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Rassegna stampa a cura di Francesco Ferrari

APPROFONDIMENTI (1). POPULISMO, OVVERO "LA DESTRA OGGI IN ITALIA E IN EUROPA".

LA DESTRA OGGI IN ITALIA E IN EUROPA.

a cura della redazione

Piero Ignazi analizza i temi dell’agenda politica dei partiti dell’estrema destra odierna e sottolinea la loro distanza, in termini di agenda politica e rapporto con le istituzioni e con gli elettori, dai partiti fascisti e nazisti degli anni Venti.
Antonio Cantaro si interroga sulle responsabilità dei partiti della sinistra, a partire dagli anni Ottanta in poi, nell’ascesa di questi stessi partiti.
Alfredo Reichlin si interroga sulla nuova destra e su come debbano cambiare le idee e il destino della sinistra per fronteggiare le sfide poste dal nuovo ciclo politico.
Roberto Biorcio analizza i cambiamenti dei rapporti interni alla coalizione del centro-destra dalla crisi della Prima Repubblica fino ad oggi.
Per Franco Rositi, Berlusconi è privo di una leadership ideologica, di un pensiero politico vero, Berlusconi compatta il suo Polo intorno a un insieme di atteggiamenti, una specie di cultura che si fonda sul mondo mediatico da lui stesso creato nelle sue televisioni.
1. La destra nel quadro europeo e internazionale
Intervento di Antonio Cantaro
Parto da alcune domande di cui anticipo le risposte.
La prima, che cosa sta accadendo in Europa? A mio parere si sta consolidando un nuovo ciclo della destra che, come spiegherò, appare diverso da quello degli anni Ottanta.
La seconda, possiamo dirci sorpresi? No, non dovremmo sentirci sorpresi.
La terza, quali sono le cause di questo nuovo ciclo di destra che definirò di tipo populista-conservatore? La risposta è che il nuovo ciclo non è determinato, come si dice e si è detto tante volte, dalla crisi della sinistra, ma che occorre risalire a qualcosa di più profondo che è connesso con la rinuncia da parte della sinistra a fare politica, un concetto che cercherò di chiarire alla fine del mio intervento.
Per motivare queste domande più che lapidarie introduco qualche elemento di maggiore qualificazione.

Quello che oggi si è aperto non è lo stesso ciclo liberista e antistatalista degli anni Ottanta, ma si caratterizza con il segno del populismo conservatore.
Negli anni Ottanta si è avuto il dominio del tacherismo e del reaganismo, il credo liberista incontrò un largo consenso sociale al cui declino ha contribuito la politica riformista condotta negli anni Novanta dalla sinistra, che ha ottenuto significativi successi.
Il punto è che oggi non ci troviamo di fronte allo stesso ciclo. Quindi anche le interpretazioni semplificate che noi della sinistra spesso diamo, parlando di un ciclo di politica liberista, appaiono inadeguate, e sono inadeguate anche quando parliamo di un mix tra liberismo e populismo. Se guardiamo all’attuale panorama politico elettorale ci sono, certo, degli elementi di variabilità, ma si possono individuare anche sostanziali elementi di convergenza anche se realizzati in forme diverse, a volte con alleanze, a volte con la presenza diretta dell’estrema destra nelle coalizioni di governo attraverso accordi, più o meno subìti. Quindi siamo di fronte a un ciclo e a un blocco populista conservatore che mette assieme, in modo inedito anche se ancora confuso, “la protesta e la proposta”.

Escluso il caso francese, appare eclatante che i partiti più tradizionali e più classicamente conservatori si vadano associando stabilmente con la destra estrema. Come il saggio di Piero Ignazi ci dice e la letteratura corrente, oltre che i sondaggi e le ricerche empiriche, si tratta di una protesta e di una proposta che messe assieme danno luogo a un blocco sociale nuovo che si è formato a spese di un pezzo significativo della tradizionale coalizione socialdemocratica e democratico progressista che ha dominato nel secondo dopoguerra e che è stato l’asse portante, pur nelle differenze tra paesi, delle coalizioni e del blocco socialdemocratico: i giovani, la classe operaia, l’imprenditorialità diffusa o, come si dice nel linguaggio del comunismo italiano, i ceti medi produttivi.
Se questo è vero, secondo me è sbagliato leggere il ciclo dei risultati elettorali del 2000, del 2001 e quelli del 2002 semplicemente come un voto antieuropeo, di protesta, razzista. Queste componenti ci sono, ma non sono quelle decisive. A me pare che il ciclo sia soprattutto antisocialista e anti social-liberale e che in Europa, pur con tutte le differenze, le sconfitte che subisce la sinistra a opera dei partiti conservatori, spesso alleati con l’estrema destra, siano più o meno analoghe.
Si tratta di un ciclo populista in senso stretto, perché il populismo è proprio questo, una polemica antisocialista e una polemica al tempo stesso antiliberale. Il populismo – lo dice bene Le Pen nella sua famosa dichiarazione, ripresa non del tutto ingenuamente da Berlusconi – è un combinato di ideologie diverse, socialmente di sinistra, economicamente di destra, culturalmente nazionaliste.

