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Alberico Giostra 24 Gennaio 2012
TIR E FORCONI, FRUTTI MALATI DELL'ANTIPOLITICA.

La protesta dei forconi e dei Tir è una manifestazione di quell’eterna Vandea che è il nostro Sud. Nel Mezzogiorno clientelare spesso le proteste popolari si lasciano inquinare da un gattopardesco potere e le rivendicazioni si rivelano per essere nient’altro che manifestazioni degenerate dell’antica tabe del clientelismo. Nel nostro Sud il popolo è più popolo che altrove, scrivevano i viaggiatori stranieri del settecento e questo perché tra i ceti inferiori e l’aristocrazia feudale è venuto a mancare il ruolo attivo di una borghesia e il proletariato privo di un’identità produttiva, organizzativa e di classe, è rimasto sottoproletariato, pronto a vendersi al miglior offerente. 

Non a caso a denunciare le ambiguità e le infiltrazioni mafiose nei forconi siciliani è stato per primo Ivan Lo Bello, il leader degli industriali isolani da sempre impegnato contro mafia e clientelismo. Lo Bello ha sottolineato che il leader dei forconi, Mariano Ferro, è stato legato a precisi partiti politici. Purtroppo non ha detto quali, ma a questo provvediamo noi: si tratta di Forza Italia e poi dell’Mpa del governatore Raffaele Lombardo. A questo aggiungiamo che il leader dei camionisti siculi, Giuseppe Richichi, nel 2003 è stato candidato con An, ed è stato consulente dell’allora governatore Totò Cuffaro. 

Suo vice è Angelo Ercolano, incensurato membro della nota famiglia catanese, Santapaola-Ercolano e titolare della “Sud Trasporti”. In Sicilia inoltre si sono subito aggregati ai forconi i neofascisti di Forza Nuova e anche se poi c’è stata una rottura tra Ferro e Martino Morsello, resta il fatto che per bocca del suo leader, Roberto Fiore, il movimento di estrema destra appoggia apertamente la protesta dei camionisti e quella dei forconi. Questa variopinta compagnia non si è mai manifestata fino a quando a Palazzo Chigi ha risieduto Berlusconi. 

Il movimento dei Tir di Richichi, come ha scritto lo storico siciliano Giuseppe Casarrubea, vede la luce con ”l’idea di movimentare le acque e per dare una maggiore solidità sociale al governo di Arcore, ancora traballante tra Massimo D’Alema e Giuliano Amato”. Un movimento chiaramente indirizzato, “contro il pericolo comunista, morto nel nulla e rinato poi nel 2007 per mettere le briglia a quell’altro comunista di Romano Prodi”. 

Non c’è dunque da meravigliarsi se questa gente sfida apertamente la legge e le istituzioni con dei blocchi stradali fatti di violenze e intimidazioni. In questa protesta converge l’antica estraneità delle genti del sud verso lo stato unitario e la tradizione eversiva e golpista di certa destra italiana, tradizione rinverdita da Berlusconi, ma rilancia anche un altro fenomeno emerso con tangentopoli e mani pulite: un trasformismo “peloso” dietro il quale molti protagonisti dell’ancien regime cercano di rifarsi una verginità. 

Non è un caso se Mariano Ferro oltre alla demenziale moneta sicula e al blocco delle cartelle esattoriali per due anni, vuole che “tutti i politici, nessuno escluso se ne vadano a casa”. Ferro da astuto demagogo qual è ha fiutato il vento dell’antipolitica che soffia impetuoso e si è gettato nella corrente sperando di approdare ad una qualche riva rimesso a nuovo. Accadde in parte la stessa cosa con mani pulite, quando magistrati fino ad allora silenti o collusi, ex galoppini Dc, militanti del Msi, tutti coinvolti nelle bassezze della prima repubblica, si mescolarono con le loro barbe finte tra le tante persone in buona fede che manifestavano la loro indignazione. 

Il campione di questa Italia furbesca resta per noi Antonio Di Pietro, il quale, uomo di destra, cattolico, figlio di un sud poverissimo ma anche determinato ad arrivare ad ogni costo al benessere, ha cancellato con un colpo di spugna le sue assidue frequentazioni democristiane e socialiste compiendo un geniale doppio salto mortale e conquistando una popolarità come presunto giustiziere ormai inscalfibile. 

