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Alberico Giostra 16 Aprile 2012
PER CHI LAVORA L'ANTIPOLITICA?

Peter Gomez scrive che Grillo non è l’antipolitica perché il Movimento 5 stelle si occupa di politica e la vuole cambiare. Evidentemente Gomez gioca con le parole e fa finta di non capire, o, meglio ancora, sembra parlare di se stesso e del suo giornale. Invece Grillo è l’antipolitica per un motivo molto più semplice e forse per questo più insidioso: perché vuol far credere di poter cambiare con un gesto, con un No, con un’invettiva, con una manifestazione, con una proposta risolutiva e definitiva la Politica e tutti i mali che essa rappresenta. 

E’ questo l’atteggiamento antipolitico: la velleità di dominare eventi, di comprimere pratiche, di reprimere contrasti con una decisione, con una scelta, con uno slogan. L’antipolitica è una dilettantesca semplificazione e la volontà di far apparire pericolosi e biforcuti azzeccagarbugli chi invece considera le cose un po’ più complesse. E Grillo, è evidente, sta interamente dentro questa mentalità. Da dove arriva l’antipolitica? Da molto lontano e insieme da molto vicino. Arriva dritta dal massimalismo primonovecentesco e da certi umori irredentistici, (Maroni non a caso cita Scipio Slataper) correnti che hanno sicuramente alimentato la nascita del fascismo. Ma arriva anche da più vicino, dal decisionismo craxiano, dal qualunquismo leghista e dal giustizialismo forcaiolo rinfocolato dalla stagione di Tangentopoli. Tutti umori, più che ideologie, in cui destra e sinistra si rimescolano consapevolmente così come è già avvenuto con il “mussolinismo”. 

Questo filone antipolitico che percorre il Novecento è caratterizzato da diversi aspetti, ad esempio il “giovanilismo” e la retorica delle “facce nuove”, ma soprattutto dall’insofferenza verso un aspetto essenziale della politica, quello mediatorio e conciliativo, tipico dei regimi dove vige il pluralismo e la democrazia, in una parola dall’antiparlamentarismo. I profeti dell’antipolitica propendono per le parole forti e ultimative, per le soluzioni rapide, per la ricerca dei capri espiatori, per i roboanti, “io me ne frego”. 

La spia di questa tendenza assai pericolosa è evidentissima in quei partiti che fanno dell’antipolitica il loro “ubi consistam”, come Lega, Italia dei Valori, e appunto M5S, partiti proprietari e personali dove ogni dissidenza è proibita, dove conta solo il volere del capo e dove ogni contestazione delle decisioni della maggioranza viene bollata come intelligenza con il nemico. In quei partiti che si presentano sempre come movimenti, chi dissente va incontro inevitabilmente a mobbing, vessazioni e infine espulsioni. 

Questa antipolitica, spesso dal sapore localistico e paesano, tende a convogliare contro il “palazzo” e il potere politico ogni risentimento popolare: dalle tasse eccessive, alle multe per eccesso di velocità, dalle condanne in tribunale fino all’esclusione da appalti o concorsi pubblici, vinti inesorabilmente da raccomandati e tangentisti grazie a complotti e pastette di poteri occulti. Un calderone dalla forte presa emotiva che si rivolge a tutti, purchè frustrati e vilipesi. In questo senso un aspetto decisivo dell’antipolitica è quello di “fare di ogni erba un fascio”, come direbbe Di Pietro. 

Nella critica anche giusta di derive corporative e castali della politica, vedi in Italia i palesi privilegi retributivi dei nostri partiti, o gli stipendi sicuramente eccessivi di dipendenti di Camera e Senato, normalmente i partiti di destra vengono accomunati a quelli di sinistra, unendo in una generale riprovazione chi ha sempre subdolamente difeso i privilegi, come le destre, e chi ha cercato, spesso non riuscendoci, di limitare con metodi democratici privilegi e ruberie. Questo è forse l’aspetto più pericoloso perché inesorabilmente l’antipolitica ha finito per privilegiare le destre plebiscitarie e populiste anziché le sinistre democratiche, bollate dai neoqualunquisti come deboli, inerti e colluse. Se anche eliminassimo burocrazia, finanziamenti pubblici dei partiti, auto blu, palazzi e tribunali, l'antipolitica non sparirebbe di certo perchè si alimenta di un rifiuto anarcoide e iperindividualista che guarda con sospetto "ab ovo" ogni forma di associazione e di decisione comune, anche se spesso straparla in nome di esse. 

Della tendenza alla confusione tra destra e sinistra sono stati protagonisti in questi anni soprattutto Di Pietro e il suo “maitre a penser”, Marco Travaglio, in una significativa convergenza con quotidiani come “Libero” e “Il Giornale”.  Anche la vecchia sinistra extraparlamentare criticava quella riformista accusandola di eccessiva disponibilità alle logiche del potere, ma in quel caso le divergenze vertevano sulla lettura del fenomeno capitalista, erano cioè conflitti teorici di grande portata, nulla a che vedere con il chiacchiericcio attuale sul menù della mensa del Senato. In questo senso l’odierna antipolitica è l’erede diretta del qualunquismo di Guglielmo Giannini, anche lui come Grillo un attore. Come non è un caso che allo straordinario successo del libro “La Casta” di Stella e Rizzo, uscito nel 2007, quando il centrosinistra era al governo, abbia fatto seguito nel 2008 una quasi plebiscitaria vittoria di Berlusconi, altro fraudolento detrattore di quello che egli stesso chiamava, “il teatrino della politica”. 

L’aspetto che differenzia in modo importante Grillo dalle destre e dagli stessi Di Pietro e Bossi, cultori di logiche sviluppiste tutte cemento e asfalto, è quel sapore di utopia ambientalista cui indulge spesso. Abbiamo assistito l’estate scorsa ad uno spettacolo in piazza del comico genovese. Ebbene ne è emerso un Grillo che è portatore di una visione palingenetica della tecnologia: la soluzione a tutti i nostri problemi per lui risiede nella tecnologia, che deve essere pulita, e soprattutto condivisa dalla gente. E’ questo del grillismo un elemento che non va ridicolizzato. Certo, basta aver frequentato l’ultimo dei “ragiunatt” lombardi per aver sentito sbrigativamente concludere che, “è la tecnologia che manda avanti il mondo, mica la politica”, ma quello che è certo però è che la vita di molta gente è cambiata (e si è allungata) per effetto del progresso tecnologico e che soprattutto con la Rete i cittadini hanno conosciuto forme associative e comunicative nuove che stanno modificando il rapporto tra il potere e le masse. 

Guai dunque a sottovalutare questo aspetto, anche perché il controllo democratico delle tecnologie è una questione essenziale per scongiurare la formazione sempre incombente di un “Grande fratello”. L’antipolitica però resta un pericolo. Da non demonizzare ma da non sottovalutare. La sua pressione rende molto stretto ogni passaggio soprattutto per la sinistra, che deve farsi carico di modificare efficacemente il “sistema” in un modo condiviso e a favore di lavoratori, famiglie e giovani, oltre che di liberarsi della inquinante presenza al suo interno di profittatori e disonesti. Sarebbe bene che se ne rendesse conto in primo luogo il Pd diventando il fattore decisivo di una vittoria delle sinistre sulle destre piuttosto che un ostacolo.

 

Alberico Giostra

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