Il Tribuno
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News by Dire
Rassegna stampa a cura di Francesco Ferrari

APPROFONDIMENTI (2). POPULISMO, OVVERO "LA DESTRA OGGI IN ITALIA E IN EUROPA".

2. Forza Italia e la destra plurale
Intervento di Roberto Biorcio

La secondo vittoria alle elezioni politiche della coalizione di centrodestra guidata da Berlusconi ha significati e contenuti molto diversi rispetto al quella del 1994. L’alleanza, ora denominata Casa della Libertà, si fonda sugli stessi tre partiti – Forza Italia, Alleanza Nazionale e la Lega Nord, a cui si sono aggiunti successivamente piccoli partiti eredi della Democrazia Cristiana (Ccd e Cdu). Ma sono molto diversi sia il quadro politico e sociale che la fisionomia della coalizione definita Casa delle Libertà. E soprattutto sono cambiati profondamente i rapporti di forza fra i partiti di centrodestra. Forza Italia ha realizzato un salto di qualità per la diffusione del consenso elettorale e il consolidamento politico e organizzativo. Tutti gli altri partiti di centrodestra hanno subito invece un netto ridimensionamento del sostegno elettorale.
La vittoria del centrodestra nelle recenti elezioni può essere spiegata sul piano tecnico, in base al maggiore rendimento in termini di seggi della coalizione. La Casa della Libertà, pur ottenendo meno voti nel maggioritario rispetto al proporzionale, ha nettamente superato nella conquista dei seggi parlamentari, le formazioni di centrosinistra che si presentavano frammentate in quattro liste (Ulivo, Rifondazione Comunista, Italia dei Valori-Lista di Pietro, e Democrazia Europea).
Non può essere sufficiente una spiegazione che fa riferimento alla conduzione della campagne elettorale e a semplici questioni di tecnica elettorale. Occorre infatti spiegare, con una riflessione più ampia e approfondita:
a) come è stata costruita una coalizione unitaria di centrodestra in grado di vincere le elezione e di insediare un governo molto più forte e stabile rispetto al passato;
b) perché sono profondamente cambiati i rapporti di forza e le fisionomia stessa dei partiti che oggi compongono la Casa delle Libertà.
L’attenzione va perciò rivolta a processi ed eventi che si sono sviluppati negli anni precedenti le elezioni, e che hanno condizionato e nella sostanza largamente predeterminato l’esito della competizione elettorale. In questo capitolo, ci proponiamo di ricostruire e spiegare il percorso che ha originato la vittoria della Casa della Libertà, analizzando le trasformazioni della fisionomia, delle strategie, del consenso elettorale e dei rapporti dei partiti di centrodestra.

Crisi della Prima Repubblica e ascesa di nuovi partiti di centrodestra
Fino agli anni Ottanta l’area del centrodestra in Italia era molto limitata e si riduceva di fatto al solo Movimento Sociale Italiano (MSI): partito erede della tradizione fascista, che non aveva mai superato il livello del 6,8% dei voti. La situazione era profondamente cambiata nella prima metà degli anni Novanta, con la crisi della Prima Repubblica che si era intrecciata con l’esplosione della cosiddetta “questione settentrionale”. Le proteste e le tensioni della società civile delle regioni dell’Italia del Nord contro il ceto politico ed i partiti tradizionali avevano trovato espressione nel crollo elettorale della Democrazia Cristiana (DC) e del partito socialista (PSI), nel sostegno diffuso alle inchieste sulla corruzione politica e nel voto plebiscitario a favore dei referendum per la introduzione del maggioritario. Dalla crisi della Prima Repubblica sono nati, nelle regioni del Nord, due nuovi partiti che hanno occupato, allargato e trasformato l’area di centrodestra in Italia: la Lega Nord e Forza Italia.

La Lega Nord fu fondata da Umberto Bossi nel 1989, a partire dall’esperienza dalle Lega Lombarda, con l’obiettivo di ottenere l’autodeterminazione e l’autogoverno delle regioni dell’Italia settentrionale. Il nuovo partito ha fatto confluire nella domanda di autonomia regionale una serie di temi e problemi che erano rimasti ai margini della lotta politica: l’ostilità latente nei confronti degli immigrati meridionali nelle regioni dell’Italia settentrionale, le reazioni popolari alla presenza degli immigrati extracomunitari, la protesta fiscale, la difesa degli interessi e dei valori della piccola impresa. L’impegno su questi temi ha offerto un terreno prezioso al partito di Bossi per ottenere consenso e visibilità.
Forza Italia fu fondato da Silvio Berlusconi nel 1994, e rappresentava una formazione del tutto anomala nel panorama politico italiano, destinata, secondo molti osservatori, a una rapida dissoluzione. La crisi della Dc e dei sui alleati aveva creato lo spazio politico per la formazione di un grande partito moderato in grado di opporsi validamente alle sinistre. Il carisma personale dell’imprenditore di successo Berlusconi e una grande disponibilità di mezzi economici e propagandistici, avevano garantito il successo al nuovo partito, che era riuscito a conquistare una quota consistente di elettori ex-democristiani ed ex-socialisti, un terzo dei voti leghisti e settori significative degli elettorati tutti gli altri partiti.
Forza Italia aveva proposto una via alternativa a quella leghista per uscire dalla crisi politica e dare uno sbocco alle tensioni fra la società civile del Nord e la politica romana. Il partito fondato da Silvio Berlusconi si proponeva di soddisfare queste esigenze con la conquista del potere politico nazionale (“andiamo noi a governare Roma”): un nuovo personale politico poteva sostituire i partiti tradizionali nel governo del paese, rappresentare interessi, culture e valori tipici della regioni del Nord, e stabilire in forme nuove i rapporti con la società meridionale. Se il ceto politico romano e il meridionalismo erano i bersagli politici privilegiati della Lega, Forza Italia si impegnava soprattutto nella lotta contro lo statalismo e contro i partiti di sinistra che ne erano responsabili.

