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Alberico Giostra 21 Marzo 2012
L'ARTICOLO 18 NON C'E' PIU'.

L’articolo 18 non c’è più. Al governo Monti sta finalmente riuscendo quello che non era riuscito al governo Berlusconi, nella soddisfazione generale degli imprenditori eternamente fascistoidi che ancora guardano in cagnesco diritti, legalità e sindacati e purtroppo anche di parecchi giovani cresciuti al tempo della schiacciante egemonia liberista. 

L’articolo 18 non c’è più perché ora basterà accampare motivi oggettivi, quelli economici, per poter licenziare un lavoratore che, per vari motivi, da quelli di sesso, razza, ideologia e anche disciplinari prima non poteva esserlo, rischiando il datore di lavoro di doverlo reintegrare con il versamento degli stipendi arretrati. 

Il mantenimento voluto da Monti-Fornero della reintegrazione per i licenziamenti discriminatori o disciplinari (in quest’ultimo caso peraltro facoltativo) è infatti uno specchietto per le allodole: nessun imprenditore adesso ricorrerà a queste causali, gli basterà infatti cancellare una mansione o accorpare due reparti e senza alcuna mediazione dei sindacati potrà liberarsi anche di un solo lavoratore magari troppo sindacalizzato o che deve assentarsi per sottoporsi a cicli di chemioterapia. A quest’ultimo, se, nella migliore delle ipotesi riuscirà di dimostrare che questi motivi non erano oggettivi, spetteranno al massimo 27 mensilità (ma solo ai più anziani) e intanto avrà perso il posto di lavoro. E in una fase recessiva che durerà non si sa quanti anni sarà difficilissimo per lui ritrovarne un altro. 

Anche il più disonesto tra gli apologeti del liberismo non può non riconoscere che questa nuova formulazione dell’articolo 18 consegna ai datori di lavoro un potere pressoché assoluto nelle fabbriche, perché ora un lavoratore sapendo che è licenziabile in quattro e quattr’otto si guarderà bene dal rivendicare da un giudice una mansione negata, un trasferimento, un aumento di merito, una posizione gerarchicamente superiore. Questo vuol dire che sicuramente l’abolizione dell’articolo 18 voluta dal governo Monti darà luogo a profonde ingiustizie nei luoghi di lavoro, e a laceranti conseguenze sociali perché sarà senza alcuna esitazione utilizzato dagli imprenditori per liberarsi del personale più anziano assumendo giovani a tempo indeterminato viste anche le restrizioni della flessibilità in entrata. Questo avrà sicuramente come effetto una riduzione del costo del lavoro ma non è affatto certo che avrà effetti positivi sulla competitività e produttività delle nostre aziende perché il costo del lavoro in Italia è già assai più basso che negli altri paesi europei. 

Di fronte a questa intollerabile situazione colpiscono almeno tre cose: la prima è la serie di odiose mistificazioni con cui il premier Monti e il ministro Fornero argomentano la loro deregulation, la più grave delle quali è senz’altro quella di sostenere che l’articolo 18 è stato solo manutenuto e non abolito e che anzi è stato esteso alle aziende più piccole. Una menzogna che fa ribollire il sangue nelle vene e che peraltro contiene un’altra profonda mistificazione. Con la nuova formulazione dell’articolo 18 vengono violate moltissime disposizioni europee tra le quali, ricorda il giuslavorista Luigi Mariucci sull’Unità, quella in materia di licenziamenti collettivi: ora infatti, gli imprenditori potranno mandare a casa i lavoratori quattro alla volta con un semplice intervallo di 120 giorni. E questo in barba al tanto sbandierato europeismo del governo Monti. 

La seconda cosa che colpisce è che per l’ennesima volta Cisl e Uil hanno aperto il varco con la loro cedevolezza ad operazioni che sono utili a tutti meno che ai lavoratori. Hanno cominciato nel 2002 firmando con Berlusconi il famoso Patto per l’Italia, una delle tante bufale del cavaliere, hanno continuato fino a pochi mesi fa con Sacconi e Marchionne e ora stanno completando con il professor Monti l’operazione di svendita dei diritti acquisiti dei lavoratori. 

Diceva Bonanni, “bisogna concedere qualcosa perché altrimenti il governo decide da solo come con le pensioni”. Ebbene loro hanno concesso non qualcosa ma moltissimo e il governo ha deciso da solo lo stesso, cancellando l’articolo 18, introducendo qualche miglioria ma solo teorica per i precari, e umiliando infine la Cgil. Era questo che volevano Bonanni e Angeletti? I licenziamenti facili in tempo di recessione? Da quali alate considerazioni economiche nascono queste strategie sindacali? Forse c’è qualche garanzia che adesso aumenteranno gli investimenti? E perché mai se i processi civili durano ancora dieci anni, le ferrovie e la burocrazia non funzionano al pari della banda larga che non c’è o delle infrastrutture intermodali e la corruzione e la criminalità organizzata sono sempre più radicate? Chi riuscirà a trattenere un imprenditore dal continuare a trasferire i propri impianti in Serbia dove un operaio, senza diritti e sindacati costa 300 euro al mese? E’ a Belgrado che guardano Bonanni e Angeletti? 

Il terzo aspetto che colpisce è quello politico. La prepotenza di Monti contro la Cgil sta creando grossi problemi al Pd. Bersani ha biascicato che non erano questi i patti e che ora il Parlamento dovrà modificare quello che c’è da modificare. Speriamo, ma come e con chi? Un buon 30/40% del Pd è a favore di questa riforma ed Enrico Letta si è già affrettato a dire che il suo partito voterà senz’altro sì. Lo stesso ha fatto il terzo polo. Gli unici che hanno detto no sono l’Idv e la Lega. Insomma la riforma del mercato del lavoro sta avendo come effetto quello di indebolire un Pd sempre più diviso rafforzando l’ala populista e demagogica rappresentata dal dipietrismo, e soprattutto quello di aumentare la forza contrattuale del Pdl, l’unico che abbia davvero in parlamento quel potere di veto che Gasparri vuole protervamente negare alla Cgil. Che vantaggio pensa di trarne Monti non è chiaro, anzi sono chiari solo gli svantaggi. 

Insomma il governo dei professori, con il massacro delle pensioni, le finte liberalizzazioni, le paralisi sul fronte Rai-telecomunicazioni, i balbettii su carceri e giustizia, si sta rivelando un ottimo affare per il Pdl e uno pessimo per il Pd. I sondaggi dicono che Monti ha sbagliato a non cercare un accordo con la Cgil e che il 60% degli italiani è contrario a modificare l’articolo 18, figuriamoci ad abolirlo. E’ questo che voleva il capo dello stato? Ed Eugenio Scalfari è ancora convinto che Napolitano sia un genio della politica? 

Alberico Giostra

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