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Alberico Giostra 09 Aprile 2012
CIO' CHE RESTA DELLA SECONDA REPUBBLICA.

Con la caduta di Bossi si sta perfezionando la crisi della seconda repubblica avviata con le dimissioni di Berlusconi e simboleggiata da una congiuntura economica le cui radici sono quel liberismo che è stato il motore immobile del regime avviato nel ‘92. Il cavaliere e il senatur, i due protagonisti decisivi di una fase politica caratterizzata dal populismo, dalla personalizzazione leaderistica e dalla concezione proprietaria dei partiti, sono stramazzati al suolo sotto il peso delle loro falsissime millanterie. 

La “loro” seconda repubblica era una paccottiglia di slogan deliranti e boccacceschi, che, nata dall’opportunistica adesione alla ventata forcaiola e moralistica post tangentopoli, è incappata in una inevitabile nemesi fatta di scandali giudiziari a sfondo familistico e tangentizio. Viste le premesse potentemente falsificatorie, diversamente non poteva andare. Che cosa accadrà ora? Partiamo dal Pdl. I berluschini sono quelli che risentiranno di più della crisi leghista perché se prima avevano almeno una residua speranza di rilanciare l’alleanza con la Lega, ora, con Maroni al potere, debbono rinunciarci definitivamente e con ciò debbono rassegnarsi a riporre nel cassetto anche l’ultima pallida speranza di vincere le prossime politiche o quantomeno di condizionare chi vincerà. Perché è chiaro che senza Lega la destra non ha mai vinto e mai vincerà. 

Altro fatto pressoché certo è che gli elettori in fuga dal Carroccio tutto faranno meno che votare Pdl, visto che non hanno mai potuto sopportare né Berlusconi né gli ex fascisti di An. Se qualcuno nell’immediato pensa poi che Maroni e i suoi possano rinverdire i fasti bossiani si sbaglia di grosso: l’obsolescenza leghista è ormai irreversibile. Al di là delle patetiche manifestazioni di fideismo dei seguaci di Bossi, non c’è nulla nello squallido armamentario dei cosiddetti padani che possa servire al paese o reggere il fuoco di una controversia politica. In questo senso basta pensare a quanti elettori del Carroccio guardano con favore al governo Monti per capire che, caduto Bossi, nulla li legherà a quell’usuratissimo simbolo. 

Chi erediterà allora i voti leghisti in libera uscita? L’astensionismo, in parte il Pd, in parte l’Udc e in parte l’Idv. Per quanto riguarda l’Udc o il terzo polo ci troveremmo di fronte ad un ritorno a casa di elettori da sempre moderati che vogliono riaffidare il governo del paese a mani sicure, il che vuol dire piene di “pietas” per i bistrattati ceti medi risparmiatori. Se voteranno invece Pd, ma non saranno tanti, potranno fare la differenza, perché potranno assicurare ad un governo di centrosinistra quella base di consensi al Nord che è sempre mancata a Prodi. Ma per far questo dovranno riavvolgere il nastro fino a prima della nascita della Lega e non sarà facile con i Borghezio ancora in circolazione. 

Last but non least, il voto a Di Pietro. Perché un elettore che fino a qualche mese fa sosteneva Berlusconi, ovvero il principale bersaglio dell’ex pm, dovrebbe votare Idv? Semplice: il partito di Tonino sa flottare con disinvoltura tra destra e sinistra, tra la Fiom e il federalismo demaniale, e la sua spregiudicatezza combinatoria post-ideologica è la stessa della base leghista. Inoltre, vista la persistente tara moralistica del piccolo borghese bossiano, l’Idv resta l’unico partito a non essere stato sfiorato da scandali giudiziari. La stessa cosa non si può certo dire del Pd, (vedi Penati) dell’Udc, (vedi inchiesta Finmeccanica) di Fli (ricordate Montecarlo?) di Rutelli (vedi il caso Lusi). Di imbarazzante su Di Pietro al massimo la gente potrà ricordare il caso Scilipoti, visto che questa è l’unica cosa che i conduttori televisivi bonariamente rimbrottano al leader Idv, ma altro la loro memoria, sempre molto corta come quella dei conduttori, non potrà rintracciare. 

E come potrebbe essere diversamente? Quale media ha mai avuto l’ardire di ricordare, ad esempio, che l’Idv è identico alla Lega, tanto è verticista, antidemocratico, totalmente privo di trasparenza nella gestione finanziaria, e persino familista? Chi mai ha trovato il tempo di sottolineare, parlando ad esempio di case, che, per carità, nulla di illecito, ma Di Pietro ha speso tra il 2002 e il 2008 oltre 5 milioni di euro in immobili? Che ha affittato due suoi appartamenti al partito? Che ha intestato ad una sede sociale dell’Idv una fattura per lavori di ristrutturazione relativi al suo appartamento di Via Merulana a Roma? Che non ha fatto mancare nulla alla campagna elettorale del figlio Cristiano, che ora è consigliere regionale esattamente come il Trota? 

E in ultima analisi chi ha ripetuto che Di Pietro tra il 2001 e il 2009 ha amministrato le finanze del partito con una impenetrabile associazione a tre che un paio di tribunali, contraddicendo l’ex pm, hanno riconosciuto diversa dal partito? C’è qualcuno tra i tanti, dotti, editorialisti nostrani che abbia ricordato che, Di Pietro dopo aver cancellato questa associazione con la quale ha percepito decine di milioni di euro di rimborsi elettorali, continua a nominare personalmente il tesoriere del partito anziché lasciare la scelta al congresso o all’esecutivo nazionale? 

E allora grazie alla somma di una serie di incredibili e sconcertanti amnesie e complicità, una sequenza di episodi che in qualunque altro paese europeo avrebbe stroncato la carriera politica di chiunque consentirà all’ultimo erede della fase più fallimentare della storia della repubblica di accreditarsi come protagonista anche in una fase diversa della nostra storia. E con lui, insieme all’ancora fortissima propaganda liberista, i rischi di una deriva plebiscitaria e populista resteranno incombenti sulla nostra debole democrazia.  

Alberico Giostra

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