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Alberico Giostra 06 Febbraio 2012
LA VERITA' CHE TUTTI TACCIONO SULL'ARTICOLO 18.

La vicenda dell’articolo 18 non riguarda il mercato del lavoro, riguarda la democrazia e lo stato di diritto. Esattamente come la decisione di Marchionne di stracciare il contratto collettivo dei metalmeccanici a Pomigliano e Mirafiori, buttando fuori dalle fabbriche la Fiom. Quella di relegare la norma che impone il reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa  al dibattito sul mercato del lavoro, è la prima di una lunga serie di mistificazioni in atto. Se così non fosse non si spiegherebbe il perché di tanta insistenza di Confindustria e soci su una norma che negli ultimi anni ha prodotto al massimo qualche centinaio di controversie giudiziarie mentre nel nostro paese grazie a ben due leggi, è possibilissimo licenziare per crisi aziendali. 

La seconda falsità è quella che vuole la norma come un ostacolo alla crescita dell’occupazione, tesi smentita da tutti i più autorevoli economisti e giuslavoristi. Ma la prima è quella più grave. Se verrà abolito l’articolo 18 assisteremo in breve tempo al licenziamento di tutti i lavoratori più anziani per far posto a giovani che costano meno e a quello dei lavoratori più scomodi e sindacalizzati. Si obietterà che tutti sono d’accordo a lasciare in vigore il reintegro dei licenziati per motivi discriminatori, ma è qui che si produce un'altra gravissima mistificazione. 

Quello che nessuno ricorda è che per provare che un licenziamento giustificato con motivazioni economiche è in realtà discriminatorio, occorre fare un processo dove i difensori del lavoratore buttato fuori dall’azienda, per riuscire a convincere i giudici, dovranno portare le testimonianze dei colleghi del lavoratore, i quali si guarderanno bene dal rilasciare dichiarazioni contro l’azienda visto che anche loro, senza la protezione dell’articolo 18, sono più deboli e dunque ricattabili. 

Per le aziende sarà un gioco da ragazzi mettere alla porta chi non gli sta a genio magari per fare posto a qualche raccomandato delle tante cricche e caste italiche con la scusa di una flessione degli ordinativi. Chi omette di ricordare questa realtà mente sapendo di mentire o non ha alcuna esperienza di processi del lavoro e delle falsità che i dirigenti delle aziende sono capaci di raccontare ai giudici senza correre alcun rischio di venire incriminati, come sarebbe giusto. 

La verità è che l’articolo 18 è il culmine di un sistema di tutele dei lavoratori eliminato il quale il sistema intero sarà carta straccia e i lavoratori si troveranno in balia di capi e capetti aziendali che potranno gestire carriere e relazioni sindacali in modo del tutto discrezionale e senza più alcun freno. L’altra mistificazione al proposito si compie quando si paragona l’Italia ai paesi del nord Europa dove la (presunta) assenza dell’articolo 18 non ha dato luogo a fenomeni discriminatori. 

Il problema è che purtroppo l’Italia non è un paese del nord Europa e ogni attività economica è pesantemente condizioniata dalla malavita organizzata o da poteri forti come la politica e la Chiesa. Liberare dal vincolo dell’articolo 18 le nostre classi dirigenti afflitte da persistenti vizi di autoritarismo e allegramente propense  alla  falsificazione e all’arbitrio, è un errore madornale che nessun sindacato o partito di sinistra degno di questo nome può accettare. 

L’articolo 18 è nato dopo le vergognose persecuzioni avvenute nelle fabbriche ai danni degli operai comunisti o iscritti alla Cgil, brutalmente licenziati con il concorso dei sindacati gialli solo per le loro idee. Non dimentichiamo che nel dopoguerra chi aveva rischiato la vita per difendere la patria dai nazifascisti, ovvero i partigiani, non riuscivano a trovare lavoro. Se la realtà è cambiata è stato proprio grazie a norme illuminate e progressive come lo statuto dei lavoratori senza il quale torneremo rapidamente al tempo delle persecuzioni e dei licenziamenti ad personam. 

Anche oggi peraltro nei luoghi di lavoro del nostro paese si consumano ogni giorno ingiustizie e violenze che nella stragrande maggioranza dei casi restano impunite sotto il ricatto del mantenimento del posto di lavoro e proprio perché dalla tutela dell’articolo 18 sono esclusi oltre 9 milioni di lavoratori delle aziende con meno di 15 addetti. Ma prepotenze e abusi avvengono regolarmente anche nelle aziende più grandi perché in fondo nemmeno l’articolo 18 è un deterrente efficace contro la volontà di emarginare e mobbizzare chi si oppone al comando del padrone, chi discute, chi rivendica, chi mostra di avere la schiena dritta. 

Per questo motivo senza l’articolo 18 dilagheranno la delazione e il collaborazionismo dei lavoratori più vili e in breve tempo il clima nelle fabbriche regredirà a quello di un universo concentrazionario anni 50. Basti pensare a quanto accaduto nello stabilimento della Fiat Sata di Melfi, dove gli iscritti alla Fiom sono scomparsi e sono passati tutti alla Cisl e Uil, i sindacati che hanno firmato il contratto capestro voluto da Marchionne. E’ questo infatti l’episodio che rivela la ratio del disegno dell’ad del Lingotto, ovvero l’eliminazione del conflitto e dell’antagonismo operai. 

Ecco perché è fondamentale non farsi inchiodare dal governo e dai suoi ministri su discorsi tecnicistici, perché è inaccettabile che la democrazia, la libertà e lo stato di diritto vengano subordinati a ragioni di natura economica. La battaglia contro le modifiche dell’articolo 18, che riguarda 7 milioni e 770 mila lavoratori, ovvero quasi il 50% di quelli dipendenti, deve inoltre confluire nella più generale resistenza contro quelle logiche neoliberiste che con il governo Monti stanno incredibilmente rialzando la testa  e che applicate ad un paese già diseguale, aumenterà fortemente gli squilibri interni, assicurando alle impresentabili classi dirigenti, già colluse con la corrotta politica e i poteri mafiosi, una nuova verginità e una insperata rilegittimazione. 

A questo punto diventa cruciale il ruolo del Pd. Se il partito di Bersani chinerà il capo di fronte ai disegni di riorganizzazione autoritaria del capitalismo italiano, se accetterà la truffa dello scambio tra tutele degli anziani e presunto superamento della precarietà dei giovani, sarà un partito finito. Il governo Monti dispone tranquillamente dei numeri in parlamento per far fuori l’articolo 18, perché, non a caso, le destre riunite in Pdl, Udc e Fli, sono a favore delle modifiche. Da questa consapevolezza nasce l’arrogante affermazione della ministra Fornero che palazzo Chigi andrà comunque avanti, con o senza i sindacati. Ecco perché è vitale per il Pd far sentire tutto il suo peso politico e indurre il governo a più miti consigli. Se Bersani non saprà tenere questa linea del Piave, sarà meglio che le troppe anime che si agitano in quel partito tornino a dividersi consentendo la rinascita di un grande partito della sinistra democratica del quale tutti sentiamo la mancanza. 

 

 

Alberico Giostra

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