Il Tribuno
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"Il nostro Presidente non vuole dei leccapiedi. Ciò che vogliamo sono uomini indipendenti e integri che, una volta che avremo preso le nostre decisioni, concorderanno con ognuna di esse". Joseph Heller, "Gold" (1979)
   
News by Dire
Rassegna stampa a cura di Francesco Ferrari

TREMAGLIA - DI PIETRO, "LA STORIA VERA: TRADIMENTI"

Mirko Tremaglia - Di Pietro
 FILIPPO FACCI - "DI PIETRO" La Storia Vera  - 2009 Ed. Mondadori



Cap. X - PP. 330 - 331- 332    TRADIMENTI

[Anno 1997] ... Se l'amore è amore, Mirko Tremaglia amò Di Pietro di un sentimento irrimediabile. 
L'anziano ex repubblichino, più ancora di altri pretendenti come Maurizio Gasparri e Alessandra Mussolini , aveva perdonato all'amato i voltafaccia più stomachevoli. Aveva la fissa che Berlusconi dovesse lasciare il posto a Di Pietro perché il centro-destra, con il Cavaliere non avrebbe vinto mai: la sua passione accecava ogni veggenza. 
Tuonava sempre: "Un passo indietro di Berlusconi sarebbe un segnale utile", "A me Di Pietro ha detto che non tradisce le sue radici e le sue radici non sono a sinistra", "Ne ho parlato con lui e c'è convergenza assoluta". 


L'anziano senatore aveva già raccontato che fregatura gli avesse tirato Tonino l'anno precedente. 
Si erano visti il 1° maggio [2006] e l'ex pm aveva fantasticato di un futuribile "Polo B" che scalzasse il Cavaliere in accordo con Alleanza nazionale, una cosa centrista, nel senso che avesse Tonino al centro. 
Tremaglia s'era agitato perché Gianfranco Fini e Mario Segni non sognavano altro, secondo lui. 
Non sapeva che l'amato gli stava propinando il Piano B nelle stesse ore in cui aveva già accettato di fare il ministro per il Governo Prodi, incarico che avrebbe reso noto l'indomani. 
E SE PER DI PIETRO FEDELTA' E PAROLA VALEVANO ZERO, DALL'ALTRA C'ERA UN EX REPUBBLICHINO PER CUI MORTE E TRADIMENTO SE LA BATTEVANO TRA DI LORO.


Ora, all'inizio del luglio 1997 ci sarebbe terribilmente ricascato. 
(...)    Era il 15 luglio e nel pomeriggio [Tremaglia] era già a Bergamo a casa. 
Fissò un appuntamento con Di Pietro per le 18. Atterrò a Ciampino ma d'un tratto incrociò proprio Di Pietro che s'imbarcava per Bergamo. 
Non gli aveva detto niente.
Ebbe un presagio sinistro, o sinistra, perché aveva letto un articolo sul "Messaggero"che associava Tonino a trame col Pds. La domanda fu secca, da vero innamorato: "Hai visto D'Alema?". "No, ho visto Bargone". 
Capirai, Antonio Bargone era un brindisino fedelissimo di D'Alema. Ma Tonino fu rassicurante. 
Aggiunse solo che entro la fine della settimana avrebbe deciso che cosa fare e soprattutto se inventarsi o no un movimento politico tutto suo, eventualità che mandava Tremaglia in sollucchero.
Quando più tardi l'ex repubblichino entrò a Montecitorio, però, tutti presero a sfotterlo: visto?, il tuo amico Tonino ha incontrato D'Alema al Testaccio. 
E lui: "Non  è vero, l'ho appena visto e mi ha detto che non è vero". Un paio di giornalisti lo presero da parte: Mirko, guarda che è vero sì, ci sono i testimoni. 
Dopo cena, tremebondo di rabbia, il senatore settantunenne richiamò l'amato: "Non puoi prendermi per il culo. Tutti dicono che hai incontrato D'Alema e io faccio la figura che faccio". 
E quell'altro: "Ti dico che non è vero. Ho visto soltanto Bargone".
Il giorno dopo "la Repubblica" aveva questo titolo: "Grazie Massimo, ho voglia di Politica". 'L'incontro di venerdì tra depistaggi e smentite'.
Ma la notizia che Di Pietro sarebbe subentrato al senatore dimissionario Pino Arlacchi, candidandosi nel collegio blindato del Mugello, sarebbe circolata solo nel pomeriggio. 
Quando le agenzie di stampa l'avevano appena battuta, a Tremaglia squillò il cellulare. Era Di Pietro: "Mirko, prima che tu venga a sapere dalle agenzie... ".
E GLI MENTI' ANCORA. 
Lo assicurò che si sarebbe candidato come indipendente: invece, no, sarebbe risultato un senatore ulivista con tutti i crismi, come D'Alema  aveva preteso. 
Della replica telefonica di Tremaglia , dopo che Di Pietro si era spinto a citargli "il tuo Berlusconi", è noto un "ma porca puttana" e poco altro.
Bruno Vespa, a rendere ancora più pucciniano il finale, farà notare a Tremaglia che nel giorno in cui lui aveva ricevuto quel fax da Castellanza, quello con la rubrica in cui Di Pietro faceva da sponda a Fini, l'ex pm in realtà si trovava a Brindisi a festeggiare il compleanno di Antonio Bargone, nuovo inseparabile amico.
Tonino, cioè, aveva deciso il salto della quaglia da almeno dieci giorni.
QUESTO L'UOMO.. 
E forse non è un caso che a riferire una verità di quei giorni sono due che gli vollero bene.
Uno, appunto, è Tremaglia: "Quando Berlusconi rivendicò il merito di aver convinto D'Adamo a parlare, la testa di Di Pietro se ne andò" 
L'altro è Elio Veltri. Incontrò Tonino al bar Giolitti vicino a Montecitorio -ha raccontato- e ricorda ancora le parole dell'amico: 
"Mi devo candidare e devo essere eletto perché Pacini Battaglia ha paura solo di quelli che stanno dentro il Palazzo" 
A Veltri si gelò il sangue. 










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