1994
La vittoria del centrodestra nel 1994 si fondò sulla fragile alleanza fra le due prospettive. Forza Italia si pose come elemento di raccordo fra due distinte alleanze politiche, al Nord con la Lega (con il nome “Polo delle Libertà”), e nelle altre regioni con Alleanza Nazionale (con il nome “Polo per il buongoverno”). Il Polo delle Libertà riusciva a conquistare gran parte dei collegi uninominali delle regioni del Nord. Nelle regioni del Centro e del Sud, Polo per il buongoverno otteneva un numero di seggi sufficiente per conquistare il governo nazionale. Nel complesso, i canditati di centrodestra avevano ottenuto il 46,2% dei voti espressi con il sistema del maggioritario, mentre le liste di centrodestra solo il 42,9% per la parte maggioritaria (link 1).
Forza Italia diventava il primo partito in Italia. Alcuni dei più importanti temi proposti dall’iniziativa della Lega – l’eccessiva pressione fiscale, l’inefficienza della burocrazia, la critica dello stato assistenziale, la difesa degli interessi e dei valori della piccola impresa – diventavano patrimonio del partito di Berlusconi. Anche il MSI – che dal febbraio 1994 si era trasformato in Alleanza Nazionale, aveva ottenuto un buon risultato elettorale, passando dal 5,4% delle precedenti elezioni al 13,5% .
L’alleanza fra la Lega e Forza Italia aveva creato le condizioni per la conquista del governo nazionale. I due partiti alleati rappresentavano due strutture sociali fondamentali esistenti nelle regioni settentrionali (Bagnasco 1996). La Lega appariva, dopo la crisi della Dc, il nuovo referente delle comunità di tradizione cattolica e a economia di piccola impresa diffuse nella fascia pedemontane. Forza Italia era in sintonia con le forze sociali legate alla crescita del terziario e alla produzione di beni immateriali radicate soprattutto nella metropoli milanese. La questione settentrionale sembrava avere trovato un possibile sbocco politico.

Il nuovo governo rappresentava un totale ricambio della classe politica che aveva governato il paese dal secondo dopoguerra. La conquista del potere da parte dell’imprenditore Silvio Berlusconi non trovava però un aperto sostegno dalle associazioni industriali (Confindustria), i cui esponenti si mantenevano su posizioni prudenti. Suscitò d’altra parte forti opposizioni, e le prime dissociazioni della Lega, il progetto di riforma delle pensioni, contestato da imponenti mobilitazioni sindacali.
L’alleanza fra Lega e Forza Italia durò pochi mesi. Umberto Bossi temeva la subalternità e il dissolvimento del suo movimento a vantaggio del partito di Berlusconi. La Lega era cresciuta troppo in fretta nei primi anni Novanta per avere la possibilità di consolidare l’identità politica e il proprio radicamento sociale. L’alleanza politica con il Polo e le nuove responsabilità di governo avevano creato grandi difficoltà. Per salvare il partito Bossi decise la rottura con Berlusconi, anche a costo di perdere posizioni di potere e una parte dei deputati e senatori. Nel 1995 La Lega votò a favore di nuovo governo guidato da Lamberto Dini, che era sostenuto anche dal PDS e dal PPI. Gli attacchi più feroci di Bossi erano diretti contro Berlusconi, per costruire una barriera invalicabile, emotiva prima ancora che politica, per esorcizzare l’attrazione che Forza Italia esercitava sugli elettori e i militanti leghisti. La rottura con la Lega aveva d’altra parte parzialmente modificato anche l’identità politica dello stesso partito del Cavaliere. Erano diventati più stretti e coinvolgenti i legami con Alleanza Nazionale, partito radicato soprattutto nelle regioni meridionali, ancora connotato come erede della esperienza fascista.
I partiti di centrodestra si presentarono divisi alle elezioni del 21 aprile 1996: da una parte la Lega, dall’altra il Popo per le libertà, formato da Forza Italia, Alleanza Nazionale, CCD e CDU. Il partito di Bossi diventò il primo partito nelle regioni del Nord con il 20,5% dei voti (vedi tab. 2). Anche i voti di Alleanza Nazionale aumentarono, mentre quelli di Forza Italia rimasero stabili. Ma fu la coalizione di centrosinistra (Ulivo), alleata con Rifondazione Comunista, a conquistare la maggioranza dei seggi in parlamento.

