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News by Dire
Rassegna stampa a cura di Francesco Ferrari

"L'ITALIETTA E IL 'PARTITO DEGLI ONESTI': DA GIANNINO A BOSSI, A DI PIETRO AD ANGELINO ALFANO.


3/7/2011


L'Italietta e l'eterno mantra
del "partito degli onesti"

Da Giannini a Bossi, Di Pietro, il Pdl: un'arma impropria dagli esiti bifronti
E già, «il partito degli onesti». L’ha rivendicato mezzo mondo, nella politica italiana, gente delle più diverse provenienze, e coi più diversi risultati. Il difficile è esserlo, però. Restarlo, a volte. Nel caso del Pdl, come ha detto il neosegretario, illuminante: «diventarlo».

E a parte il fatto che qualcuno onesto lo era per davvero, e qualcun altro appunto doveva «diventarlo», da sempre il mantra dell’«onestà» è stato agitato - nell’Italietta eternamente opaca - come arma impropria per sbandierare un rinnovamento, propugnare un cambiamento, meritare uno sdoganamento. Il Pci di Berlinguer a metà degli anni settanta sorpassò una Dc esangue e spesso corrotta dicendo «siamo il partito dell’Italia onesta», facendone insomma, con formula poi immortale, una «questione morale». Ma era il partito di Berlinguer e Pajetta (uno che viveva in una casa senza termosifoni), non quello di Papa e Cosentino; nondimeno, anche nei casi in cui l’onestà è stata sul serio praticata, ha potuto poi produrre equivoci politici, se non proprio le ironie che circolano in queste ore dappertutto sul Pdl «partito degli onesti».

Tra i primi che pretesero l’onestà in politica c’erano di sicuro, per capirci, uomini come Ferruccio Parri, o i fratelli Rosselli, Giustizia e Libertà e il Partito d’Azione, sempre così inviso a tutti gli immoralisti di ogni tempo: gente la cui onestà era così vera da dar fastidio per la sua irraggiungibilità. Ma anche Guglielmo Giannini: nel 1944, sul settimanale L’Uomo qualunque, ancor prima della nascita del partito nel ‘46, si leggeva «siamo l’Italia della gente qualunque, personeoneste contro il malaffare dei partiti». Della serie: bifronte fin dalla culla, in seguito il mito del «partito degli onesti» s’è alquanto degradato, svilito. È diventato un rito. Nel peggiore dei casi una specie di maledizione per chi lo evocava.

Nella stagione a cavallo del 1991-1992, Giorgio La Malfa uscì dal governo Andreotti VII perché, spiegò, puntava a fare del Pri «il partito degli onesti», citando l’inventore della formula, Giovanni Spadolini. Il partito arrivò al 4,4 ma poi La Malfa ebbe le sue traversie politiche e dovette a sua volta dimettersi. Nel ‘91 Nando Adornato scriveva su Repubblica che bisognava «svegliare l’Italia degli onesti», e Paolo Flores ricordava su Micromega che c’era un fronte degli onesti che poteva mettersi insieme contro la Dc moribonda: Bruno Visentini, Achille Occhetto, Mario Segni dei referendum, Leoluca Orlando, che chiamava a raccolta «la Sicilia onesta»... Cosa ne nacque si sa: la «gioiosa macchina da guerra» poi sbaragliata dal primo berlusco-leghismo.

Accade un po’ perché l’Italia purtroppo non è mai stata granché sensibile ai richiami «degli onesti», anche i suoi intellettuali, Benedetto Croce nei Frammenti di etica scriveva, pure troppo realista: «L’ideale che canta nell’animo di tutti gli imbecilli è quello di un areopago composto di onest’uomini ai quali dovrebbero affidarsi gli affari del proprio Paese. Quale sorta di politica farebbe codesta accolta di onesti uomini tecnici per fortuna non ci è dato di sperimentare, perché mai la storia ha attuato quell’ideale e nessuna voglia mostra di attuarlo». E un po’ perché gli onesti non sempre risultano all’altezza. Antonio Di Pietro, che la metafora l’avrà usata qualche centinaio di volte, ha visto nel 2009 un dossier di Micromega demolire l’Italia dei valori per le tante opacità del suo ceto politico. Eppure ancora nel 2010 Tonino, oggi assai moderato, proclamava «è giunta l’ora di dividere il campo in due: da un lato il partito dell’illegalità a struttura e vertice piduista, dall’altro noi».

E che dire della Lega? Bossi la fondò come «partito della gente onesta che s’è rotta le scatole», negli ultimi anni le cose devono essere un po’ cambiate, se i suoi stessi uomini - per esempio il sindaco di Treviso Gian Paolo Gobbo - hanno levato ripetuti lai, «qui diventiamo il partito dei disonesti». Roberto Maroni è pure andato in tv a Matrix a rispondere a un’orazione civile di Roberto Saviano, che raccontava delle pericolose vicinanze tra ‘ndrangheta e politica in Lombardia: «La Lega è il partito degli onesti», ritenne opportuno dire il ministro dell’Interno. Le parole contano, i mantra ci sorreggono.

Per farla breve, alcuni fanno dell’onestà qualcosa di talmente alto da apparire quasi inarrivabile, uno standard elitario che intimidisce, e allontana le folle italiche più inclini al magna magna, o al tirare a campare. Altri dicono «partito degli onesti» e già il sugo gli sbaffa gli angoli della bocca: onesti a chi?, avrebbe detto Totò all’onorevole Cosimo Trombetta.

Il vantaggio del Pdl è che non deve attendere, per far scontrare il mito con la realtà: la sua lista di zone grigie è sin d’ora compulsabile, anche oltre i trentacinque tra condannati e indagati. Per questo il segretario Alfano avrà compito due volte arduo: perché il mantra è di per sé difficile da tradurre in opere, e anzi, quasi porta iella se ostentatamente evocato in politica. E da quelle parti i padri fondatori - non Parri e i Rosselli - sono Marcello Dell’Utri, che nel novembre ‘94 teorizzò «vogliamo un partito a disciplina militare; anzi, aziendale». L’idolo, come nel film di Elia Kazan, era Lonesome Rhodes, il Solitario capace di dribblare la galera per arringare le folle. «Conviene diffidare di chi propone l’onestà come sua unica offerta politica». Editoriale del Giornale , 25 luglio 2010, è passato solo un anno.




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