Vengo alla seconda questione: possiamo dirci sorpresi?
Rispondo nettamente di no, almeno per chi interpreta quanto accade l’Italia come qualcosa che da oltre un trentennio anticipa i processi che avvengono altrove. All’interno dell’anticipazione c’è anche un po’ di folclore, per esempio la Sicilia che rappresenta un’anticipazione dell’Italia, ma questo comporterebbe un’analisi degli equilibri politici e dei dati elettorali siciliani che poi si realizzano nel resto del paese.
Ci sono i risultati elettorali di un ventennio che dimostrano che, malgrado la sinistra sia nel suo insieme letteralmente scomparsa dal punto di vista della sua consistenza elettorale, però riesce a “tenere” nei quartieri del centro storico delle città, sostenuta da un certo ceto medio professionale culturalmente avvertito, mentre poi il panorama diventa di devastazione appena si va verso i quartieri popolari, man mano che ci si sposta verso le periferie e verso quei ceti che noi chiamavano di sotto proletariato, oggi conquistati da Forza Italia e da Alleanza nazionale, ieri dal Movimento sociale. Avviene così da vent’anni, con questa sinistra che ha una sua componente socialmente, culturalmente, intellettualmente di tipo liberal, che riesce a crescere al centro e che si difende anche quando ci sono i rovesci elettorali più forti, ma che poi si trasforma in tutt’altro modo presso i ceti meno abbienti, più popolari.
La storia politica italiana è dominata dal populismo, sia di destra che di sinistra, perché c’è stato – e continua ad esserci – anche un populismo di sinistra che ha caratteristiche molto diverse da quello di destra. I lavori di Ignazi e di molti altri saggisti ci mostrano un processo che ha assunto diverse sfaccettature e che ha origini che si sono radicate nel corso del tempo. La novità, ma ancora una volta non per l’Italia, è che queste destre estreme oggi governano, dopo essere state relegate nel secondo dopoguerra in Italia nel limbo del’”uomo qualunque” e su formazioni analoghe in altre parti d’Europa.

Terza e ultima domanda: quali sono le cause di questo nuovo ciclo conservatore, torno a ripetere non liberista e antistatalista ma soprattutto populista e conservatore?
Io credo che le spiegazioni economicistiche o i sociologismi non funzionino da soli. Certo, c’è la globalizzazione, c’è la terziarizzazione, c’è la crisi delle tradizionali appartenenze ideologiche, persino una crisi, anche più accentuata, delle appartenenze religiose. Tutto questo spiega anche in termini elettorali gli spostamenti di voti. Ma c’è soprattutto la rinuncia alla politica da parte delle grandi correnti di pensiero dell’Ottocento e del Novecento, il liberalismo e il socialismo, la rinuncia da parte dei grandi miti fondativi della politica e della democrazia.
È ovvio che se viene meno la nazione nel discorso della sinistra, un elemento connotativo importante, si apre necessariamente il campo al nazionalismo, una degenerazione del concetto di nazione.
È ovvio che se viene meno il popolo, si apre il campo al populismo. Ed è altrettanto ovvio che se ai protagonisti della politica e della democrazia, a coloro che dovrebbero esserlo, a coloro per i quali bisognerà di nuovo battersi perché lo siano, cioè le classi sociali e i partiti nella loro dimensione sociale e politica, se a questi si sostituiscono i custodi della costituzione e i custodi dei diritti, la rappresentanza politica viene necessariamente meno (da qui quella crisi della rappresentanza politica di cui parlava Ignazi) e ad essa si sostituisce la rappresentazione delle emozioni e degli interessi, con i Berlusconi e gli Heider di turno o i leader corporativi presenti in diversi paesi: dalla rappresentanza si passa necessariamente alla rappresentazione delle emozioni così come sono, senza una mediazione, un’organizzazione in passione politica, in progetto, in disegno.
Ed è chiaro che se il socialismo si riduce in un’amministrazione riformista dell’esistente o in un radicalismo (secondo l’altra versione libertaria individualistica), gli elettori della sinistra, o gran parte di essi, non si sentono più tutelati, salvo coloro, che sono sempre meno, che possono ancora accedere alle prestazioni del welfare o che credono ancora all’etica dei diritti, alle carte dei diritti e che quindi credono ancora possibile una risposta non politica, ma giurisdizionale, “giuridificata” ai problemi sociali, di convivenza, di comunità, di legame comunitario.

