Il Tribuno
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Alberico Giostra 05 Maggio 2012
PERCHE' DI PIETRO NON DEVE SOPRAVVIVERE ALLA SECONDA REPUBBLICA.

Che un partito come l’Italia dei valori cresca nei sondaggi deve essere un motivo di preoccupazione per tutti i simpatizzanti del centrosinistra e dunque di quella che riteniamo la parte migliore del paese. Il partito di Antonio Di Pietro non porta affatto bene ai progressisti nei quali si è pericolosamente insinuato. Da quando esiste, in tutte le elezioni cui ha partecipato, siano esse politiche, europee, e amministrative, accade che se il centrosinistra vince, l’Idv va male, quando invece il centrodestra prevale e i suoi avversari no, l’Idv va a gonfie vele. E questo perché gli elettori di centrosinistra avvertono Di Pietro come un antagonista piuttosto che un alleato. Quindi se vogliono che il centrosinistra governi ritengono superfluo rinforzare Di Pietro. Viceversa quando il vento spira a destra, e la gente vuole castigare il centrosinistra, premia anche l’Idv e i suoi atteggiamenti perennemente risentiti e punitivi. 

Ma c’è anche un altro motivo di preoccupazione che dovrebbe consigliare il centrosinistra ad astenersi dallo stringere alleanze con Di Pietro: l’Idv non è un partito democratico. Se infatti l’articolo 49 della costituzione fosse stato formulato in modo meno ambiguo, non escludendo cioè, come ora avviene, la vita interna dei partiti da quel concorso alla formazione della volontà popolare e della democrazia di cui recita, la creatura dell’ex pm sarebbe incostituzionale. I tanti militanti usciti disgustati non fanno che confermarlo ogni giorno: nell’Idv conta la volontà di una persona sola, Antonio Di Pietro, e chi si permette di dissentire o viene espulso o è costretto ad andarsene. 

Questa realtà nazionale si riproduce specularmente a livello locale dove, al posto dell’ex eroe di mani pulite, troverete un suo stinto alter ego, un gerarchetto dall’incerta provenienza o dall’impresentabile curriculum, dunque facilmente manovrabile dall'alto, al quale gli iscritti debbono allo stesso modo obbedienza cieca e assoluta, che decide e dispone senza il minimo controllo, violando regole e statuti, assommando illecitamente cariche e prebende, calpestando i meritevoli e i capaci e premiando i servi e gli "spacciatori" di tessere e voti. A Di Pietro è stato chiesto innumerevoli volte di cambiare questa deprecabile realtà ma pur avendolo promesso non ha mai mosso un dito. E diversamente non potrebbe essere perché un partito siffatto rappresenta appieno l’idea di (non) democrazia che ispira l’ex pm. 

Se visitate il sito dell’Idv conterete almeno 8 fotografie diverse del rais molisano e persino una notizia di rilievo internazionale, come la nomina di Sonia Alfano a presidente della commissione parlamentare europea antimafia, è stata praticamente nascosta solo perché la deputata Idv ha assunto posizioni critiche appoggiando a Palermo un candidato sindaco espulso dall’Idv. Il partito di Di Pietro è un califfato, una monarchia neanche costituzionale, dove l’obbedienza deve essere cieca e assoluta, un regno contadino, patriarcale e autoritario tipico dei microcosmi rurali. 

Ma c’è un’altra cosa che colpisce. "Il Tribuno. com" ha sempre associato l’Idv a quei partiti della seconda repubblica nati dalla tragedia di tangentopoli e ispirati da una logica plebiscitaria, carismatica, proprietaria, tipica di Forza Italia, Lega e appunto Italia dei valori. Ma in realtà se andiamo a vedere gli statuti di quei partiti ci accorgiamo che sono molto più liberali e democratici di quello dell’Idv. Per tacere poi del Pd, l'unico partito veramente pluralista e democratico che esista. 

La tanto vituperata Lega, il partito che in questi giorni viene liquidato come un’aggregazione corrotta e familista (non senza ragione) nel suo statuto prevede che sia il congresso federale, ovvero i militanti delegati, a eleggere il segretario del partito e una parte del consiglio federale, ovvero il nucleo fondamentale del potere interno.  Per quanto riguarda la sfera economica gli articoli 21 e 23 dello statuto del Carroccio se solo li leggesse dovrebbero far arrossire Di Pietro:  “La Federazione”, si legge, “non persegue fini di lucro. Tutto quanto è nella libera disponibilità e possesso di ciascuna Sezione Nazionale costituisce il patrimonio della Lega Nord, che è unico ed indivisibile”. Ed inoltre: “I rimborsi elettorali per le elezioni regionali saranno suddivisi fra la struttura federale e le sue Sezioni Nazionali, secondo le modalità stabilite, di volta in volta, con delibera del Consiglio Federale”. 

