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Alberico Giostra 16 Febbraio 2012
CIO' CHE E' VIVO E CIO' CHE E' MORTO IN MANI PULITE.

Che cosa è stato Mani pulite? Un evento giudiziario di straordinario successo con conseguenze politiche non altrettanto positive. Anzi, per lo più decisamente negative. Sull’aspetto giudiziario c’è poco da discutere: il numero di condanne e di patteggiamenti, il fenomeno dilagante del “pentitismo” e delle confessioni spontanee, lasciano poco spazio a contestazioni sui presunti metodi coercitivi del pool milanese. D’altra parte nemmeno il più convinto e coerente detrattore di Mani pulite, Filippo Facci, può negare che la corruzione fosse dilagante. 

Sul secondo aspetto, quello politico c’è invece molto da discutere e non certo perchè chi scrive abbia nostalgia della Dc o del Psi. Mani pulite nasce sulla scorta della caduta del muro di Berlino. Quell’evento di portata epocale improvvisamente sottrae stabilità ad un sistema politico reso immobile dalla guerra fredda ed apre la strada agli “insider” della procura lombarda. Fin qui siamo nell’arcinoto. Mani pulite tuttavia nasce anche in un contesto storico caratterizzato, da una parte dal protrarsi dell’onda lunga del ciclo economico del neoliberismo sorta negli anni 70 e dall’altra dalla crisi dei modelli socialdemocratici che cercavano di rendere compatibile stato e mercato, socialismo e capitalismo. Questo è il quadro ideologico dei primi anni 90. 

Pensare di leggere Mani pulite e la rivoluzione che ne seguì considerando solo l’aspetto giuridico o politico, ovvero la corruzione e le leggi che la reprimono oppure il bipartitismo consociativo della prima repubblica, il Caf, Craxi e il Pci, è ridicolo. Quella congiuntura ideologica infatti non solo è l’origine di Mani pulite ma su di essa l’azione del pool ha innescato un forte riverbero ideologico che nel complesso ci consente di dire che abbiamo assistito ad una rivoluzione conservatrice. E questo, sia chiaro, tanto nelle premesse che nelle conseguenze di quell’azione giudiziaria. 

Tra le premesse troviamo alcuni elementi inequivocabili: una figura potentemente ambigua come quella di Antonio Di Pietro; l’entusiastico sostegno dato al pool dalle destre neofasciste, l’allora Msi; quello di personaggi rispettabili ma pur sempre reazionari come Indro Montanelli, fino a pochi anni prima ammiratore di Bettino Craxi; l’adesione alle toghe dell’allora editore di Montanelli, Silvio Berlusconi; il non meno convinto appoggio all’azione dei magistrati di Umberto Bossi e della Lega Nord, culminato con il famoso sventolio a Montecitorio di un cappio da parte del deputato nordista Luca Leoni Orsenigo; infine un episodio cruciale come il discorso di Di Pietro al forum Ambrosetti di Cernobbio nel settembre del 1994 quando l’allora pm propone agli industriali plaudenti un patto fondato sul “kiosei”, il principio nipponico traducibile con “vivere e lavorare insieme”. Un manifesto ideologico nascosto tra le pieghe di una pacificazione giudiziaria, l’invocazione di un’integrazione non conflittuale tra capitale e lavoro. Un evento che segna la fine di Mani pulite, assai più di quanto non voglia Marco Travaglio che sembra attribuire la liquidazione dell’opera del pool alla bicamerale di Massimo D’Alema. 

Tra le altre premesse tuttavia non va dimenticato che gran parte delle sinistre aderisce all’azione del pool milanese. Tale convergenza è coerente con una certa tradizione della sinistra stessa, sia di quella azionista che di quella comunista, basti pensare a certe posizioni di Enrico Berlinguer sulla corruzione e la partitocrazia. Ma ai più attenti appare subito anche il sintomo di una profonda crisi dell'identità della sinistra che innesca un suggestivo parallelismo con un’altra confusa congiuntura etico-politica, quella del primo dopoguerra, quando dal crogiuolo di massimalismo, socialismo rivoluzionario, interventismo e irredentismo, nascono i frutti avvelenati del fascismo e del mussolinismo. Basti pensare al mito della "Mani pulite tradita" rinfocolato da Travaglio e soci e che rimanda a quello della "vittoria tradita" che dal 1918 in più alimentò la nascita del fascismo. In fondo "Micromega" prima ma soprattutto "Il Fatto quotidiano" poi, hanno rappresentato un fenomeno editorial-politico simile a quello de "La Voce" prezzoliniana e salveminiana.   

E veniamo alle conseguenze di Mani pulite. La principale è una: Silvio Berlusconi. Del suo appoggio al pool abbiamo già detto, così come è noto che il cavaliere chiede a Di Pietro di fare il ministro attraverso un amico comune, Cesare Previti. Sa che l’eroe del momento il 27 marzo 1994 ha votato Forza Italia. Il fenomeno Berlusconi è incomprensibile senza la crisi post tangentopoli, caratterizzata da una egemonia ideologica del neo liberismo e dalla crisi delle socialdemocrazie e del capitalismo di stato. Gli operai del nord in quegli anni inneggiano Di Pietro e votano Berlusconi e Bossi. Il cemento ideologico è un capitalismo che esalta il mercato e il profitto e promette quel benessere di massa pubblicizzato dalle tv del cavaliere. 

