riciclaggio. Il Pd ci ha messo molto di suo, è vero, ma da solo non ce l’avrebbe fatta a disarcionare il cavaliere. Impossibile un passaggio secco al Pd da parte di un berlusconiano. Più facile il contrario. 

Questo protagonismo del centro è un’ipoteca pesante sul futuro politico. Vuol dire che la crisi economica che sta scuotendo il paese verrà gestita da un parterre di fatto confindustrial-bocconiano. Ovvero in linea con i diktat della Ue-Bce-Fmi. Il che vuol dire che da questa crisi non usciremo mai, come la Grecia. Per evitare questa drammatica deriva ci vorrebbe una sinistra forte, ma finchè sarà il Pd ad occupare il centro del centrosinistra e a monopolizzare il 70% del serbatoio elettorale non ascolteremo altro che discorsi sul senso di responsabilità, sui sacrifici, sulla necessità di fare le riforme e quello che ci chiede l’Europa. Esattamente quello che sta dicendo Berlusconi. Insomma avremo un governo Berlusconi senza conflitto di interessi, bunga-bunga e leggi ad personam. Quello che volevano Casini e Fini. 

Un’ultima parola su Antonio Di Pietro.  Il leader dell’Idv non scalcia, non strappa, non blatera contro gli alleati dell’opposizione come ha sempre fatto finora. Sente l’ora grave pulsargli sulle tempie e fa il bravo ragazzo. Introduce qualche distinguo, è vero, peraltro condivisibile, sul non far pagare la crisi ai ceti disagiati, come li chiama lui, ma siamo al minimo sindacale. In altre occasioni avrebbe fatto sfracelli. Ve lo ricordate il Tonino del 2008, quello di Piazza Navona, quello del No B day? Che fine ha fatto? 

Nei vertici dell’opposizione capita che non venga neanche invitato, ormai il suo ruolo politico è marginale. Bersani non lo snobba apertamente perché è un uomo molto corretto, ma è evidente che guardi a destra, al terzo polo, il core business del suo progetto politico è l’alleanza dei progressisti con i moderati, e Di Pietro è arruolato tra i progressisti in un ruolo ancillare a quello del Pd. Questo ruolo sta bene al leader dell’Idv? Dipende. Se si accontenta di una manciata di parlamentari si può tranquillamente accomodare in fila. Se ha l’ambizione di giocare un ruolo di protagonista, come quando diceva di essere l’unica opposizione, no, non può accontentarsi. 

Lui chiede di non usare facce pulite come quella di Mario Monti per fare il lavoro sporco di Berlusconi, ovvero politiche antipopolari. Ma è esattamente quello che avverrà. Allora Tonino che farà? Nulla. Assisterà al tramonto di Berlusconi con una punta di malinconia e sentirà venirgli meno le forze. Poi si girerà a destra e troverà Fini e Casini che cinguettano con Bersani. Si girerà a sinistra e troverà Vendola, Grillo e un De Magistris più forte di lui. E si renderà conto che pasticcio politico ha combinato con il suo Idv.

 

 

 

Alberico Giostra

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