La sinistra è purtroppo passata da una giusta politica della costituzione, da una politica dei diritti alla costituzione come politica, ai diritti come politica. Un discorso fondamentalista, nell’interpretazione di chi vota per l’estrema destra, per piccole élites, per l’establishment, per ristrette oligarchie. Una forma di socialismo degenerato e di liberalismo degenerato che ha lasciato spazio per un altro tipo di rappresentanza.
Neanche nella versione originaria del liberalismo si concepivano i diritti come una politica. I diritti rappresentavano un elemento di salvaguardia per la propria sfera di autonomia individuale, per le libertà civili e politiche, venivano concepiti come una pretesa per alcune prestazioni da parte del pubblico potere, dello Stato o della comunità locale se si trattava di diritti sociali. Mai in Europa nella cultura politica, nella strategia politica, nella rappresentazione politica dei partiti della sinistra, e anche di quelli cattolico democratici, i diritti sono diventati un sostituto della politica.
Ecco perché ha ragione Le Pen quando si definisce “economicamente di destra, socialmente di sinistra”, perché questa società, a differenza di quanto ha affermato qualche tempo fa Massimo D’Alema, non è una società socialmente di destra, essa è socialmente di sinistra perché si è data come percezione comune l’idea che tutti abbiano diritti, diritti che sono sempre più insaziabili e sempre meno controllabili.
La tematica della sicurezza e della lotta xenofoba agli immigrati di cui si è appropriata la destra sorge tutto sommato su di un humus politico culturale, in una gerarchia di valori che rende comprensibile la ragione per cui, in nome di un diritto alla sicurezza, si mettano in discussione altri diritti.

La politica è governo delle differenze. E’ sempre stato così, e oggi drammaticamente siamo al punto che nella loro rozzezza, nella loro pericolosità, nella loro drammatica semplificazione e semplicismo, queste parole richiamano a una coesistenza delle differenze. Con questo occorre fare i conti, e non con il buonismo culturale della sinistra che non affronta il problema con le gerarchie e i passaggi che sono necessari, mantenendo saldamente un orizzonte egualitario che è quel che distingue politicamente e metastoricamente la sinistra dalla destra, e avendo la percezione che fare politica (ecco perché ho parlato di rinuncia alla politica) significa realizzare un governo delle differenze.
Credo che se la politica non tornerà presto a occuparsi di questo avremo delle amare sorprese nei prossimi mesi e nei prossimi anni.

Intervento di Piero Ignazi
In questa discussione, che affronta un tema di bruciante attualità, cercherò di tracciare dapprima un panorama europeo di quella che io definisco “estrema destra” e in seguito cercherò di fornire alcuni elementi interpretativi delle ragioni del suo sviluppo.
Il punto di partenza della mia analisi è che i fenomeni di cui parliamo non abbiano nulla a che fare con la tradizione del fascismo che si è manifestato in Europa negli anni Venti e Trenta. Voglio dire che non credo che siamo di fronte a una rivitalizzazione di quelle vecchie ideologie ma ad eventi nuovi che si affermano in base alla loro peculiarità.

Ripercorrendo rapidamente il periodo che va dal dopoguerra agli anni Ottanta, si può affermare che finché lo spazio politico dell’estrema destra è stato occupato da partiti che si richiamavano esplicitamente all’esperienza dei fascismi degli anni Venti e Trenta, queste formazioni politiche non hanno avuto alcun successo. L’unica eccezione in Europa è rappresentata dal caso del Movimento sociale italiano, partito d’ispirazione dichiaratamente neofascista che era riuscito a entrare nelle istituzioni parlamentari e che per questo veniva considerato dai diversi gruppi di estrema destra europei come un modello da imitare.
Vi è stato anche un altro caso di successo, pur se circoscritto nel tempo, l’MPD tedesco, un partito non dichiaratamente neonazista (dato che in Germania esistono norme stringenti che impediscono la ricostituzione dei partiti anticostituzionali), ma che sostanzialmente, anche se in maniera sotterranea, faceva riferimento all’esperienza fascista e aveva al suo interno alcuni elementi nostalgici. Solo in un breve periodo di tempo, tra la metà degli anni Sessanta e le elezioni del 1969, questo partito era riuscito a eleggere propri rappresentanti nei parlamenti locali, superando la soglia del 5 per cento. Tuttavia alle elezioni per il parlamento federale del ’69 non riuscì a superare la soglia e questo provocò rapidamente una caduta di consensi che portò a una crisi verticale di quel partito.
A parte questa parentesi, si è avuto in Europa un unico partito solido dell’estrema destra di chiara ispirazione neofascista, il Movimento sociale italiano.