La fine politica della prima repubblica per effetto di questa egemonia neoliberista coincide con la ricerca di modelli elettorali maggioritari che hanno come obiettivo il taglio delle cosiddette estreme, ovvero i partiti antisistema e le formazioni minori. Protagonista di quella stagione è non a caso l’anticomunista “per bene”, Mariotto Segni, fautore di una democrazia partecipata ma rispettosa dei confini di classe. Il risultato è la nascita di partiti personali, come Forza Italia, la Lega e l’Italia dei valori. 

Si tratta di formazioni basate sul carisma autoritario e acclamatorio dei loro padri-padroni, allergici alla democrazia e al pluralismo. E caratterizzate dal dominio degli eletti sugli iscritti. Impossibile non vedere un collegamento diretto di questo fenomeno con la fine giudiziaria ed extrapolitica di cinque partiti storici. La rivoluzione del pool e la sua popolarità mediatica ha ormai assuefatto l’opinione pubblica all’idea che un partito si fonda da un notaio, si afferma nei talk show e si affonda con un avviso di garanzia. E’ il "festa-farina-forca" dei primi anni 90. 

Dalla crisi di Tangentopoli insomma scaturiscono tre leader politici, Berlusconi, Bossi e Di Pietro, dominati da una tabe tipica di quelle che Colin Crouch chiama “post democrazie”: il populismo. Ovvero un impasto ambiguo e pericoloso che esalta della democrazia solo il consenso e si sbarazza delle regole, mostrandosi insofferente verso ogni forma di mediazione che frena il rapporto diretto con il popolo, siano essi parlamenti, partiti, sindacati. Questo populismo alimenta l’avventurismo nuovista dei primi anni 90 con dosi massicce di trasformismo e opportunismo, caratteristiche precipue di Berlusconi, Bossi e Di Pietro. 

Il primo è infatti un monopolista che deve la sua fortuna alle decisioni di politici e che si spaccia per liberista e antipolitico; il secondo è un fenomeno folkloristico continuamente sballottato tra federalismo e secessione, tra destra e sinistra, tra centro e periferia, mostrandosi capace di accusare Berlusconi di essere un mafioso e di tornare tranquillamente ad allearcisi; il terzo è un uomo di destra insinuatosi nello schieramento progressista di cui provoca spesso sconfitte e turbolenze e assurto ormai a simbolo di una smaccata contraddizione tra declamazioni di principio e comportamenti concreti. Tra gli aspetti positivi della stagione di Mani pulite v’è infatti la rinascita di una diffusa partecipazione alla vita pubblica  sia pur su basi "sentimentalmente" post ideologiche. E proprio questa primavera viene spenta dall’ex eroe del pool avvitatosi nella spirale di un egoismo proprietario che trasforma l’Italia dei valori in un universo concentrazionario dove è impossibile ogni forma di discussione e dissenso. 

Che cosa rimane dunque di Mani pulite vent’anni dopo? Intanto il ricordo di ingenui entusiasmi palingenetici in realtà del tutto compatibili con il mondo che si voleva cambiare e ora inaciditisi nel rigurgito dell'antipolitica dilagante. Quindi la constatazione che il quadro ideologico che ha visto nascere l’azione del pool, il neoliberismo trionfante, è ora completamente cambiato e vede piuttosto una crisi devastante di quella ideologia. Il problema dunque è sapere se l’eredità della rivoluzione giudiziaria milanese è spendibile in questa crisi. La risposta è sì, ma a spenderla può essere un governo come quello guidato da Mario Monti piuttosto che altre immaginarie rivoluzioni. 

L’idea stessa di un esecutivo tecnico risponde perfettamente alla logica “politica” di un’azione come quella del pool, soprattutto laddove il governo Monti realizza un’emarginazione del ruolo dei partiti, la loro sterilizzazione e subordinazione a ragioni di superiore interesse nazionale, individuando nell’Emergenza un criterio politico che concretizza una cessione e interruzione di sovranità. Quello stato di eccezione la cui esibizione nel ’92 ha eccitato i sostenitori del pool di Mani pulite e che ormai, grazie al dipietrismo, è stato metabolizzato anche a sinistra. 

Chi dice che dopo il governo Monti i partiti non saranno più gli stessi sottolinea che si sta compiendo un’altra rivoluzione conservatrice, la seconda in un ventennio e del tutto in continuità con la prima. Non ingannino l’opposizione di Bossi e Di Pietro al professore. Si tratta solo di atteggiamenti personalistici e opportunistici dovuti a interessi di bottega, ovvero intercettare voti di protesta di elettori del Pdl e del Pd. Quello che conta è che con Monti è come se al governo fosse andato Francesco Saverio Borrelli. Semplicemente con vent’anni di ritardo. 

Ma quello che conta è che oltre all’emarginazione della politica con il governo del professore assistiamo ad una nuova sconfitta della sinistra e delle sue ragioni. Se vent’anni fa, al tempo del pensiero unico del neoliberismo, ciò era comprensibile, oggi, in presenza di una crisi finanziaria sistemica, di squilibri sociali impressionanti e del tramonto di un modello di rapina delle risorse naturali, non solo è incomprensibile ma è semplicemente suicida.

            

Alberico Giostra

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