Nello statuto Idv si dedica a questo argomento una sola sfuggente riga nella quale si afferma che spetta all’esecutivo nazionale distribuire i fondi. Ma l'esecutivo ovviamente sull'argomento non è mai stato nemmeno interpellato e i finanziamenti pubblici sono sempre stati gestiti nella più totale discrezionalità da un vero e proprio cerchio magico. Anzi, Di Pietro dopo aver modificato il 9 gennaio 2009 la nomina del tesoriere affidandola all’ufficio di presidenza, organo comunque a sua totale disposizione, il dicembre successivo modificava ancora la norma riattribuendo a se stesso la nomina. 

Per quanto riguarda gli organi politici, l’esecutivo nazionale dell’Idv, non solo non decide nulla ed è un organo meramente consultivo del sovrano, non solo non viene eletto dal congresso nazionale che finora è stato convocato una sola volta in 12 anni, e che ha acclamato Di Pietro presidente, (che in sé assorbe anche il ruolo di segretario) ma è composto solo da membri di diritto: dai parlamentari (tutti nominati da Di Pietro), dai consiglieri regionali (candidati personalmente da Di Pietro), dagli assessori regionali (nominati da Di Pietro) e dai coordinatori regionali e provinciali, eletti da congressi spesso falsati quando non sono commissari nominati dallo stesso Di Pietro. Adesso potete capire perché l’ex eroe di mani pulite non ha detto una parola che una sulla crisi della Lega.  

Per quanto riguarda il Pdl, il suo statuto è cambiato rispetto a quello di Forza Italia, ma anche in questo caso, il partito di “plastica” per eccellenza, dove i soci si chiamavano iscritti e i circoli Club, ha approvato la sua carta formalmente con un’assemblea nazionale il 18 gennaio 1997, mentre Di Pietro, a partire dal 2000, gli statuti se li è scritti e approvati in perfetta solitudine da un notaio. Il Pdl, giustamente ricordato come in mano ad un solo uomo, dispone comunque di uno statuto che prevede che sia il congresso nazionale ad eleggere oltre che il presidente, anche l’ufficio di presidenza  e la Direzione nazionale.  

Il partito di Berlusconi inoltre prevede altri organi collegiali ed assembleari: il Consiglio nazionale, che raccoglie parlamentari, eletti e amministratori locali, l’assemblea dei parlamentari e la Conferenza nazionale dei coordinatori regionali. Il Pdl non è e non sarà mai una vera e propria democrazia, almeno fino a quando esisterà il cavaliere, ma se volesse potrebbe diventarlo senza modificare il suo statuto. L’Italia dei Valori, no. Nello statuto dipietrista esiste un solo potere quello del presidente, cioè Di Pietro. 

Pensate che fino al gennaio del 2009 è esistita nello statuto Idv la distinzione tra partito, e associazione a tre cui si accedeva tramite atto notarile, come in una Srl e composta da Di Pietro, sua moglie e un’amica di famiglia, Silvana Mura. C’era poi un articolo, il 16, che rappresenta nella storia politica italiana una tale vergogna antidemocratica che nemmeno lo statuto del PNF, il partito fascista, era riuscito a concepire. Recitava così: “Fino allo svolgimento del primo Congresso, i compiti dello stesso sono svolti dal Presidente dell’Associazione e dall’Esecutivo Nazionale del partito. b) FINO A SUA RINUNCIA (sic!!!), il ruolo di Presidente dell’Associazione viene assunto dal fondatore del Partito, on. le Antonio Di Pietro. c) FINO A SUA RINUNCIA, al Presidente fondatore – ed esclusivamente a lui, salvo sue deleghe espresse - spettano i seguenti ulteriori compiti”. 

Seguiva un interminabile elenco di poteri che nemmeno Mussolini deteneva: dall’approvazione dei bilanci, al controllo delle iscrizioni dei circoli, dalle iniziative disciplinari all’attribuzione di incarichi retribuiti, dalla titolarità dei siti internet a quella del simbolo. Di fatto il partito era una proprietà personale, e nessun congresso, nessuna opposizione interna avrebbe mai potuto fare alcunchè per detronizzare questo monarca assoluto. Ebbene, mentre questa vergogna era in atto illustri filosofi come Paolo Flores D’Arcais, o noti giornalisti come Marco Travaglio, candidavano Di Pietro a leader dell’opposizione antiberlusconiana. 

Ora l’associazione Italia dei valori non esiste più e nemmeno il famigerato articolo 16, ma in realtà è come se esistessero ancora e nell’Idv nulla è cambiato e nulla potrà mai cambiare finchè esisterà Antonio Di Pietro.  Con la caduta di Berlusconi e la crisi morale della Lega stiamo assistendo al fallimento della seconda repubblica ma sarebbe un insopportabile paradosso se a questa sciagurata fase politica caratterizzata da una delegittimazione delle regole democratiche e dello stato di diritto, sopravvivesse incolume un uomo come Di Pietro che ha incarnato questi difetti esattamente come Bossi e Berlusconi, se non addirittura peggio di loro. 