Il quadro cambia completamente nel corso degli anni Ottanta, con un’anticipazione nei paesi scandinavi negli anni Settanta. Negli anni Ottanta si assiste a una ripresa (sia trasformazione che creazione ex novo, a seconda dei diversi contesti nazionali) di formazioni politiche che si collocano all’estrema destra e che adottano tematiche, valori, soluzioni che sono tutte riconducibili all’etichetta dell’”anti sistema”, in contraddizione radicale rispetto ai princìpi fondanti dei sistemi democratici occidentali. Tuttavia, ripeto, queste formazioni politiche non si richiamano, né in termini simbolici né in termini di contenuti, alle tematiche e alle ideologie del fascismo.
A volte si manifestano elementi di ambiguità, per esempio nel caso austriaco e belga, mentre per quel che riguarda il Fronte Nazionale Francese di Le Pen non sembra corretto usare la categoria di neofascismo: si tratta di un movimento nuovo, in cui vi sono persone che hanno avuto contatti con gruppi neofascisti, ma che hanno trasferito le loro precedenti esperienze in una sorta di nuovo contenitore, un nuovo insieme di proposte che ha dimostrato la capacità d’incontrare una domanda insoddisfatta che era presente nella società francese come in altri contesti sociali europei.
Nel corso degli anni Ottanta questi diversi partiti si affacciano alla ribalta dei paesi europei presentandosi come nuovi anche se si tratta di formazioni politiche preesistenti, come nel caso del Fronte Nazionale, in precedenza dormiente, oppure nel caso del partito Liberal-nazionale austriaco di Jorg Heider che nasce alla fine degli anni cinquanta ma che per lungo tempo si orienta in direzione liberale e successivamente subisce una svolta di tipo nazional-autoritario, a partire dall’ascesa di Heider nel 1986.

Ciò che è nuovo è appunto è la loro agenda politica.
La differenza di fondo di queste formazioni politiche rispetto ai partiti neofascisti tradizionali è la completa esclusione di un progetto palingenetico, di un progetto di trasformazione radicale del sistema e di costruzione di una nuova società, di un nuovo ordine o addirittura di un “uomo nuovo”, com’era previsto nei progetti dei partiti fascisti degli anni Trenta. Si rifiutano anche concezioni corporative e autoritarie, mentre si manifesta una certa attrazione per i modelli economici neo liberisti e quindi non vi è alcun interesse per quanto riguarda il mito della socializzazione, che era proprio di certi partiti fascisti tra le due guerre mondiali, e nemmeno in riferimento a ipotesi corporative della società e dell’economia. Infine non c’è alcun richiamo a un assetto di tipo autoritario del regime, mentre sono considerati come potenzialmente utilizzabili gli strumenti dei sistemi democratici. Quest’ultimo aspetto, come vedremo più avanti, rappresenta l’elemento più ambiguo dell’ideologia di cui ci occupiamo, perché in realtà esso viene smentito dalla negazione delle basi sulle quali questi strumenti vengono impiantati nelle società democratiche.
In sintesi, le formazioni politiche che si affermano in questi anni si connotano per una differenza netta rispetto a una tradizione interna dell’estremismo di destra, ma anche per una differenziazione rispetto al mondo borghese conservatore e moderato che può essere incarnata, a seconda dei diversi sistemi politici, da partiti liberali, conservatori o confessionali.

Anche rispetto a questo fronte le differenze sono marcate e significative, per questo si parla di partiti di estrema destra, cioè di una famiglia politica nuova che si potrebbe definire partiti di destra di tipo post-industriale, che si affianca alle famiglie politiche tradizionalmente installate nella storia europea (liberale, socialista e confessionale) e a quella famiglia costituitasi anch’essa all’inizio degli anni Ottanta che si colloca nell’area del centro sinistra, e cioè l’ecologista.
Se vogliamo usare un’immagine efficace, anche se un po’ estremizzata, potremmo dire che come i partiti politici sono espressione dei conflitti che esplodono all’apogeo della società industriale, così i partiti di estrema destra post-industriali sono quelli che emergono invece all’epoca del massimo sviluppo della società post-industriale e dei conflitti ad essa connessi.

Vediamo quali sono i punti di distinzione tra questa destra rispetto ai partiti moderati conservatori. Si tratta di confini molto netti, come hanno dimostrato le reazioni del presidente francese Chirac e dei suoi colleghi della componente moderata di fronte all’inaspettato consenso elettorale ottenuto dalla formazione di Le Pen nel primo turno delle elezioni presidenziali francesi.
In sostanza il fossato è dato dalla valorizzazione, o meno, di alcuni temi relativi alle libertà individuali e collettive, e relativi all’uguaglianza tra gli uomini e tra i popoli. In maniera molto schematica e riducendo all’osso, dopo aver grattato via le incrostazioni e semplificato le argomentazioni sulle quali le diverse posizioni si articolano, alla fine si ricava che rispetto a questi due temi esiste un baratro tra i partiti di estrema destra e la destra conservatrice, come ormai dimostra la documentazione esistente su questi partiti, in particolare sul Fronte nazionale francese.