Il consolidamento di Forza Italia
Dopo la sconfitta elettorale del 1996 Forza Italia e il Polo delle libertà apparivano in gravi difficoltà. Le critiche alla leadership di Berlusconi si alternavano alle richieste di una ristrutturazione profonda della coalizione (Biorcio 1997b). Il Polo perdeva alcuni deputati in parlamento, che passarono a gruppi che appoggiavano i governi di centrosinistra
Dal 1997 Berlusconi si impegnò per modificare profondamente la strategia politica e la struttura politico-organizzativa di Forza Italia. Il movimento era stato costruito come tipica formazione carismatico-patrimoniale. L’appartenenza si fondava sull’adesione all’appello lanciato dal leader. L’organizzazione utilizzava largamente le molteplici risorse e professionalità del gruppo Fininvest. Berlusconi dirigeva la nuova formazione politica con stile manageriale-aziendale, facendo riferimento unicamente al rapporto diretto con gli “otto milioni di elettori” e limitandosi a rilevare le aspettative dell’opinione pubblica con sistematici sondaggi. Questa forma organizzativa fluida e incerta si rivelava un punto di debolezza per Forza Italia, e rendeva più difficile il confronto con formazioni politiche radicate sul territorio e sostenute dall’attività di militanti e quadri.

Il processo di trasformazione del movimento in partito ha compiuto un salto di qualità dopo il primo congresso (16-18 aprile 1998). Anche se progettata come “leggera”, la nuova organizzazione politica ha assunto alcune forme tradizionali: tesseramento individuale, articolazione organizzativa sul territorio, elettività (almeno come principio) delle cariche. Furono promosse campagne di tesseramento secondo la logica tipica dei partiti di massa. La risposte dei simpatizzanti e degli elettori alla trasformazione di Forza Italia in partito sono state molto positive. Le iscrizioni sono cresciute rapidamente, raddoppiando in pochi anni. I tesserati che erano 140.000 nel 1997, sono diventati 210.000 nel 1999 e hanno superato il livello di 350.000 nel 2001. Forza Italia è riuscita così a stabilizzare le relazioni con la propria area di simpatizzanti, recuperando anche notevoli risorse finanziarie dalle quote pagate per l’iscrizione.
Le nuove reti organizzative, sorrette da una massiccia copertura mediatica riescono a competere efficacemente con la anemica e sempre più disgregata organizzazione di base degli altri partiti. La trasformazione di Forza Italia in un partito organizzato sul territorio, con una vita interna regolata da procedure democratiche non ha intaccato in alcun modo il potere di Berlusconi. Agli occhi degli elettori azzurri e degli iscritti al partito si è anzi rafforzata l’identificazione con il leader.

In parallelo con il consolidamento organizzativo, Forza Italia ha cercato di assumere un nuova e più precisa collocazione politica. Particolare attenzione fu rivolta al problema della conquista del centro, obiettivo cruciale in ogni sistema politico bipolare. Questo obiettivo non poteva essere delegato al solo Ccd, che non appariva in grado di allargare in modo significativo i consensi del Polo in quest’area. La ricollocazione al centro poteva essere perseguita efficacemente solo se assunta in prima persona da Forza Italia e dal suo leader. L’idea che il partito avrebbe dovuta spostarsi più al centro incontrava d’altra parte favori crescenti nell’elettorato azzurro. Il progetto richiedeva una legittimazione internazionale, per superare i giochi, i trasformismi e i ricatti dei piccoli partiti eredi della Dc.
Silvio Berlusconi ha così intrapreso la sua lenta, accidentata ascesa nel Partito popolare europeo, sostenuto tenacemente da Kohl e Aznar contro non poche opposizioni. Dal luglio 1999, l’ingresso, a pieno titolo nel gruppo dei Popolari europei garantisce a Forza Italia l’appartenenza a una delle principali e più consolidate famiglie politiche, diventata il primo partito dell’Unione.
Le elezioni europee del 1999 consentivano una verifica dei rapporti di forza tra le diverse componenti del Polo. Forza Italia recuperava il ruolo di primo partito italiano con il 25,2% dei voti. Subiva un grave arretramento Alleanza Nazionale (10,3% dei voti), che aveva sottolineato il proprio orientamento a favore di un sistema bipolare alleandosi con il leader referendario Mario Segni.
La maggior frammentazione dell’elettorato e la crisi della coalizione dell’Ulivo rafforzava le speranze di nuove affermazioni elettorali del partito di Silvio Berlusconi. Un altro tassello decisivo per la strategia del Cavaliere, funzionale alla nuova collocazione politica di Forza Italia, era rappresentato da una nuova alleanza con la Lega. Questo obiettivo, già proposto al congresso del 1998, è stato perseguito tenacemente dal Berlusconi negli anni successivi, anche se i sostenitori di un possibile accordo fra il Polo e il la Lega diminuivano nettamente fra gli elettori azzurri.

