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Rassegna stampa a cura di Francesco Ferrari

APPROFONDIMENTI (3). POPULISMO, OVVERO "LA DESTRA OGGI IN ITALIA E IN EUROPA".


3. Il declino dell’uomo pubblico

Intervento di Franco Rositi

Il titolo di questo ciclo di incontri – La destra oggi. In Italia e in Europa – ci obbliga a qualche precisazione sul concetto di destra. Ben distinguibili in Italia destra e sinistra, ma ovviamente non sulla base di due diverse ideologie.

All’interno dei due contenitori ci sono molte ideologie (a sinistra: riformismo, terza via, marxismo, socialismo cristiano, radicalismo liberale; a destra: liberismo, interclassismo cattolico, populismo, movimentiamo etnico, socialfascismo). Ma non solo sono molte, sono anche poco robuste, poco esplicite, poco radicate in gruppi organizzati. Un bel lavoro recente di Luca Ricolfi (Dilemmi etici) ci invita a vedere i due campi come campi di tensione fra diverse forze ideali. I tentativi di individuare una “cultura della destra” (come in Francia, negli anni Settanta, i lavori del gruppo GRECE Groupment recherche études civilisation européenne e il volume di Alain Benoist, Vu de droite e in Italia la ricerca di Franco Ferraresi e il più recente manifesto comunitario di Marcello Veneziani) avrebbero oggi difficoltà a essere riconosciuti come prefiguratori di qualche main stream ideologico effettuale.

Non è una complessità politica solo italiana. Varie tradizioni teoriche attraversano la destra e la sinistra in Germani, in Inghilterra, in Spagna, in Francia. Ma la complessità italiana ha questo di peculiare, di non possedere leadership ideologiche. Berlusconi non è una leadership ideologica, soltanto un partito-azienda che è riuscito a ottenere ubbidienza politica mediante una forma di potere che Max Weber avrebbe potuto chiamare, forse, “patrimoniale”. In Inghilterra Blair, in Spagna Aznar, in Germania Schroder, sono leader di partiti ideologicamente compositi, ma lo sono sulla base di una loro specifica proposta ideologica, maggioritaria nei loro rispettivi partiti. In Francia, per quanto riguarda la destra, lo si è visto in questi giorni: la destra cosiddetta tradizionale, per quanto Chirac sia personalmente portatore di uno sfumato programma di liberismo nazionalistico, ha dovuto ben distinguersi dalla destra estremista di Le Pen: le forze che ruotano intorno a Chirac non avrebbero mai neppure saputo immaginare uno “sdoganamento” di Le Pen analogo al capolavoro che Berlusconi compi in Italia con Fini nelle elezioni per il sindaco di Roma.

Dunque la complessità politica italiana è non solo nella molteplicità di correnti ideologiche che circolano in ciascuno dei due campi, ma anche nella singolare reticenza ideologica delle loro leadership, nel senso che si tratta di leadership che non si impegnano, e forse non possono impegnarsi, nel disegno di un ben organizzato programma politico. Berlusconi, come è noto, è perfino convinto, almeno quando parla con Blair, di inglobare, accanto al suo liberismo anti-statuale e antiregole, non solo lo statalismo autoritario di Alleanza Nazionale, non solo il populismo regionalistico e lo strapese di Bossi, non solo la più pensosa tradizione democratico-cristiana, ma perfino fondamentali elementi di socialismo!

Ciò non impedisce agli osservatori di cercare, in questo confuso ammasso italiano, in questo opus incertum, un qualche amalgama comune, una sorta di cemento. Si cercano in questo modo non vere e proprie ideologie, ma alcuni atteggiamenti di fondo, molto generici, ma anche molto forti dal p unto di vista motivazionale. Personalmente sono molto convinto della formula “liberismo populistico” che qualcuno ha visto come dominante nel Polo della destra italiana. L’unico difetto di questa formula è che essa sembra simulare un pensiero politico, mentre in realtà ciò che lega le varie componenti del Polo della destra italiana è, a mio parere, appunto un insieme di atteggiamenti, una sorta di ispirazione culturale ultima, una sorta di teorema filosofico di infimo rango e di ingenua fattura.

