Il Tribuno
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"Il nostro Presidente non vuole dei leccapiedi. Ciò che vogliamo sono uomini indipendenti e integri che, una volta che avremo preso le nostre decisioni, concorderanno con ognuna di esse". Joseph Heller, "Gold" (1979)
   
News by Dire
Rassegna stampa a cura di Francesco Ferrari

EPURARE, EPURARE, EPURARE


26/7/2010 (7:13) - LA STORIA, GUAI AI DISSIDENTI
L'epurazione, vizietto bipartisan
L'onorevole Fabio Granata
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Granata espulso sarebbe 
solo l’ultimo caso
di una serie infinita,
a destra come a sinistra
MATTIA FELTRI
ROMA
C’è epuratore ed epuratore. C’è il serial killer, come Umberto Bossi, e il virtuoso del coltello, come Walter Veltroni: la cacciata di Riccardo Villari dal Partito democratico, alla fine del 2008, è un gioiello di spietatezza. La Stampa ricordò le mani di Karl Radek, la scoperta di Franco Fortini in un saggio del 1965 (Verifica dei poteri. Scritti di critica e di istituzioni letterarie); Fortini analizzava un filmato di Lenin alla Terza internazionale, dietro Lenin c’era anche Nicola Bombacci che sarebbe poi diventato fascista di Salò e c’era Radek con gli occhialini e la barbetta e rideva, e alla fine gettava le braccia in avanti. Fortini visionò due copie diverse del medesimo filmato e nella seconda, passata per le mani di forbice di Stalin, la faccia di Radek era stata cancellata, poiché era caduto in disgrazia, ma le mani no, ed erano rimaste a gesticolare galleggianti nei fotogrammi. 

Villari - qualcuno ricorderà - era stato eletto alla presidenza della Vigilanza Rai senza i voti dei compagni e, siccome non si schiodava, venne estromesso prima dal gruppo poi dal partito e, su demoniaca pretesa di Veltroni, cancellato dall’elenco dei fondatori del Pd. Villari non venne purgato, venne obliterato, eliminato dalla storia, sparso il sale sulla sua ombra. Mai esistito.


Bossi non si occupa di queste crudeltà d’archivista. Lui rade al suolo. Con l’elenco dei pogrom leghisti si potrebbe scrivere un breve manuale del genocidio politico: dalla sorella di Umberto, Angela, col marito Pierangelo Brivio, poi passati ai movimenti dell’irrilevanza, e fino a Maurizio Grassano, subentrato in Parlamento a Roberto Cota e poi defenestrato perché inquisito, si percorre un camposanto. Per intenderci: nel 1999 Domenico Comino venne messo alla porta perché osava intrattenere rapporti con il mafioso di Arcore e due anni più tardi toccò a Francesco Tabladini perché al contrario osava contestare il rinato accordo coi berlusconiani, che però mafiosi non erano più. E ci sono le vicende di Franco Rocchetta, Gianfranco Miglio, Giancarlo Pagliarini, delle decine di veneti allergici al «neocentralismo lombardo» e lì il confine fra l’abbandono e la deportazione è labile. E’ che Bossi è un diserbante. Nel 1990 ammise di aver falciato uno perché «culattone»: «Un ragazzo per bene ma era omosessuale. Quanti partiti democratici hanno omosessuali dichiarati, cioè donnicciole, nei loro posti chiave? Un omosessuale è persona di tolleranza fragile, instabile».

Così, dopo un po’, la pretesa di far fuori Fabio Granata non sembra nemmeno tanto campata in aria, soprattutto perché non è che Alleanza nazionale fosse una congregazione così ecumenica. Spettacolare è la vicenda della Caffettiera ai cui tavolini - luglio 2005 - sono seduti Maurizio Gasparri, Ignazio La Russa e Altero Matteoli. Siamo a Roma, piazza di Pietra. Li ascolta un giovane stagista del Tempo, Nicola Imberti. I tre parlano di Gianfranco Fini: «E’ malato, non vedete come è dimagrito, gli tremano le mani. Non possiamo farlo trattare con Berlusconi sul partito unico. Non è capace!». E ancora: «La vera questione è capire chi è Fini oggi. Dobbiamo andare da lui e dirgli: svegliati! Se serve prendiamolo a schiaffi, ma scuotiamolo». (...) Poi, ma questa è cronaca, sottrasse al trio le cariche nel partito e azzerò tutte le correnti, in quanto correnti distruttive, mentre la sua attuale è costruttiva.  (...)
E siccome il centralismo democratico non piace a nessuno, eccetto che ai capi, una bella medaglia alla memoria del Novecento spetterebbe anche ad Antonio Di Pietro che, a giugno, ha messo al bando dall’Italia dei valori Nicola D’Ascanio, presidente della Provincia di Campobasso, poiché aveva deliberato di nominare tre assessori graditi a lui ma sgraditi alla segreteria, che ne aveva vanamente indicati altri tre.



Blitz quotidiano
12 giugno 2010

Campobasso, non segue le indicazioni del partito: presidente della Provincia espulso da Idv

Antonio Di Pietro

Il presidente della Provincia di Campobasso, Nicola D’Ascanio, è stato espulso dall’Italia dei Valori perché ha nominato assessori nomi non graditi al partito.

Anche i tre assessori sono stati allontanati dall’Idv: si tratta di Giovanni Norante, Angelo Spina e Michelino Borgia. I vertici dell’Idv infatti avevano indicato a D’Ascanio una terna diversa da inserire nel nuovo esecutivo.

Il partito annuncia anche che sarà fuori dalla coalizione di centrosinistra: i consiglieri provinciali dipietristi non hanno partecipato alla riunione del consiglio provinciale nel corso della quale D’Ascanio ha comunicato le deleghe agli assessori della nuova giunta.

In aula c’é stata anche la surroga del consigliere Annamaria Macchiarola (Pd) che é diventata assessore; al suo posto è subentrato Giovanni D’Avanti. La decisione di espellere D’Ascanio rischia di provocare un terremoto nel centrosinistra molisano.

Il presidente della Provincia, che è di Montenero Di Bisaccia, lo stesso paese di Di Pietro, era approdato all’Idv lo scorso anno dopo un burrascoso divorzio con il Partito Democratico.

Il matrimonio politico con il conterraneo leader dell’Italia dei Valori però aveva cominciato a traballare già qualche mese fa con nuove divisioni alla Provincia e con la sconfitta del centrosinistra a Termoli e a Montenero Di Bisaccia.

http://www.blitzquotidiano.it/politica-italiana/campobasso-presidente-provincia-d-ascanio-espulso-idv-420377/



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