Se il cavaliere e il senatur hanno cercato di sospendere la democrazia in nome, l’uno di un presunto liberismo economico, e l’altro di una fantomatica Padania, gli umori forcaioli di Di Pietro hanno cercato di spacciare il disprezzo del pluralismo come antidoto alla penetrazione della corruzione, male endemico delle democrazie. A parte il conclamato fallimento della sua azione (vedi Sergio De Gregorio, i casi Scilipoti, Razzi e Porfidia e le tante vergogne locali) resta il fatto che beni primari come la democrazia, il pluralismo e lo stato di diritto non possono essere sospesi in nome di alcunchè, compresa una presunta azione contro la corruzione e il malaffare politico. 

Questa preoccupazione non deve mai essere viva come al tempo di un'antipolitica che, partendo come nel 1992 da problemi reali, sulla spinta di demagoghi da strapazzo, rischia di screditare definitivamente la democrazia senza peraltro intaccare l'unico vero nemico da battere, il capitalismo liberista. Se lo ricordino Bersani e Vendola ed evitino di fare l’errore di limitarsi a criticare Beppe Grillo associandosi poi ad Antonio Di Pietro. 

Alberico Giostra

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Commenti
Anna R.G. Rivelli 2012-05-06 10:44:50

Se l'IdV resiste ancora è solo perché ha una capacità mimetica non indifferente; nella stessa regione, nella stessa città addirittura, una parte del partito è di qua e l'altra di là; un po' al governo, un po' all'opposizione ... un gioco delle parti infinito, insomma. I militanti che hanno avuto più a lungo la capacità di turarsi il naso, stanno comunque uscendo dal partito e lasciano il posto ai soliti capetti e al nulla facilmente manovrabile. L'IdV è un pericolo serio. Ed è inutile continuare a dire che chi cerca di mettere in guardia gli altri ha dei rancori personali; solo, infatti, chi ha conosciuto bene questo partito, chi ha visto il doppio ( o anche triplo e quadruplo) binario su cui marcia, può capire quanto sia pericoloso davvero. La facciata è tutta zucchero e miele, con una capacità notevole di sedurre chi, per condizione, cultura o interesse, si ferma alla superficie e alle apparenze. Non c'è differenza tra le vecchie signore e i balordi coi copricapo vichinghi che ancora inneggiano a Bossi (nonostante il figlio, tanto così fan tutti) e quanti credono che Di Pietro sia un messia. Anzi, una differenza c'è; i secondi sono spesso in buona fede, davvero pensano che quello che l'IdV dice sia quello che l'IdV fa; non immaginano quante volte i dipietristi alzano la voce per poter partecipare alle spartizioni prendendo una fetta più grossa, quante ambiguità ci siano nella gestione del partito e dei finanziamenti, quanti di questi indefessi sostenitori delle "liste pulite" non conoscano per sè acqua e sapone. La differenza, a pensarci bene, è enorme. Chi seduce e tradisce chi è in buona fede e crede davvero nei valori è assai peggiore di chi comanda un esercito di balordi.

stefano calamassi 2012-05-05 21:04:46

Caro Alberico, in questo articolo hai espresso in modo esemplare quello che io da anni penso di Di Pietro. Se non fosse esistito Berlusconi non sarebbe esistito nemmeno Di Pietro. Fin dai tempi di mani pulite con le continue manifestazioni da capopopolo e da Masaniello sempre alla ricerca del palcoscenico e andando tante volte oltre i suoi compiti. Ricordi quante volte Borrelli dovette intervenire per correggerlo e farlo rientrare nei suoi confini. Questo smisurato egocentrismo in salsa molisana, con espressioni dialettali ed errori didattici accuratamente studiati e proposti al momento opportuno per apparire uno del popolo. Vuole apparire per quello che in realtà non è: vuole essere di sinistra e invece è, per natura di destra, criticava e attaccava B ed invece è tale e quale a lui. Dispotico e intollerante all' ossessione. Vuole essere democratico e come dici tu è un dittatorello sudamericano del suo partito. Si è circondato di personaggi oscuri, deboli e insignificanti come i suoi capigruppo parlamentari. Nessun parlamentare, ad eccezione di qualche sporadica apparizione, interviene in parlamento o nelle trasmissioni radio-televisive. Lui è sempre presente e presenzialista, un giorno, non ricordo la data è intervenuto a Radio anch'io arrivando ad elogiare il conduttore Po come esempio di pluralismo e serietà (figuriamoci), nel pomeriggio a Baobab, la sera a Servizio pubblico, omaggiato e riverito dal duo Santoro-Travaglio. Tutto questo come saprai meglio di me si ripete quotidianamente. Io non so se la partecipazione a queste trasmissioni è suscettibile della par condicio. Certo è che quanto lui non appare nessuno. I suoi interventi sono sempre ed esclusivamente indirizzati contro il PD dal momento che B è dietro le quinte. Come era prevedibile con l'ascesa di Grillo che in quanto a qualunquismo non è certo da meno del nostro, sente e vede in pericolo il suo ruolo di erede di Giannini, parte all' attacco dello stesso dopo anni di amore e di cinguettio. Anch' io penso che per il bene del centrosinistra sarebbe doveroso che un tale personaggio fosse allontanato dalla coalizione.

 

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