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News by Dire
Rassegna stampa a cura di Francesco Ferrari

BERSANI: "MACCHINA DEL FANGO CONTRO IL PD. IL PD E' TOTALMENTE ESTRANEO ALLE VICENDE DI CRONACA"

27/07/2011

Inchieste, l'ira di Bersani:
"Macchina del fango contro il Pd"


Il segretario annuncia querele:
"Sono aggressioni, non critiche"

ROMA
«Era ora...». E la parola d’ordine a Montecitorio nei capannelli dei deputati del Pd. Non solo alcuni quotidiani, ma anche nel partito molti aspettavano che Pier Luigi Bersani ci mettesse la faccia sulla questione morale e reagisse, come oggi ha fatto, a quella che per i democratici è «una smaccata campagna» di delegittimazione. 

Bersani lo dice così: «Le macchine del fango che girano, se sperano di intimorirci si sbagliano di grosso. Noi abbiamo capito quello che sta succedendo. Lo abbiamo capito». Il segretario del Pd non nega gli errori, sulla vicenda Tedesco intanto, ma respinge l’aggressione verso di lui e il partito: «Le critiche le accettiamo. Le aggressioni no, le calunnie no, il fango no. Da oggi iniziano a partire le querele e le richieste di danni. Sto facendo studiare la possibilità di fare una class action» da parte di tutti gli iscritti al Pd. 

La reazione di Bersani era attesa e auspicata. Anche perchè, per dirla con Goffredo Bettini, «le nostre pratiche politiche sono compromesse, soprattutto al Sud». La questione pesa anche nei sondaggi. Il Pd è sempre primo partito ma ha subito una flessione. «Ci raccontano come i protagonisti di una questione morale nel Paese -osserva Matteo Orfini- mentre assistiamo a un grande pudore su fatti inquietanti che riguardano ministri e alla scomparsa dai giornali di Tremonti e delle vicende che lo coinvolgono». E infatti è proprio questo il punto su cui Bersani contrattacca: «Su Tremonti aspetto anche io spiegazioni come tutti, non so se devo prendere per buono quello che dice Milanese».

Bersani rivendica la linea tenuta dal Pd sulle inchieste. «Noi ci stiamo muovendo su quattro fronti: rispetto assoluto della magistratura; tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge; al netto della presunzione di innocenza chi è investito da un’inchiesta faccia un passo indietro per non imbarazzare istituzioni e partiti e infine i partiti devono attrezzarsi per darsi regole stringenti sulla trasparanza, garanzia e controllo». Detto questo, il segretario del Pd si interroga su come mai non venga chiesto conto anche da altre forze politiche coinvolte in inchieste e che non stanno muovendosi come i democratici: «Noi queste cose le stiamo facendo, ma vorrei capire perchè queste cose lo dobbiamo fare solo noi. Perchè non lo si chiede a nessun altro? Guardando i tg o leggendo i giornali c’è da rimanere allibiti. Non credo che siamo noi il problema. La macchina del fango ha cominciato a girare ma se pensano di intimorirci si sbagliano di grosso. Abbiamo capito quello che sta succedendo».

Quindi sul caso Penati osserva: «Credo che Penati abbia fatto bene a fare un passo indietro. Mi piacerebbe che anche altri che ricoprono funzioni di rappresentanza politica o isituzionale facessero lo stesso. Non mi sembra che la cosa riguardi solo noi». E quindi parla della vicenda Milanese: «Noto un silenzio tombale sui giornali e in tv su vicende che meriterebbero un profilo d’attenzione. Come mai non c’è un editorialino su questa cosa? - si chiede Bersani -. Come mai questa cosa non si è vista da nessuna parte? Io lascio giudicare la gravità di questa cosa agli altri. E se non suscita un minimo di attenzione, allora la pongo io».

I vertici del Pd si stringono attorno al segretario. Da Rosy Bindi a Enrico Letta. «La posizione di Bersani è quella del partito», ripetono. «Un partito -dice il vicesegretario Letta- di gente pulita, in cui la militanza e la partecipazione sono i valori di un impegno a servizio del Paese. Nessuna macchina del fango potrà distruggere questi sentimenti e questo impegno». Per il capogruppo alla Camera, Dario Franceschini, «Bersani ha difeso con parole indignate e tutte condivisibili il Partito Democratico. Il tentativo maldestro in corso è quello di dimostrare che in politica tutti sono uguali per coprire le responsabilità e le colpe della destra e dei suoi esponenti. Noi lo respingeremo con la forza e con l’unità del Pd». 