La crisi della Lega Nord e la nuova alleanza Bossi-Berlusconi
Bossi è arrivato al nuovo patto con Berlusconi dopo molte esitazioni e incertezze. Per anni aveva resistito a tutte le lusinghe, ripetendo ossessivamente che una nuova alleanza con il Polo sarebbe stato “un suicidio”. Fino al manifestarsi dei segni di una crisi senza precedenti per la Lega.
La crisi leghista è iniziata con la divaricazioni dei fattori eterogenei su cui si era fondato il successo elettorale. Nel 1996 il Carroccio era stato il partito più votato nell’Italia settentrionale perché:
a) appariva la più autentica espressione di temi, problemi e ceti da cui era nata la questione settentrionale;
b) disponeva di una forte e riconoscibile identità, irriducibile e alternativa a quelle del “sistema dei partiti”;
c) poteva raccogliere i voti di chi rifiutava comunque una scelta fra destra e sinistra, e resisteva tenacemente alle lusinghe del bipolarismo (Biorcio 1997a).
La Lega non era però riuscita a tradurre sul piano politico e istituzionale il successo elettorale perché i suoi voti in parlamento risultavano inutili per l’Ulivo, e non sufficienti al Polo per conquistare la maggioranza.

Ma le difficoltà del Carroccio avevano radici anche più profonde, nell’incapacità di unire politicamente il Nord, superando le diversità regionali e le differenze nelle strutture sociali e produttive. Il radicamento nelle province della fascia “pedemontana” – con percentuali di voto superiori al 40% – non garantiva le condizioni per un ampliamento dell’egemonia politica (Diamanti 1996).
La scelta di Bossi fu quella di uscire dalle difficoltà con il tentativo di costruzione della “Nazione Padana”, con il ricorso a simboli, rituali e miti secondo il classico percorso di invenzione della tradizione (Hobsbawn e Ranger 1983). Il federalismo era abbandonato a vantaggio dell’indipendentismo. Tra il 1996 e il 1997 furono perciò investite grandi risorse sul progetto della Padania, con le marce sul Po, i rituali, le elezioni e i referendum dimostrativi autogestiti. L’obiettivo perseguito era quello di estendere la visibilità e l’influenza politica, ottenendo al tempo stesso un consolidamento di lungo termine dell’identità e dell’unità del movimento.
La Lega accentuava la propria diversità rispetto a tutte le altre forze politiche italiane opponendosi alle forme assunte dall’integrazione europea. Votando contro l’Euro al parlamento europeo, il Carroccio estendeva a Bruxelles “verticistica e lontana” la tradizionale lotta contro il centralismo romano. Questa battaglia andava contro corrente rispetto alle opinioni maggioritarie anche tra gli elettori leghisti.
La radicalizzazione della posizione indipendentista accentuava l’isolamento della Lega, riducendo il suo peso nella politica italiana. I risultati nelle elezioni amministrative erano stati quasi sempre deludenti dopo il 1996. Crescevano le tensioni fra le diverse componenti del movimento, in particolare fra il gruppo dirigente lombardo e una parte dei quadri veneti e piemontesi che, dopo la rottura con Bossi, fondarono nuovi movimenti autonomisti in concorrenza con la Lega.

Bossi cercava di riprendere l’iniziativa con progressive correzioni della linea politica, che non riuscirono ad evitare lacerazioni e scissioni. Il congresso di Milano (marzo 1998) lasciò cadere la secessione come prospettiva immediata e delineava un percorso graduale per realizzare gli obiettivi del movimento. La Lega assumeva come riferimento l’esperienza della Scozia, che aveva ottenuto un parlamento autonomo, e una serie di poteri delegati dal parlamento britannico (devolutin). Il successivo congresso straordinario di Brescia (ottobre 1998) lanciava la strategia della “la Lega di governo”: la disponibilità del partito ad appoggiare un futuro governo nazionale, per ottenere riconoscimento politico e avviare trasformazioni istituzionali per accrescere in qualche forma l’autonomia delle regioni dell’Italia settentrionale.
Via via che era accantonava la battaglia separatista, cresceva l’investimento sui temi cari alla destra populista europea, soprattutto sulla questione dell’immigrazione. La Lega accoglieva con soddisfazione i successi elettorali e l’ingresso nel governo austriaco del partito di Heider, presentato come un modello da imitare. I punti di contatto tra la Lega Nord e nazional-liberali austriaci sono molteplici: la lotta all’immigrazione, la polemica contro la tecnocrazia di Bruxelles, la diffidenza verso il libero mercato nelle sue forme più estreme, la lotta alla globalizzazione.
Con le elezioni europee del 1999 la crisi della Lega arrivò a un punto di svolta. Si dimezzavano i voti, ridotti al 4,5%. Cadeva l’attivismo dei militanti. Una nuova alleanza con Berlusconi rappresentava probabilmente l’unica carta disponibile per evitare la definitiva marginalizzazione politica al suo movimento. La svolta riportò infatti l’attenzione dei media e del mondo politico sulla Lega, in una fase di difficoltà e di declino del consenso.

La crisi politica della Lega Nord – nata dall’isolamento politico e dalle difficoltà di ottenere una realizzazione concreta, anche se parziale, dei propri obiettivi – e il tenace impegno di Berlusconi hanno creato le condizioni per una nuova alleanza, in occasione delle elezioni regionali del 2000. Il nuovo patto si è dimostrato sinora molto più solido di quella del 1994. La Lega ha ridimensionato il progetto indipendentista nella forma più trattabile e gestibile della devolution. In cambio ha ottenuto un progetto articolato e definito per l’avvio della trasformazione dello Stato in senso federalista.
I primi risultati della nuova alleanza sono stati incoraggianti: entrambi i partiti hanno avuto un incremento di voto nelle elezioni regionali del 2000. I presidenti delle regioni del Nord di Forza Italia sono diventati protagonisti della battaglia per la devolution, assumendo iniziative che sfidavano il governo nazionale. La Lega poteva così essere rassicurata sull’impegno per la prospettiva federalista di Forza Italia, ma perdeva il monopolio della mobilitazione su questo tema.