Credo che una delle difficoltà iniziali a interpretare correttamente l’estrema destra come una formazione politica radicalmente diversa rispetto ai partiti conservatori consista nell’innovazione da essa introdotta nella maniera di articolare e di presentare alcune tematiche. Per esempio quasi nessun partito di quest’area, se non forse un po’ quello belga, fa riferimento a rapporti fra popoli e razze, elaborati in Europa tra l’800 e il ’900, che si richiamano al razzismo biologico, a quell’ideologia che pone esplicitamente una gerarchia tra le razze. Questo riferimento non viene più utilizzato dai partiti di estrema destra, ma si utilizza qualcosa di diverso, un razzismo “differenzialista”, in base al quale esistono differenze tra popoli e razze (cosa del tutto ovvia) e sulla base di questa constatazione è consentito non tanto una classificazione, quanto una sorta di divisione in compartimenti stagni della società e dunque una marginalizzazione ed esclusione delle componenti che non sono riconducibili alla componente maggioritaria.
Si tratta di un’elaborazione condotta soprattutto nei paesi di lingua tedesca, in particolare in Austria, chiamata “etnopluralismo”: esiste un etnos, un gruppo che si riconosce sulla base di un’appartenenza (non sulla base di una scelta di valori, cioè di un demos) e che tende a escludere gli altri etnos. In questo modo l’appartenenza alla comunità avviene in base a fattori che non si possono scegliere, ma che sono esogeni. Esattamente il contrario dell’impostazione democratica che abbiamo sentito difendere efficacemente anche dal presidente della repubblica francese Chirac, e cioè che si è francesi non tanto perché si appartiene a un “etnos” ma perché si vive in un territorio aderendo ai princìpi fondanti che informano la comunità di quel territorio.

Si tratta dunque di un fossato teoricamente e politicamente incolmabile che divide i moderati conservatori dalla destra estrema. Da questa impostazione deriva anche la necessità che ciascuno trovi la propria collocazione nella società e che, soprattutto, si eviti l’assimilazione degli appartenenti ai diversi etnos. Si tratta di elaborazioni che si richiamano a quelle condotte da Morras (?), per il quale è necessaria l’eliminazione dal corpo sano della Francia dei “quattro meticciati” rappresentati dagli anarchici, dai massoni cosmopoliti, dagli ebrei e da qualche altro elemento spurio. Il corpo centrale della società deve emarginare o addirittura espellere coloro che non ne fanno parte. Questo significa che non vi è alcuna possibilità di assimilazione perché vi sono delle ragioni che rendono non integrabili coloro che appartengono a “etnos” diversi. Si tratta di una tesi che viene teorizzata da alcuni teorici della destra estrema e che viene esposta in maniera molto efficace dalla pubblicistica corrente, mentre ovviamente nessun leader politico la rende esplicita, nemmeno Le Pen, salvo in qualche caso come quando in un dibattito televisivo aggredì il proprio interlocutore perché ebreo.

Se questi sono alcuni dei tratti caratterizzanti di questi partiti, vorrei affrontare l’altro punto di fondo, e cioè la ragione per cui questi partiti hanno successo. Il punto è capire se essi hanno successo solo su questa base, cioè per il fatto di essere partiti neo-razzisti, o neo-etnocentristi o più semplicemente anti immigrati, oppure capire se vi sono anche altri motivi. È vero che esiste ostilità nei confronti degli “altri”, degli immigrati, soprattutto se provengono da culture differenti, si tratta di elementi forti che sono stati alla base dei primi successi della destra estrema; in particolare in Francia, soprattutto perché il problema dell’immigrazione anche nei paesi che già da decenni avevano a che fare con questo fenomeno era sempre stato tenuto fuori dal dibattito politico. Il tema è stato invece politicizzato da questi partiti, spesso in congiunzione con un altro tema tradizionalmente escluso dall’agenda politica di tutti i partiti, quello della sicurezza e della criminalità. Si tratta dei due temi portanti sui quali la destra estrema ha sfondato nell’arena politica e che hanno determinato la sua forte crescita, presentando ovviamente immigrazione e criminalità come due temi tra loro connessi. Dunque la politicizzazione di questi due temi è stato uno degli elementi della forte crescita di questi partiti.

