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Alberico Giostra 10 Aprile 2012
MEGLIO DI UN CALCIO IN BOCCA.

Giuliano Cazzola ha dichiarato che al Pdl la riforma dell’articolo 18 sta bene così com’è. “E un compromesso debole ma in fondo lo possiamo accettare”, ha detto a Radio Uno. Certo, per il Pdl sarebbe stato meglio un vero licenziamento economico e crepi l’avarizia, ma si sono dovuti  accontentare di un finto reintegro. Meglio di un calcio in bocca devono aver pensato, soprattutto se a prendere il calcio in bocca saranno i lavoratori. 

Adesso in parlamento le truppe cammellate del padronato italiano si dedicheranno a smantellare quelle risibili concessioni che il governo dei professori ha elargito ai precari spacciandole come il toccasana contro le iniquità del mercato del lavoro. Come l’obbligo di assunzione dopo una serie di contratti a tempo determinato, regola peraltro imposta dalla comunità europea. 

Alfano, per giustificare l’ennesima iniziativa ammazza precari del centrodestra ha citato il caso di una giovane che gli ha detto disperata che per via di questa legge perderà il lavoro poiché la sua azienda non potendo assumerla a tempo indeterminato non le rinnoverà il contratto a tempo determinato. Insomma Alfano ha avuto la fortuna di incontrare forse l’unica precaria italiana che non vede l’ora di restare precaria e che è talmente contenta di esserlo che detesta fortissimamente chi la vuole aiutare a smettere di esserlo. C’è da giurare che se Alfano lavorasse in un Sert ai tossicodipendenti invece del metadone darebbe direttamente eroina. 

Inutile meravigliarsi. Abituati da anni a rendere la patria del diritto quella del rovescio, i berlusconiani cercano di far apparire un abuso come la norma, in modo tale da poter poi intervenire al massimo con un condono che in quanto tale regolarizza gli abusi e salva chi li commette. Il problema semmai è del centrosinistra che invece per legalizzare gli abusi anziché ai condoni ricorre a vere e proprie leggi, come quella che porta il nome di Treu e che nel 1997 ha introdotto in Italia il lavoro interinale. 

A gente così è ovvio che debba piacere la riforma del lavoro Monti-Fornero perché facendo finta di eliminare distorsioni e ingiustizie di fatto le legalizza. Bersani ad esempio ha fatto muro sui mancati reintegri nei licenziamenti economici con accenti che a tratti hanno anche riscaldato qualche vecchio cuore di sinistra, e dopo un’accorta opera di mediazione, è persino riuscito a far credere di aver vinto riottenendo il maltolto, ovvero i reintegri in caso di licenziamenti con motivazioni insussistenti. 

Peccato però che gli sia sfuggita la parolina che il furbo Monti ha piazzato lì, per non saper né leggere e né scrivere: “manifestamente”. Grazie infatti a questo magico avverbio ora i reintegri sono di fatto impossibili, come il premier si è premurato di far subito notare a quella consumata attrice della Marcegaglia che si mostrava fintamente indignata per le plateali concessioni alla Cgil. 

Che d’altra parte Bersani ami come lo smunto centrosinistra italico le soluzioni di facciata lo si capisce anche quando dice che con l’ultima modifica l’articolo 18 non rischia più di essere dichiarato incostituzionale perché i reintegri sono possibili in tutti i casi di licenziamento. Di che ci lamentiamo? In fondo poteva andarci peggio, perché per evitare il rischio di incostituzionalità Bersani avrebbe anche potuto accettare di togliere il reintegro in tutti i casi di licenziamento, anche quelli discriminatori.  Così non ci pensavamo più.  

Per quanto riguarda la Camusso che con il Pd ha digerito la balla della reintroduzione del reintegro, come giornalisti dovremmo ringraziarla perché è riuscita a salvare la faccia ad un collega di Repubblica, Claudio Tito che con un falso scoop aveva annunciato l’accordo tra Corso d’Italia e Monti sulla riforma dell’articolo 18. Ecco, la notizia allora era una bufala, adesso è diventata vera.    

Alberico Giostra

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