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Rassegna stampa a cura di Francesco Ferrari

PADRI E FIGLI: DA BOSSI A DI PIETRO, DA MASTELLA ALLA MORATTI...

9/4/2012 - Il Trota e suo papà; ma anche troppe altre famiglie onorevoli



Padri e figli, la family e l'Italia dei clan
Dal primo scandalo all'ultimo, tra case all'estero, macchinoni e un tengo famiglia che non ha latitudini
Uccidere il padre, già; o magari sarebbe meglio uccidere i figli. Gettarli dalla rupe al primo segno di mollezza, imbastardimento, fighetteria. Abbandonarli al loro destino e che crescano un po' da soli se ce la fanno, come si faceva a Sparta coi bimbi nati più deboli.

Perché è da loro che arrivano guai, contumelie, carriere stroncate, nell'ultima stagione politica italiana: dai figli, o da parenti stretti. Sono i figli che succhiano, anime e Suv Bmw, e i padri che pagano, cioè più che altro fanno pagare gli altri, ma alla fine pagano pure loro, in un altro modo. Non solo nel caso del Senatur.

In altre ere è successo persino che i figli pagassero per i padri, come il povero Piero Piccioni - figlio dell'allora ministro degli Esteri, il potentissimo democristiano Attilio Piccioni che nel '54 si vide accusato della morte della ragazza trovata sulla spiaggia di Torvaianica, Wilma Montesi (fu assolto due anni dopo). Oggi non capita praticamente mai, sono i figli che godono e vanno in giro in Lamborghini coi Valeri Merola - come vien fuori che facesse il Trota Bossi e i padri che o accettano per sopravvissuta incapacità (l'immagine di Bossi che viene propagandata per lo più) o magari - più credibile - usano il potere per aiutarli, sdoganargli il loft, favorirgli la carriera politica, dargli una mano a metter su casa a Trastevere.

Noi ora siamo qui a parlare di Renzo Bossi, e la storia è davvero paradigmatica e italiana, terrona, non padana: lui che andava in giro con due Suv e il papà che dice «pensavo lo pagasse in leasing», lui che mollato da una starlette, per conquistare una ragazza affitta un intero ristorante sushi a Milano come neanche De Niro, lui che ha per amico il Merolone, che qualche leggerissimo interrogativo in un padre qualunque lo susciterebbe. Ma il punto è che i politici non sono padri come gli altri, sono piezz'e' core. E Bossi il padano è solo l'ultimo degli arci-italiani.

L'Italia è il Paese del tengo-famiglia, ma nel Palazzo assurge a dimensioni comiche e tragiche, dimensioni da lei-non-sa-chi-sono-io. Magari non lo si ricorda già più ma il secondo governo Prodi cadde nel 2008 perché Mastella era convinto di esser vittima di un complotto, dopo le accuse alla moglie e al figlio Pellegrino. Storie di presunte raccomandazioni sannite e Porsche Cayenne pagati in modi da verificare, e Clemente che per contrattaccare scrive l'involontario manifesto della politica di famiglia, «volevano perquisire l'abitazione di mio figlio Pellegrino, che vive sempre a Roma e il suo domicilio è noto. Capito l'errore i carabinieri se ne sono andati. Non tutti. E' rimasto uno. Mia figlia Sasha mi ha chiamato a Strasburgo per dirmelo». Mio figlio, mia figlia, mia moglie... A Ceppaloni, mesi dopo l'inizio dell'inchiesta, confidò: «Ci stiamo rialzando solo adesso, anche come famiglia. Non ha idea di quali equilibri si possano rompere... mi si so' pigliati e 'ppalle».

E è solo apparentemente bizzarro, vedere Bossi ceppalonizzato. Dove la cosa pubblica diventa privata, e gli interessi da rappresentare sono figli-mogli-mariti-nuore, tutto può essere, anche a prescindere poi dagli esiti giudiziari: quello che colpisce è l'opacità politica e esistenziale che queste vicende denudano.

Letizia Moratti ha cominciato a perdere a Milano quando venne fuori la storia del loft che il suo Gabriele s'era fatto in barba al piano regolatore: una cosetta di 447 metri quadrati che, disse il figlio di mammà-sindaco, «s'ispirava a Batman». Il sindaco di Bologna Delbono dovette dimettersi per una vacanza coi soldi pubblici con l'amica Cinzia Cracchi.

A volte guai di famiglia diventano veri affari di Stato e robe di servizi, e ci si avventano i Lavitola, ci si combatte la lotta politica di vertice: come quando Gianfranco Fini ruppe con Berlusconi e fu massacrato per due anni, 2010-2011, per la storia della casa a Montecarlo. Il cognato Giancarlo Tulliani usufruiva di un appartamento che era stato lasciato in eredità ad An da un contessa di Monterotondo, e poi venduto sottocosto a una società estera con sede a Santa Lucia, nei Caraibi.

Persino Antonio Di Pietro - il pm di Mani pulite! - dovette andare tre ore in Procura a Napoli per spiegare una strana intercettazione che fece finire il figlio tra gli indagati per una storia di presunte raccomandazioni a Campobasso. Cristiano fu scagionato ma papà, capo di un partito chiamato l'Italia dei Valori, per un po' sbiancò, come avrebbe detto lui.

Forse aveva ragione Guido Carli, che una volta stoppò così chi accusava il figlio di aver fatto carriera grazie a lui: «Non tutti hanno la fortuna di nascere trovatelli». O forse, semplicemente, non tutti hanno la fortuna di avere papà normali.


http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=14&ID_articolo=769&ID_sezione=6



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