Ma questo non basta a mio avviso a spiegare tutto. C’è qualcosa d’altro, a mio avviso, di più profondo e di lunga durata. La destra estrema ha avuto la capacità di avvertire, rappresentare e veicolare un montante sentimento di apatia, di frustrazione che va fino al risentimento che stava crescendo dagli anni Settanta in poi in tutti i sistemi politici occidentali e di cui non si è tenuto sufficientemente conto da parte di altre formazioni politiche perché non ne è stata mai percepita l’importanza e la rilevanza.
Insoddisfazione in riferimento a cosa? Sostanzialmente nei confronti del sistema stesso, cioè nei confronti delle istituzioni e dei loro rappresentanti intesi come establishment, classe politica, un gruppo uniforme senza differenziazioni al suo interno, considerato in toto come un gruppo unico. Il risentimento nei confronti dei meccanismi di rappresentanza che facevano emergere quella classe politica e che lasciavano esclusi, marginalizzati e inascoltati gli appelli di una componente della società. Il senso quasi di sfiducia, di abbandono e quasi di risentimento che monta e che alimenta la fascia delle persone che non vanno a votare non solo per pigrizia ma perché cresce il senso di distacco rispetto al sistema. Questa componente cresce a partire dalla fine degli anni Settanta con moto accelerato, diventa sempre più ampia e si mostra sempre più sensibile ad appelli che potremmo definire di tipo populista, che mettono in contrapposizione categorie come “noi” e “loro”, il “popolo” e l’”establishment”. Sottolineando come “loro”, la classe politica, sia del tutto disinteressata ai veri problemi, alle vere ansie, ai bisogni del popolo. In quegli anni una grande quantità di sondaggi svolti in tutti i paesi europei sottolineano la difficoltà di tutte le classi politiche ad essere considerate vicine ai bisogni, ai sentimenti di questa fascia di persone: la frase ricorrente è che “ai politici non interessa quello che pensa la gente come me”, che esprime in maniera chiara la sensazione di non essere più tenuti in conto, non essere più considerati come dei cittadini meritevoli di attenzione, mentre invece loro stessi avvertono che vi sono alcune componenti della società sulle quali si accentua l’attenzione delle classi politiche.
Da qui viene l’enfatizzazione e anche la creazione di leggende metropolitane riguardo ai benefici di cui godrebbero gli immigrati che hanno scatenato in alcuni paesi flussi di risentimento. In Olanda si sono avute già due ondate di estrema destra, nel 1982 e nel 1994, che hanno determinato l’ingresso in parlamento di due partiti di estrema destra, con rappresentanti legati alla storia del nazismo olandese. In questi movimenti uno degli elementi forti era rappresentato appunto dai presunti privilegi di cui avrebbero goduto gli immigrati.

Si tratta di uno dei tanti esempi dell’atteggiamento che si è sviluppato in quegli anni in molte componenti dell’elettorato europeo e che è stato utilizzato in modo molto efficace da parte delle leadership dei partiti di estrema destra, le cui fortune sono strettamente connesse alla presenza di leader di comunicazione estremamente capaci.
In tutti i casi di successo i partiti della destra estrema hanno avuto leader estremamente bravi nella comunicazione politica: Le Pen è certamente un maestro, ma Heider si è dimostrato probabilmente ancora superiore al suo maestro e lo stesso vale anche per leader di partiti meno sconosciuti, come quelli scandinavi e belgi. Questo elemento, insieme a molti altri fattori, spiega l’incapacità da parte dei partiti di estrema destra tedeschi ad emergere e ad ottenere successi paragonabili a quelli di altri partiti europei di estrema destra, ma il caso tedesco è del tutto particolare perché è l’unico in cui l’estrema destra rimanga debole. Solo in Germania, in Svezia e in Finlandia, oltre che nei paesi di nuova democrazia dell’Europa del Sud, non abbiamo avuto partiti significativi, in Svezia hanno avuto successo una sola volta, mentre gli sviluppi del caso olandese sono di difficile interpretazione dopo l’assassinio del suo leader.
Per concludere questo tentativo di analisi, credo che uno dei motori che spingono verso l’alto le fortune elettorali dei partiti di estrema destra sia dato dalle crisi di legittimazione degli istituti di rappresentanza dei paesi occidentali. Questa crisi, latente da decenni, si è espressa nella maggior parte dei casi con un distacco dalla politica attraverso il distacco dalla partecipazione elettorale, distacco rispetto alla partecipazione e al coinvolgimento nei partiti politici, espressa come sfiducia crescente nei confronti del sistema politico, dei rappresentanti istituzionali, dei partiti e della classe politica nel suo insieme. Un atteggiamento che è rivolto quindi nei confronti di tutto il sistema, e non solo di una sua particolare componente, che è stato intercettato e rappresentato da parte delle brillanti leadership dei partiti dell’estrema destra utilizzando tutto l’armamentario tipico del populismo, cioè con la contrapposizione tra popolo e i vizi dei governanti. L’atteggiamento di sfiducia, di distacco e di frustrazione è particolarmente diffuso presso quelle fasce di elettorato meno istruite, meno informate, a reddito più basso. E quindi non è un caso che oggi in Austria, in Francia e in Danimarca i partiti che hanno la maggiore concentrazione di voti provenienti dalle classi sociali meno privilegiate siano proprio quelli di estrema destra.

Intervento di Alfredo Reichlin
Cosa sta succedendo in Europa, sta cambiando un ciclo politico, o avviene qualcosa di più ampio e complesso? Io credo che siamo di fronte a cambiamenti di tale portata che occorre un ripensamento radicale che coinvolge non solo le idee della sinistra ma anche il suo destino. Perché la sinistra è figlia del Novecento, dell’industrializzazione e di una società completamente diversa da quella attuale.

Andiamo per punti. Sono completamente d’accordo con Piero Ignazi quando afferma che l’attuale destra non possa essere letta con le tradizionali categorie interpretative né di tipo sociologico (ma in questo caso sarei più prudente nel parlare di “ricchi” e “poveri”, perché mi pare troppo semplice sostenere che siano questi ultimi a essere più permeabili ai temi dell’estrema destra), né di tipo politico, dato che non si tratta di nuovo fascismo né di puro conservatorismo. La mia opinione è che dobbiamo partire dalla dimensione, oramai mondiale, assunta dai processi politici, sociali e culturali. Perché sono essenzialmente questi gli elementi che ridefiniscono i termini nuovi dei bisogni. Se viene a mancare il senso di un comune destino, è la società che si disgrega.