La vittoria della Casa delle Libertà e i nuovi rapporti di forza nella coalizione
La nuova alleanza di Berlusconi e Bossi ha garantito la netta vittoria elettorale della coalizione di centrodestra, anche se la percentuale di voti ottenuta dai candidati della Casa della Libertà nel maggioritario (45,4%) sono risultati minori di quelli ottenuti dei singoli partiti nel proporzionale (49,5%) e ancora minori di quelli ottenuti dal Polo e della Lega separate nel 1996 (51%). Il successo annunciato della Casa delle Libertà nelle regioni settentrionali, rivelato in anticipo dai sondaggi e garantito dagli accordi con la Lega, ha d’altra parte favorito anche quello dei candidati di centrodestra nelle regioni meridionali, creando aspettative di nuovi trasferimenti di risorse statali. Per questa ragione, il numero di seggi conquistati dalla Casa delle Libertà è stato molto superiore alle previsioni, soprattutto nelle regioni del Sud.
Nel voto proporzionale, i partiti di centrodestra hanno ottenuto meno voti rispetto al 1996, con una diminuzione della 52,2% al 49,5% dei voti nel 2001. Ma la novità più importante delle recenti elezioni è il cambiamento dei rapporti di forza tra i partiti della coalizione. Mentre Forza Italia si è molto rafforzata, gli altri partiti si sono indeboliti.
La Lega Nord ha conosciuto la crisi più grave. Ha infatti ottenuto solo l’ 8,1% dei voti nelle regioni settentrionali, e il 3,9% dei voti espressi a livello nazionale. Il partito di Bossi ha perso consensi tra gli elettori più radicali, che hanno votato per le piccole formazioni autonomiste o si sono astenuti. Altre aree elettorali che in passato avevano votato per il Carroccio sono state attratte da Berlusconi e dal suo partito.
Alleanza Nazionale ha subito una riduzione del consenso in tutte le regioni, con maggiori perdite proprio nelle sue tradizionali roccaforti elettorali rappresentate dalle regioni dell’Italia meridionale (vedi tab. 2). Anche la lista presentata unitariamente dal CCD e dal CDU ha visto quasi dimezzati i consensi rispetto al 1996.
Se Forza Italia nel 1994 raccoglieva nel 1994 circa la metà dei voti della coalizione, nelle recenti elezioni ha ottenuto quasi i due terzi dei voti delle formazioni di centrodestra. Le percentuali di voto per il partito di Berlusconi avevano già conosciuto un importante aumento negli anni precedenti, arrivando al 25,2% nelle elezioni europee del 1999, e al 25,4% nelle elezioni regionali del 2000. Nell’ultimo anno, le percentuali di voto per Forza Italia hanno conosciuto un’ulteriore crescita di quattro punti percentuali.

La spiegazione di questo processo di espansione elettorale richiede un riflessione su diversi piani. Il consenso elettorale di Forza Italia ha raggiunto infatti livelli paragonabili a quelli che in passato raccoglievano solo la DC e il PCI. Ma il partito di Berlusconi ha costruito la propria base elettorale seguendo un percorso molto diverso da quello dei tradizionali partiti di massa italiani. La prima ondata di adesioni era stata ottenuta con mezzi eccezionali e in una situazione irripetibile. L’elettorato che votava per Forza Italia nel 1994 presentava tratti eterogenei e una composizione sociale interclassista: le caratteristiche sociali, economiche e culturali che caratterizzavano l’elettorato azzurro non si differenziavano in modo significativo dal profilo medio degli elettori italiani. (Mannheimer 1994).
Nelle elezioni del 1996 la percentuale complessiva dei voti ottenuti restava stabile, ma la composizione sociale dell’elettorato di Forza Italia subì importanti trasformazioni. Il mutamento più vistoso fu la caduta di consenso tra gli operai. Il conflitto esploso alla fine del 1994 sul tema delle pensioni da una parte, e la successiva rottura con la Lega nelle regioni del Nord, avevano fatto nettamente diminuire i consensi del partito di Berlusconi nel mondo del lavoro. Nel 1996 i voto operaio nelle regioni del Nord si spostò soprattutto a favore della Lega. Crescevano invece i consensi per Forza Italia tra gli imprenditori, i lavoratori autonomi (commercianti e artigiani) e le casalinghe. Nel complesso, si può dire che tendevano a crescere i consensi nei settori sociali che già nel 1994 erano apparsi più sensibili all’appello di Berlusconi, mentre si manifestavano difficoltà diffuse in tutta l’area del lavoro dipendente.

