Il Tribuno
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"Il nostro Presidente non vuole dei leccapiedi. Ciò che vogliamo sono uomini indipendenti e integri che, una volta che avremo preso le nostre decisioni, concorderanno con ognuna di esse". Joseph Heller, "Gold" (1979)
   
News by Dire
Rassegna stampa a cura di Francesco Ferrari

SCILIPIETRO: IL NUOVO CHE E' AVANZATO... E SCADUTO.




Il nuovo che è avanzato
di Francesco Cundari


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Prima delle alleanze

03 luglio 2012














Dopo avere dichiarato a mezzo stampa che nessuna alleanza era possibile con Casini, «carnefice del centrosinistra», Di Pietro ha invitato ieri Bersani a discutere di programmi, per evitare esclusioni pregiudiziali a mezzo stampa.
In attesa che tra i principi fondamentali della nuova coalizione di centrosinistra sia dato il posto che merita al principio di non-contraddizione, è inutile illudersi che la polemica contro eventuali esclusioni pregiudiziali nei propri confronti, da parte dell’Italia dei valori, comporti l’abbandono delle sue pregiudiziali nei confronti degli altri.
D’altra parte, lo stesso Antonio Di Pietro che esorta il Pd a confrontarsi con lui sul programma, fino a ieri diceva di volersi alleare con Beppe Grillo, uno che nel suo programma propone di risolvere il problema del debito pubblico semplicemente non ripagandolo e di affrontare la crisi dell’eurozona tornando alla lira. Per non parlare della sua posizione sull’evasione fiscale, assai comprensiva verso gli evasori, o sulla cittadinanza ai figli degli immigrati, fermamente contraria. Posizioni che potrebbero giustificare semmai un’alleanza con la Lega, non certo con il centrosinistra. Eppure, all’indomani delle elezioni amministrative, a chi gli domandava se volesse allearsi con Grillo, Di Pietro rispondeva: «È come se mi chiedessero se voglio sposare Claudia Schiffer. Chi non vorrebbe? Ma bisogna sentire la controparte».
C’è da augurarsi che si sentano presto, e decidano una buona volta se sono fatti l’uno per l’altro. Nel frattempo, il Partito democratico e tutte le forze responsabili di centrosinistra hanno altro a cui pensare: dalla tutela di quelle centinaia di migliaia di lavoratori che la riforma Fornero ha lasciato inopinatamente senza lavoro e senza pensione al merito della cosiddetta «spending review». Ma soprattutto hanno da pensare all’esito ultimo della partita cominciata al vertice di Bruxelles sulle misure da adottare per evitare non solo la crisi dell’euro, ma anche, tra le altre cosucce, la bancarotta del nostro Paese.
Immaginare che il Pd possa disinteressarsi di tutto questo per chiudersi in una stanza a discettare di programmi e riforme future con chi dichiara di non condividere nessuna delle sue scelte di oggi è semplicemente fuori dalla realtà. Il problema non è con chi il Pd vuole o non vuole allearsi alle prossime elezioni, per la semplice ragione che il Pd, in questi giorni drammatici e decisivi per l’Italia e per l’Europa, non si trova relegato all’opposizione, impossibilitato a esercitare alcuna influenza sull’azione del governo. E pertanto non può limitarsi a raccontare agli elettori che cosa vorrebbe fare domani, se ne ottenesse il voto. Il Pd, come parte di questa difficile maggioranza, deve assumersi oggi, su ciascuna delle questioni sul tappeto, la responsabilità di un compromesso o di una rottura.
La stessa discussione sul dopo-Monti e sull’eredità del suo governo, da questo punto di vista, è astratta, incomprensibile e preconcetta. Tanto i suoi sostenitori più entusiasti quanto i suoi critici più accaniti dovrebbero riconoscere che il giudizio sull’operato dell’esecutivo non può prescindere dall’esito delle difficili partite in corso, a cominciare dalla delicatissima vicenda degli esodati.
Questo è il motivo, etico prima ancora che politico, per cui chi oggi ha la responsabilità di tenere in piedi questo governo non può limitarsi a dire cosa vorrebbe fare domani. Non può dire ai lavoratori in ansia per la pensione, o ai risparmiatori angosciati dalla tempesta sui mercati, che di questi problemi si occuperà dopo. Deve dire ogni giorno cosa intende fare, e comportarsi di conseguenza in Parlamento, approvando o bocciando i provvedimenti del governo, e in ultima istanza confermando o ritirando la fiducia all’esecutivo. Una responsabilità cui non può più sottrarsi nessuna delle forze che vogliano far parte della futura alleanza di governo, siano oggi o meno presenti in Parlamento.



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