Su questa mutazione non mi dilungo perché voglio approfondire un’altra questione e cioè che si è spezzato il rapporto tra le nuove domande sociali e di senso che vengono dalle persone, totalmente esposte alle spinte della società post-industriale, e la politica (mi riferisco anche alla concreta architettura del potere politico nazionale, europeo e internazionale) che non appare in grado di dare risposte a queste domande. La politica si dimostra incapace non per le ragioni che hanno alimentato delle discussioni distruttive quanto vane all’interno della sinistra (“perdiamo perché ci siamo spostati troppo a destra”, oppure “perché troppo a sinistra”). Io rispondo che perdiamo perché non siamo andati “altrove”, non siamo andati dove oggi c’è una questione politica, cioè laddove il potere politico non riesce a dare risposte globali a problemi che sono globali, a cominciare da quello dell’immigrazione. Che risposta è quella di chiudersi dentro i propri confini?.

Tutto questo non fa che creare la disgregazione e l’impotenza della politica, alimentando nel contempo le forme della destra.
Per usare una battutaccia, direi che la politica oggi è diventata un sottosistema dell’economia. A mio avviso la responsabilità dei leader della sinistra è quella di non focalizzare la loro attenzione su questo dato di fatto, anziché accusarsi l’un l’altro delle presenti difficoltà, come i polli di Renzo.

Si è creato un vuoto molto pericoloso che apre spazi enormi a chi intende cavalcare il populismo, cioè l’antipolitica. Per essere più chiaro, sono d’accordo che l’estrema destra attuale non sia un fenomeno analogo al fascismo. Però io oggi vedo un’analogia con gli anni Trenta quando non solo in Italia, ma quasi ovunque in Europa, si affermarono regimi autoritari di diversa natura, e non per il fatto che le masse si fossero orientate soprattutto verso la destra, ma per una ragione molto più semplice che oggi appare con chiarezza. E cioè che il vecchio notabilato politico, figlio di uno Stato liberale, oligarchico e ristretto, non fu in grado di dare risposte alla necessaria trasformazione dello Stato che era richiesta dall’entrata in scena, anche per effetto della prima guerra mondiale, delle grandi masse popolari. I liberali con Giolitti non dettero questa risposta, la dette Mussolini attraverso la formazione di uno Stato di massa, corrispondente alle nuove necessità e alle nuove domande. Non esisteva d’altra parte una risposta rivoluzionaria (“Fare come in Russia”) e i riformisti ci misero molti anni per trovare una risposta come lo Stato sociale.

La dimensione del problema è questa: dobbiamo dare una risposta “altra” rispetto a quella che stiamo dando con le nostre polemiche. Non ne posso più della contrapposizione tra un riformismo debole, a base puramente nazionale, figlio del ’900, e che non è espressione di queste nuove esigenze, e un massimalismo inutile, demagogico e subalterno. Quando dico “altrove” intendo questo: il problema non è spostarsi un po’ più a destra o a sinistra, ma dove si possa costruire una politica che non sia un sottosistema dell’economia.

Insomma una sinistra che si misuri con ciò che sta mettendo in causa il suo ruolo e il suo destino, e che in estrema sintesi io individuo nel divario crescente tra potenza e potere. Dove per potenza intendo la potenza dei mercati, della finanza, della scienza, della comunicazione, del denaro, dei laboratori privati che provano a clonare gli esseri viventi. E per potere intendo il potere della politica, della “polis” e cioè la capacità degli uomini di decidere il proprio destino, di essere non dei consumatori ma dei cittadini e di decidere delle loro libertà anziché una variabile dipendente.
Questa è la nuova grande contraddizione dei tempi attuali che sta producendo la destra. Se le forze democratiche non si raccolgono attorno a una nuova cultura dai connotati molto radicali (dato che tutto ciò implica l’idea di un nuovo governo della trasformazione della società) non si va, io credo, da nessuna parte.

Voglio aggiungere anche che non andiamo da nessuna parte se non chiamiamo le cose con il loro nome: di che mercato stiamo parlando? Bertinotti ha messo al centro del suo ultimo congresso sulla scelta di essere contrario al mercato. Ma ciò di cui parliamo non è il mercato, è la concreta architettura politica ed economica del mondo quale si è delineata dopo la fine del bipolarismo a livello mondiale, data dalla presenza di un solo attore globale.