Nei cinque anni successivi, Forza Italia è riuscita, anche approfittando degli errori e delle difficoltà degli avversari, a recuperare voti nelle aree sociali di debolezza e ad ottenere maggiori consensi nei punti di forza. Particolare importanza hanno assunto la ricostruzione delle alleanze con la Lega, una nuova attenzione per i problemi delle classi popolari e un rapporto più stretto, efficace e puntuale con gli imprenditori e le categorie del lavoro autonomo.
Gli effetti del lavoro politico e delle campagne comunicative del partito di Berlusconi si possono leggere chiaramente nei risultati elettorali delle elezioni nazionali del 2001. I consensi per Forza Italia sono cresciuti soprattutto tra gli imprenditori. Si è rafforzata la penetrazione elettorale di Forza Italia fra i commercianti e gli artigiani e tra le casalinghe.
Il mutamento più rilevante rispetto al 1996 appare però il recupero di consensi elettorali nell’ambito delle categorie operaie. Forza Italia non solo non appare più sottorappresentata ma, al momento del voto, raccoglie percentuali superiori alla media. Una quota significativa degli operai che hanno deciso la scelta di voto nell’ultimo mese ha finito per premiare il partito di Berlusconi. Questa tendenza si manifesta in tutte le aree territoriali, ma è particolarmente accentuata nelle regioni del centro e del sud. Tendenza analoghe si sono verificate anche tra i pensionati, soprattutto nel meridione.

La particolare espansione di consensi per Forza Italia nei settori popolari è d’altra parte messo in luce dall’analisi del rapporto fra voto e livello di istruzione. Il partito di Berlusconi raccoglie molti più consensi fra gli elettori privi di licenza media, mentre risulta sottorappresentato fra i laureati ed i diplomati .
Se la base elettorale di Forza Italia solo nel 1994 presentava un profilo sociale e culturale molto vicino a quello medio della popolazione italiana, negli anni ultimi anni l’elettorato azzurro si è trasformato assumendo un profilo sociale ben definito. Il partito di Berlusconi ha il suo punto di forza nella borghesia imprenditoriale e nella piccola borghesia autonoma e presenta invece una relativa debolezza nelle classi media impiegatizi e in generale tra gli elettori più istruiti. Si è mantenuta elevata la quota del consenso raccolto fra le casalinghe. Più complesso e alterno è stato invece il rapporto con il mondo del lavoro operaio. Per recuperare consensi in questo settore rispetto al 1996 Berlusconi si è impegnato per non ripetere e per sanare gli errori del passato. Hanno avuto questa finalità alcuni dei messaggi più ripetuti durante la campagna elettorale, formulati in termini concreti, facilmente comprensibili a livello popolare. La promesse di “aumento delle pensioni minime a un milione” segnalava la volontà di non indebolire, e anzi di rendere più efficaci, i livelli della protezione sociale. I progetti di un vasto piano per la costruzione di opere pubbliche rappresentava la garanzia di azioni immediatamente operative a favore l’occupazione. E non a caso, le prime iniziative del governo Berlusconi manifestano da un lato una perfetta sintonia con la Confindustria, dall’altra una grande cautela per evitare iniziative che possono innescare conflitti sociali con i sindacati dei lavoratori.

La marcia verso il centro di Forza Italia, e il suo ruolo nel Partito popolare europeo non si rispecchia d’altra parte nella trasformazione della autorappresentazione della collocazione politica dei suoi elettori. Nel 1994 l’appello di Berlusconi era stato raccolto in tutte le aree politiche, ma soprattutto nell’area di centro. Negli anni successivi erano però diminuite nettamente le quote di elettori di Forza Italia che si riconoscono in quest’area. Sono invece cresciute nettamente le dimensioni delle aree elettorali azzurre che si collocano nelle posizioni di centrodestra. Le elezioni del 2001 hanno messo in luce ulteriori cambiamenti. Mentre la penetrazione di Forza Italia non è molto aumentata fra gli elettori che si collocano nell’area di centrodestra, è invece nettamente aumentata in altre aree elettorali. Fra gli elettori che si definiscono di destra, l’avanzata del partito di Berlusconi è parallela alla riduzione dei consensi per Alleanza Nazionale. Nell’area elettorale di centro, e fra gli elettori che rifiutano (o non sanno) di collocarsi sulla dimensione sinistra/destra aumentano nettamente in voti per Forza Italia, mentre si riducono quelli per la Lega Nord.
Il partito di Berlusconi si è così rafforzato al tempo stesso sia nell’area elettorale più orientata a destra, che fra gli elettori più moderati e spoliticizzati.

Il ruolo e i nuovi contenuti della leadership di Berlusconi
Silvio Berlusconi ha avuto un ruolo decisivo nel determinare i risultati elettorali e la fisionomia politica del suo partito e della coalizione. Fin dal 1994 la sua leadership era stata caratterizzata da due componenti, parzialmente contrastanti ma ben espresse dal profilo personale, dalle attitudini politiche e dalla storia del sua leader. La prima cercava di dare risposta al bisogno di continuità nella gestione della cosa pubblica rispetto ai precedenti governi guidati dalla Democrazia Cristiana. La seconda accoglieva la crescente protesta contro la partitocrazia e la domanda di ricambio della classe politica. Berlusconi da un lato otteneva il consenso dei moderati presentandosi come erede privilegiato di una delle funzioni storiche della Dc – la barriera contro il comunismo; dall’altra si proponeva come alternativa rispetto alla logica del “teatrino della politica”, e a un ceto politico incapace di ascoltare e di parlare alla gente comune. La campagna elettorale del 1994 era stata perciò condotta intrecciando l’anticomunismo a un sorta di “populismo dall’alto”, ricco di rassicurazioni e promesse per tutti i ceti sociali. Le alleanze con la Lega e con Alleanza Nazionale sottolineavano la discontinuità politica rappresentata da Forza Italia rispetto ai partiti di governo del passato.