La tesi che propongo è che tale centro ispiratore derivi, certo con qualche complessificazione, ma nella sostanza con buona riconoscibilità, da quanto è avvenuto e sta avvenendo, in Italia in particolare, nella cultura televisiva. Come molti già hanno detto, lo strapotere mediatico di Berlusconi non riguarda soltanto la rappresentazione televisiva che egli è in grado di orchestrare a riguardo della scena politica, ma l’insieme di valori, di modelli di comportamento, di regole della vita pubblica e privata che egli è in grado di diffondere nella società italiana.

Ma occorrono precisazioni. Ciò che è stato decisivo per Forza Italia è stata appunto la possibilità di far convergere rappresentazioni televisive direttamente politiche e più generali rappresentazioni della vita sociale. Entrate in concorrenza con la TV pubblica, le sue televisioni hanno spinto, almeno parzialmente, la TV pubblica ad assimilare qualcosa del suo modello televisivo. D’altra parte i suoi stessi alleati non hanno contato nulla nella sua rappresentazione televisiva. Se non fosse stato per la RAI, Fini, Casini, Bossi non sarebbero quasi apparsi nel mondo televisivo italiano. Anni di rilevazione testimoniano che i partiti alleati detengono nelle tre reti berlusconiane uno spazio televisivo minimo (in certi momenti i TG berlusconiani hanno concesso più spazio a Bertinotti che agli alleati).

Ma c’è qualcosa come un tratto culturale dominante nella televisione italiana attuale? La mia risposta è abbastanza netta: il tratto culturale dominante delle televisioni berlusconiane – e in misura rilevante anche della concorrenza pubblica, è nella estrema privatizzazione delle rappresentazioni sociali. La società come risultante di una somma di vite private. Per ottenere in modo realistico questo tipo di rappresentazioni, la vita privata ha dovuto essere spogliata di ogni carattere di straordinarietà, di eccezionalità, di eroismo. È almeno da una quindicina di anni che le maggiori vedette televisive non hanno alcun carattere carismatico, ma rappresentano una media mediocrità. Il culmine di tutto questo è nel Grande Fratello.

Esistono molti livelli della vita privata. Sfera dell’intimità, sfera degli interessi, sfera di ciò che è da nascondere, sfera di particolari libertà. Nella tradizione del capitalismo occidentale la sfera privata ha sempre goduto di particolare enfasi, ma in questa stessa tradizione sono state elevate forti distinzioni: la vita privata è stata distinta sia dalla sfera politico-amministrativa (quella in cui si decidono questioni di rilevanza pubblica), sia dalla sfera dell’opinione pubblica (quella in cui si discutono questioni di rilevanza pubblica). L’operazione televisiva berlusconiana è stata sostanzialmente quella di impoverire le articolazioni della vita privata (intimità, interessi, libertà, occultamento) nello stesso tempo in cui ne ha ingigantito lo spazio a spese della sfera politico-amministrativa e a spese della sfera dell’opinione pubblica.

Del tutto coerente con questo clima è stata la rappresentazione che di sé stesso ha dato Berlusconi. Non c’è nulla di carismatico o di eccezionale nella sua figura. La sua ultima campagna elettorale ha perfino rinunciato a proporre come modello l’eccezionalità agonistica dei suoi giocatori di calcio. Egli si presenta come un uomo comune dotto di qualche particolare abilità. Giura sui suoi figli, racconta barzellette, assimila economia privata e economia pubblica, è un operaio, un sarto, un cantante,un padre, un amico (ricordare il suo rapporto con Craxi), è scherzoso, ha un vocabolario comune.

Sennet e il declino dell’uomo pubblico.

Non che cose del genere spieghino tutto il successo politico di Berlusconi, ma spiegano come abbia potuto far breccia in zone della società a bassa istruzione, dove un messaggio di assolutizzazione della vita privata e della sua mediocrità può risultare perfino liberatorio rispetto a sentimenti di inferiorità o di marginalità.


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