Ma c’è chi invita a non abbassare la guardia e soprattutto a sciogliere i legami tra politica e affari. Come Goffredo Bettini: «Vedo naturalmente le strumentalizzazioni. Per carità, non mi sfugge che ancora come Partito Democratico siamo sicuramente la cosa politicamente migliore. Però non c’è dubbio che, io dico dal 1992, avremmo dovuto fare quella riforma di noi stessi e stabilire un nuovo rapporto con i cittadini, più trasparente, più vivo, più efficiente e più efficace. Non lo abbiamo fatto, e le nostre pratiche politiche sono grandemente compromesse soprattutto nel Mezzogiorno»


L'ira di Bersani "Ora basta fango via alle querele"

Nel Pd oggi è il giorno del contrattacco sulla questione morale: Pierluigi Bersani non ci sta a finire sulla graticola e spara a zero contro la «macchina del fango» sulle inchieste che coinvolgono esponenti del suo partito. «Il Pd è totalmente estraneo a tutte le vicende di cui si parla», ha detto il segretario del Pd nel corso di una conferenza stampa alla Camera. Per questo «cominceranno a partire le querele e le richieste di danni», ha ammonito. «Lo dico alla macchina del fango: se sperano di intimorirci si sbagliano di grosso, abbiamo capito», ha insistito. «Queste vicende non ci faranno chiudere la bocca su quanto sta accadendo da altre parti», ha aggiunto.

Corriere della Sera.it
27 luglio 2011

Il Pd e le inchieste, l'ira di Bersani 
«La macchina del fango non ci fa paura»

MILANO - Pier Luigi Bersani non ci sta. Le critiche che i giornali muovono al Pd, travolto e «turbato» dalle vicende di Tedesco, Penati e Pronzato, fanno andare su tutte le furie il segretario dei democratici. Che promette battaglia. 
Se la prende con le «macchine del fango che iniziano a girare» il numero uno del Partito democratico. E avverte: «Se sperano di intimorirci si sbagliano di grosso. Le critiche le accettiamo - sottolinea Bersani - le aggressioni no, le calunnie no, il fango no. Da oggi iniziano a partire le querele e le richieste di danni. Sto facendo studiare la possibilità di fare una class action» da parte di tutti gli iscritti al Pd. Il leader difende il suo partito, dice che il Pd «è totalmente estraneo a tutte le vicende di cronaca di cui si parla» e assicura: «Il turbamento non ci farà chiudere la bocca». I democratici, osserva Bersani, «si stanno muovendo su quattro principi: il rispetto assoluto della magistratura, il principio per cui, onorevoli o meno, tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, quello per cui chi è investito di una funzione pubblica, quando è indagato, fa un passo indietro per non imbarazzare il partito, al netto della presunzione di innocenza. E infine chiediamo che si faccia una legge sulla trasparenza dei partiti».
LETTERA AL FATTO - In una lettera al Fatto Quotidiano il numero uno del Pd ha affrontato il caso Penati, suo ex braccio destro coinvolto nell'inchiesta sulle presunte tangenti a Sesto San Giovanni e sui rapporti con l'imprenditore Marcellino Gavio. «Non dovrebbe essere troppo disagevole considerare quali siano le persone che davvero ho motivato e promosso in lunghi anni di vita amministrativa. Ho la presunzione di credere che verrebbe riconosciuto che si tratta di gente in gamba e di gente sicuramente perbene», ha scritto Bersani. E ha spiegato: «Il ministro delle Attività produttive conosce tutti i principali imprenditori italiani. Li conosce, non li sceglie. Gavio, segnalandomi la preoccupazione per un contenzioso aperto con la Provincia di Milano, mi disse di non conoscere il presidente appena insediato e mi chiese di favorire un incontro con Penati. Così feci, via telefono». Il leader democratico ha chiesto poi di mettere la vicenda Pronzato «nelle giuste dimensioni». «Ho saputo dai giornali che Pronzato era un mio uomo. Non è mai stato mio consigliere alle Attività produttive», ha scritto Bersani. «Lo trovai 11 anni fa al ministero dei Trasporti come consigliere ministeriale, lo confermai assieme agli altri consiglieri per il solo anno in cui fui ministro. Divenne consigliere Enac parecchi anni dopo». «Quella del doppio incarico è una cosa inopportuna», ha aggiunto. «Non nego dunque di aver ricavato insegnamenti dalla vicenda, ma vorrei che fosse messa nelle giuste dimensioni».



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