Non è un caso se un dipietrista come il masaniellesco deputato Francesco Barbato sta entusiasticamente appoggiando la illegale protesta dei Tir. A fargli compagnia dalle parti della Pontina, è l’ex colonnello dei Carabinieri, Antonio Pappalardo, sceso in politica nei primi anni 90 con il Psdi di Cariglia, partito che faceva di un miserabile clientelismo la sua unica ragione di essere. Oggi ambigui gattopardi come Ferro, Richichi e Pappalardo trovano nella protesta contro la politica e la cosiddetta “casta” un motivo per rialzare la testa, attaccando “la politica” in compagnia dei truffaldini giornali della destra come Il Giornale e Libero e unendo tutti i politici in un’identica riprovazione. 

E’ questo infatti il lato oscuro e pericoloso del verbo antipolitico, è questo che trasforma inevitabilmente rivendicazioni anche giuste, sentina della peggiore destra trasformista: confondere con calcolata disonesta intellettuale quei politici che hanno cercato di frenare la degenerazione castale ed egoistica dei parlamentari, i muri di gomma, le coperture corporative, l’essere i partiti aziende private che gestiscono senza controllo soldi pubblici, con quelli che di questi fenomeni di immoralità hanno beneficiato difendendoli segretamente salvo poi indossare nelle piazze le loro maschere cialtronesche di arruffapopolo. 

La protesta dei forconi e dei Tir dunque è la figlia degenere dell’antipolitica, è quel trasformismo reazionario che inquina anche proteste sacrosante contro un governo come quello Monti che, tuttavia, con la sua azione sta sparigliando la politica italiana e inducendo una modernizzazione tanto neocapitalistica quanto anticorporativa. Per l’Italia prima fascista e poi democristiana, è bene dirlo quella di Monti è una vera e propria rivoluzione. Ora sta alla sinistra italiana rispondere alla sfida dell’ex rettore della Bocconi tracciando un solco tra la vandea populista dell’antipolitica con cui si è lasciata inquinare da Di Pietro e altri e un progetto concreto di giustizia sociale e salvaguardia dell’ambiente che purtroppo stenta ancora a vedere la luce.  

 

 

 

Alberico Giostra

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Commenti
Mirco Marchetti 2012-01-30 20:57:10

Se vi fosse nel paese un barlume di Politica, allora avrebbe senso pure la parola antitetica ad essa: l'Antipolitica per l'appunto. Parola strimpellata dai vari cantori e contastorie in giro per il belpaese. Ma non essendoci Politica, neppure la sua espressione antitetica ha un senso. Le piazze, il popolo che le riempie, gli adulatori che conseguono ed inseguono i vari istinti partoriti in un basso ventre cis-duodenale, sono gli agenti patogeni che l'impoliticanza porta in seno. Gli evasori evadono il fisco tanto quanto gli amministratori evadono i servizi. Lavoro per il ben-essere di anziani malati, inseguiti fin dentro le strutture residenziali dalle varie SPA (Prodi iniziò col dar mandato di recupero a Serit spa, quindi Equitalia) nate per far profitto sulle spalle di poveri cristi. Da vent'anni, i contabili contaballe ci garantiscono lacrime e sangue. ma l'uomo è fuor di conto. No, non sarà Pappalardo o i suoi militari, o il partito dei camionisti italiani a cambiare la rotta. Temo invece che si dovrà passare attraverso scomposti, quanto violenti movimenti di indignazione. Ma non vedo partiti all'altezza della situazione e che magari inizino a tassate al 50% le rendite finanziarie e, di contro, tassare al 12% operai, commercianti, artigiani ed impiegati. O che si passi ad una seria riforma delle professioni iniziano con l'abolizione degli ordini professionali e l'abolizione delle proprietà intellettuali e dei copyright, tanto per dirne due. Anche Vasco, quando canta: "...e se si girano gli eserciti e spariscono gli eroi, non sorridete, gli spari sopra, sono per voi." Di certo non citava il Pappalardo in odor di massoneria, ma manco, invertendo la direzione dei militi, si può parlare di antipolitica poiché non v'é alcuna politica da conservare. Ciò che chiamate antipolitica, non è altro che l'esigenza di un'altra politica.

 

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