Il peso, il ruolo e il significato della leadership esercitata dal Berlusconi hanno conosciuto importanti trasformazioni negli ultimi sette anni. Fino al 1995, quasi metà degli elettori di Forza Italia esprimeva giudizi molto positivi, e manifestava forti legame emotivi con il leader. Dopo la sconfitta elettorale del 1996, la diffusione di questa posizione si riduceva fino a circa un terzo degli elettori azzurri, mentre gli elettori critici nei confronti del leader aumentavano.
Un’inversione di tendenza si è verificata dalla primavera del 1999. Le vittorie elettorali prima nelle elezioni europee, poi nelle elezioni regionali, rappresentò le “prove” che confermavano le qualità straordinarie del leader non solo nella “trincea del lavoro” ma anche sul terreno della politica. La valutazioni positive per Berlusconi sono progressivamente cresciuti nell’ultimo anno, fino alle recenti elezioni politiche. Ugualmente netta è stata la diminuzione dei critici.

I consensi per la leadership di Berlusconi negli ultimi anni non erano uniformi nell’ambito dell’elettorato azzurro, ma presentavano un profilo caratteristico. Le posizioni di forte identificazione con il leader era tanto più diffusa quanto più basso era il livello culturale dell’elettore. Tra gli elettori azzurri più istruiti prevalevano invece posizioni più moderate. Il sostegno alla leadership di Berlusconi cresceva poi in relazione allo spostamento a destra degli orientamenti personali degli elettori. I simpatizzanti del Cavaliere erano d’altra parte molto più numerosi nei settore degli imprenditori, dei lavoratori autonomi, dei pensionati e delle casalinghe. Esistevano poi alcune aree dell’elettorato azzurro ove erano relativamente più diffuse le posizione di critica per Silvio Berlusconi: i residenti nelle regioni meridionali, gli intervistati con posizione sociale medio-superiore, gli studenti.

Anche gli atteggiamenti degli elettori degli altri partiti di centrodestra rispetto al presidente di Forza Italia hanno registrato notevoli trasformazioni negli ultimi anni. Le posizioni di critica nei confronti di Berlusconi, condivise da circa un terzo degli elettori di Alleanza nazionale nel 1994, tendevano ad aumentare negli anni successivi. La diffusione di questa posizione erano però nettamente ridimensionata negli ultimi due anni. Anche tra gli elettori del CCD e del CDU si sono manifestate tendenze analoghe. Le posizioni critiche nei confronti del Cavaliere erano molto più diffuse nell’elettorato leghista, soprattutto dopo la rottura della prima alleanza fra Bossi e Berlusconi. Nell’ultimo anno si erano fortemente ridimensionate queste posizioni, ma si manteneva una non trascurabile area di incertezza nei confronti del presidente di Forza Italia.

La funzione della leadership di Berlusconi è stata accentuata nella recente campagna elettorale. La figura del presidente di Forza Italia, ha assunto un atteggiamento “onnivoro” rispetto alle componenti politiche della coalizione, e ai temi proposti tanto dagli alleati che dagli avversari. Il nome posto sullo stesso simbolo della Casa delle libertà, e la gestione della campagna elettorale hanno sottolineato ed ampliato il ruolo di Berlusconi. Lo schema comunicativo seguito era elementare, e continuamente ripetuto: l’immagine del leader era accostata via via a promesse su tutti i temi segnalati come rilevanti dai sondaggi di opinione, riproposti con frasi semplici, facili da ricordare e presto entrate nel discorso comune.
La campagna elettorale ha così sottolineto la nuova centralità del leader di Forza Italia e la sua capacità di dare risposte a domande presenti in tutti i settori dell’elettorato. L’articolazione delle tematiche assolveva d’altra parte diverse funzioni. Era possibile infatti rilevare come alcune tematiche fossero orientate a connotare specificamente Forza Italia (la riduzione delle tasse), altre permettevano di sottolineare le differenze fra Casa della libertà e Ulivo (le questioni dell’immigrazione e della lotta alla criminalità), altre ancora rappresentavano tentativi di assorbire alcuni temi sociali tradizionali delle forze di centrosinistra e di sinistra.

La vittoria elettorale 13 maggio ha convalidato e rafforzato nell’immaginario dei sostenitori l’ampliamento e le nuove qualità e funzioni attribuite alla leadership di Berlusconi. I segni di questa trasformazione si possono cogliere sia tra gli elettori azzurri che, in misura maggiore, tra quelli degli altri partiti della Casa delle libertà. Tra gli elettori di Forza Italia i giudizi molto positivi per il leader sono passati dal 44% al 59%. Tra gli elettori di Alleanza Nazionale dal 23% al 52%. Anche tra elettori leghisti, i giudizi molto positivi per Berlusconi sono passati dal 12% al 46%.
La crescita elettorale di Forza Italia nell’ambito della Casa delle libertà è stata rafforzata dalla crescita di influenza della leadership di Berlusconi anche sugli elettori che hanno votato per altri partiti di centrodestra. Rispetto al 1994, appare così enormemente accresciute il sovraccarico di funzioni, sia sul piano simbolico che su quello operativo, attribuite al nuovo presidente del Consiglio.