Non vorrei essere frainteso, non voglio fare dell’anti-americanismo spicciolo, ma voglio cominciare a chiamare le cose con il loro vero nome per capire da che parte vengono i problemi della sinistra. Io credo che essi derivino dall’esistenza di un solo attore globale, la cui potenza è paragonabile a quella di Roma ai tempi di Augusto, e da una libera circolazione dei capitali (cosa di per sé ottima perché si riesce anche a dislocare risorse per lo sviluppo di zone del mondo finora tagliate fuori) che viene governata dalle logiche dei mercati finanziari, condizionati a loro volta dal ruolo del dollaro come moneta di riserva. Questo meccanismo consente agli Stati Uniti di attirare il 60 per cento del risparmio mondiale, a fronte della loro capacità di produzione che è pari al 24 per cento del prodotto mondiale, e quindi permette di finanziare con il debito investimenti costosissimi, frutto di tecnologie straordinariamente avanzate, avendo in più la disponibilità di un immenso esercito di riserva a basso costo rappresentato dall’America del sud. A tutto ciò va aggiunto la produzione pressoché totale dell’immaginario collettivo, il cinema e la televisione, che non è poca cosa.

Non ho nulla contro tutto questo, anche perché esso rappresenta la condizione del nostro attuale benessere. Quel che voglio dire è che il problema cruciale è quello di un’Europa come nuova potenza politica.
“Invece di andare verso una governance mondiale, la politica e il potere si stanno degradando in senso neo-medioevale” si dice nel Rapporto sulla mondializzazione di Mario Deaglio, pubblicato di recente dall’Istituto Einaudi. Neo-medioevale perché gli Stati sono a pezzi, vi è una crisi di sovranità, problemi di tenuta dei mercati, problemi di moralità del capitalismo e via di seguito.

Il grande interrogativo è se la sinistra sia capace di avere un’idea di governo più adeguata a questi fenomeni. Per questo sono d’accordo con Antonio Cantaro, noi siamo di fronte a una svolta e non possiamo più pensare di governare l’Europa con l’idea della vecchia socialdemocrazia.
Insomma la sinistra o è internazionale, o non è. Un orizzonte internazionale diventa necessario perché una simile architettura del potere diventa incompatibile con il fatto che immense masse umane siano informate e quindi reagiscano in uno scenario in cui manca una nuova dialettica del potere (per questo ritengo molto importante mettere in discussione l’unilateralità). In Europa non succederà niente di drammatico, ma in altre zone del mondo ci sono ben altre reazioni in cui si mischiano paure e angosce assieme alla difesa della propria identità con i soli mezzi che restano a quella povera gente, che sono l’esaltazione di fattori come la razza, l’integralismo religioso, l’odio per il diverso. Questo a me sembra un tema cruciale che pongo all’attenzione solo per arrivare al problema politico che più m’interessa, l’Europa.

Così posta, diventa chiara qual è la nuova frontiera dello scontro che tocca i destini delle persone, fra destra e sinistra. Diventa chiaro che l’Europa è il luogo in cui si può stabilire il cuore della partita come avvenne negli anni Trenta con la grande alleanza contro il fascismo. O l’Europa diventa un attore politico globale, cosa che oggi non è, oppure non si torna agli Stati nazionali, al liberalismo, alla Teacher, ma si torna – come dice Deaglio – a un coacervo di territori e di baronie in lotta tra loro. E quindi alla destra. È cominciato un nuovo ciclo politico. Occorre una nuova sinistra di governo europea.Questa, in conclusione, è l’unica risposta da dare alla destra.

Scrive Gian Giacomo Migone in un articolo comparso sull’Unità: “Se non vogliamo continuare a subìre decisioni che vengono assunte altrove, abbiamo due sole possibilità, far parte noi degli Stati Uniti d’America con pienezza di diritti e di poteri, con inevitabile contrapposizione però dell’Europa verso la parte più povera del mondo; oppure costituire un’Europa politica. Tertium non datur. E poiché la prima ipotesi è palesemente improponibile, la vera scelta è tra una versione berlusconiana che cerca di portare avanti un destino europeo attraverso una serie di soluzioni nazionali, oppure la costruzione da parte della sinistra di una vera e propria Europa politica”.

Questi sono i pensieri che mi passano per la testa da parecchio tempo, ciò che sta accadendo con le elezioni nei diversi paesi d’Europa mi ha spinto a rendere ancora più esplicite le considerazioni che vi ho esposto.
Per concludere trovo insufficiente lo sforzo, pur essenziale, che si sta facendo da parte di Giuliano Amato e di altri per ridisegnare le istituzioni. Ma io credo che la vera questione sia quella di ridisegnare i soggetti politici. Perché secondo me non portano lontano. istituzioni, anche nuove, ma che sono abitate da frammenti di partiti quali quelli venuti fuori dalle elezioni italiane o francesi e di altri paesi, nessuno dei quali supera il 16 per cento dei voti e che hanno in mente come punto di riferimento solo il contesto nazionale.

Quindi mi riprometto per quello che sono le mie forze di sollevare con molta chiarezza anche nel mio partito questa questione, nel tentativo di fare decisamente un passo avanti rispetto alle attuali divisioni della sinistra che non ci stanno portando a mettere a tema la questione dell’Europa

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