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News by Dire
Rassegna stampa a cura di Francesco Ferrari

"DI PIETRO, LA CARICATURA DELLA GIUSTIZIA"

 

Abbassare i toni. Ma non solo quelli degli altri.

di Alessandro Campi

Il “Diario di una clima cattivo” steso di getto da Giampaolo Pansa, nel suo ultimo Bestiario, parla chiaro e non lascia presagire nulla di buono per l’Italia...

 

Il “Diario di una clima cattivo” steso di getto da Giampaolo Pansa, nel suo ultimo Bestiario, parla chiaro e non lascia presagire nulla di buono per l’Italia. La differenza tra un cronista di razza e un compilatore di lanci d’agenzia è che il primo, oltre ad averne viste e sentite tante, oltre ad avere buona memoria, ha la capacità di mettere insieme i fatti nel giusto ordine logico per poi trarne le conseguenze del caso.
L' esperienza, la machiavelliana “lezione delle cose passate”, è ciò che sorregge la capacità d’analisi e lo spirito di preveggenza. Attenti, dice dunque Pansa ormai da mesi, perché da un momento all’altro potremmo ritrovarci a dover piangere qualche morto ammazzato, visto l’odio che ribolle nel sottosuolo nazionale. E quando ciò capiterà, sarà troppo tardi per fermarsi o riavvolgere il nastro.
Intendiamoci, gli anni Settanta non torneranno, nemmeno come farsa. Non foss’altro perché la congiuntura storica attuale è abissalmente diversa da quella che produsse gli “anni di piombo”. Nessuna teorizza più dalla cattedra il valore catartico della violenza rivoluzionaria, tra gli applausi incoscienti della borghesia benpensante. Nessuno vagheggia più colpi di Stato o svolte autoritarie a difesa dei valori dell’Occidente e all’ombra del realismo cinico della superpotenza americana. Le utopie sociali, millenaristiche o regressive, che un tempo scatenavano passioni collettive morbose nel frattempo hanno lasciato il posto all’apatia di massa, al disincanto e al riflusso individualistico. E dunque i paragoni alla moda con quella stagione non hanno ragione d’esistere: sono una suggestione letteraria o un pigro espediente intellettuale. Ma la violenza è intrinseca alla lotta politica (anche se dirlo fa perdere di pubblica rispettabilità) e, quel che è peggio, è intrinseca alla storia d’Italia, antica recente e contemporanea. Cambiano le ideologie e le motivazioni, cambiano gli attori e gli intrecci istituzionali, cambiamo gli umori collettivi, non cambia invece la natura umana: soprattutto resta costante la tentazione di ricorrere alla forza e alla sopraffazione per avere ragione dell’avversario e per imporre il proprio credo. Una tentazione tanto più forte nei momenti di confusione politica, quando nessuno controlla più il linguaggio, non c’è più un sistema di regole condiviso o rispettato e manca una guida salda della società.
La preoccupazione manifestata da Pansa deve essere seria e condivisa se in molti, in questi giorni, hanno sostenuto che per scongiurare il pericolo di un ritorno all’antico, di uno scoppio incontrollato di violenza politica della quale già si hanno molte avvisaglie, bisogna assolutamente “abbassare i toni”. Proposito lodevole e saggio, indice di responsabilità e saggezza, se non fosse che l’invito viene rivolto sempre agli altri e mai a sé stessi.
Berlusconi accusa la magistratura di essere eversiva e nemica della democrazia, ma dimentica le rodomontate del suo alleato Bossi, che da anni minaccia di armare i padani e di farli marciare su Roma; e soprattutto dimentica il se stesso di questi quindici anni, durante i quali, per essere il leader del “partito dell’amore”, ha sparso insulti e improperi d’ogni tipo contro tutti i suoi avversari, interni ed esterni. Di Pietro accusa il Cavaliere di essere un criminale, un mafioso e un massone golpista senza che i suoi alleati del Partito democratico battano ciglio o gli chiedano di darsi una bella calmata: essendo un ex magistrato è convinto di incarnare la giustizia terrena assoluta, nemmeno lo sfiora l’idea di esserne la caricatura. Feltri, Sallusti e Belpietro se la prendono con lo spirito d’intolleranza dei “comunisti”, inguaribili nel perseguitare il nemico con ogni mezzo, senza nemmeno che gli scappi da ridere o che siano rosi da un dubbio, se solo pensassero per un momento al tono aggressivo, voglioso di sangue e vendetta, al quale hanno abituato i loro lettori.
Insomma, pericolosi e minacciosi, eccessivi ed esagerati, sono sempre gli altri. Nessuno che, per dare segno di autentico equilibrio, faccia autocritica o ammetta d’aver sbagliato. Si invoca ipocritamente l’incivilimento dello scontro, si dice di temere uno scivolamento verso la barbarie, in realtà si rafforza lo schema partigiano, nella sua forma più primitiva, gettando sempre la colpa sul contendente.
Abbassare i toni significa essenzialmente controllare il linguaggio prima ancora che i comportamenti, dal momento che la politica è per definizione il regno della parola e dal momento che la violenza verbale storicamente ha sempre preceduto, innescandola sino a renderla inevitabile, quella fisica. Scegliere le parole, modulare il tono e gli accenti dei discorsi che si rivolgono al pubblico, fa parte dell’arte del politico. E se è vero che la politica è, per definizione, lotta e contrapposizione, addirittura un simulacro della guerra, è anche vero che il tratto distintivo della democrazia, il suo più alto titolo di legittimità storica, consiste nella sublimazione della violenza - che è altra cosa dalla sua eliminazione alla radice - all’interno di un sistema di regole e di un codice culturale che prevede come fisiologica la sconfitta numeri alla mano dell’avversario, non la sua soppressione, la sua messa alla berlina o al bando.
Ricordare queste cose in questo particolare clima rischia di risultare patetico. Ma è sempre meglio apparire banali sul filo del buon senso che partecipare all’attuale sabba politico, fingendo peraltro di criticarlo o di indignarsi per esso. Se c’è chi insulta e le spara grosse, convinto che per vincere una battaglia politica si debba indossare l’elmetto e agitare il pugnale, nulla obbliga a utilizzare gli stessi mezzi. Anzi, è proprio nei momenti convulsi e critici che la moderazione e la prudenza, tutt’altro che fattori di debolezza, diventano il discrimine tra il cattivo politico, che si fa guidare dalle cattive passioni e dall’istinto, e il politico responsabile, che si affida alla ragione e al senso critico. 

http://www.ilriformista.it/stories/Prima%20pagina/272322/

 

 



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