Conclusioni. Una nuova Democrazia Cristiana?
Negli ultimi dieci anni, tranne brevi periodi, le coalizioni politiche che hanno governato a Roma non avevano il sostegno della maggioranza dei cittadini delle regioni settentrionali. Si può dire che il Nord è stato all’opposizione per tutto il periodo dalla crisi della Prima Repubblica alla transizione ad un nuovo assetto politico. Con il secondo governo Berlusconi questa anomalia viene meno: la coalizione al governo ha avuto il consenso della maggioranza degli elettori delle regioni settentrionali. Per la prima volta sono entrati nel governo otto ministri provenienti dalla Lombardia. Questo evento sembra rappresentare anche sul piano simbolico la realizzazione del progetto di conquista del potere romano da parte delle nuove formazioni nate nella regione che è stata nell’epicentro della crisi politica della Prima Repubblica.

I successi di Forza Italia hanno d’altra parte fortemente indebolito la Lega al Nord e ridimensionato il peso di Alleanza Nazionale nelle regioni meridionali. L’avanzata elettorale del partito di Berlusconi sembra rivelare così l’esistenza di una dinamica politica uniforme in tutto il paese. La Lega è troppo debole e non può sperare di modificare radicalmente con la sua iniziativa il quadro politico come fece nel 1994. Ha però la necessità di impegnarsi per ottenere rapidamente risultati concreti, che siano gestibile anche sul piano simbolico. E d’altra parte, è interesse di Berlusconi mantenere compatta la coalizione, garantendo un certo spazio e un certo ruolo alla Lega. Per questa ragioni, ad esponenti leghisti sono stati affidati ministeri importanti come quello della Giustizia (a Castelli) e quelle del welfare (a Maroni). Lo stesso leader del movimento Umberto Bossi è entrato nel governo, con il compito di gestire le riforme istituzionali e soprattutto le misure per favorire la devolution.

Il ruolo politico e le posizioni di potere assunte da Berlusconi e dal suo partito a livello nazionale, regionale e periferico potrebbero segnare così la effettiva conclusione della fase complessa di transizione dalla Prima Repubblica iniziata nel 1992 con la crisi della Dc al Nord, la destituzione di una intera classe politica e la trasformazione delle forme della competizione elettorale. L’atteggiamento della CONFINDUSTRIA, dei principali gruppi industriali e finanziari italiani e quello dei media nei confronti del governo di centrodestra, di Forza Italia e della Casa della Libertà è molto cambiato rispetto al 1994. Il governo ha l’appoggio di quasi tutti i principali quotidiani – a cominciare dal Corriere della Sera. Può contare inoltre sul sostegno delle tre reti Mediaset personalmente possedute da Berlusconi (Canale 5, Itala 1 e Rete 4) e di quelle controllate dallo Stato (Rai1 Rai2 e Rai3).

Altri osservatori assimilano il partito di Berlusconi a una riedizione della Democrazia Cristiana, solo parzialmente riveduta e adattata al tempo presente. Questa ipotesi appare però difficilmente accettabile.
Molto diverso è innanzi tutto il rapporto di Forza Italia con il mondo cattolico, la sua cultura e i suoi valori, rispetto a quello che caratterizzava la Democrazia Cristiana. Il voto per il partito di Berlusconi fin dalle origini non appariva influenzato dalla posizione nei confronti della Chiesa e dal livello di pratica religiosa: gli orientamenti e le pratiche degli elettori azzurri erano del tutto simili a quelli del complesso dell’elettorato. Forza Italia oggi raccoglie quasi un terzo dei voti dei cattolici italiana. Ma risulta nettamente sovrarappresentato solo nell’area dei cattolici che partecipano alle funzioni religiose in modo saltuario e irregolare: un’area dell’elettorato che mantiene un legame con la Chiesa non molto impegnativo, fondato soprattutto sulle tradizioni e le usanze sociali.
Il profilo sociale e culturale dell’elettorato azzurro appare d’altra parte significativamente diverso da quello della Democrazia Cristiana. Questo partito aveva un base elettorale interclassista che presentava però una relativa sovrarappresentazione tra le classi medie: nei ceti impiegatizi, tra i commerciati e gli artigiani e soprattutto fra i contadini (Mannheimer e Sani, 1987). Il partito era nettamente sottorappresentato da una parte fra gli imprenditori, dall’altra fra gli operai. Forza Italia ha invece in queste categorie un quota molto maggiore di consensi e appare molto più debole, come abbiamo visto, nell’ambito delle nuovi classi medie (impiegati, quadri, liberi professionisti).
Sono perciò molto diversi i punti di riferimento sociale secondo cui il partito di Berlusconi può operare per governare e cercare di integrare la società italiana. Le politiche promosse da Forza Italia dovranno salvaguardare soprattutto il rapporto privilegiato con le categorie imprenditoriali, fondato su una sorta di affinità elettiva percepita ed esplicitata. Queste politiche dovranno coesistere con misure e interventi a favore dei ceti popolari, per segnalare – almeno sul piano simbolico – l’attenzione del governo di centrodestra per i ceti più deboli, soprattutto nelle regioni meridionali. Un modello d’azione che si presenta come una mistura di neoliberismo e di populismo.


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