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News by Dire
Rassegna stampa a cura di Francesco Ferrari

TONINO, L'AMMAZZA REFERENDUM.

venerdì, 4 marzo 2011 ore 14:15

PRIMA PAGINA

Così il governo e Di Pietro
uccidono il quesito sull’acqua

di Peppino Caldarola

Ci sono diversi modi per uccidere i referendum. Uno è quello di collocarli in una data infelice in modo da favorire l’astensione. Rifiutando l’election day, il governo non solo ha aggravato i costi, ma cerca di spingere gli elettori ad andare al mare invece di recarsi alle urne.

Nella foto: Antonio Di Pietro IDV

Ci sono diversi modi per uccidere i referendum. Uno è quello di collocarli in una data infelice in modo da favorire l’astensione. Rifiutando l’election day, il governo non solo ha aggravato i costi, ma cerca di spingere gli elettori ad andare al mare invece di recarsi alle urne.
L'altro modo è quello di affastellare quesiti diversi impedendo di distinguere fra scelte fondamentali e altre non rilevanti ovvero superflue. Antonio Di Pietro è responsabile di quest’ultima scelta. Gli elettori, infatti, saranno posti di fronte a domande attorno alla legge sul legittimo impedimento, alla privatizzazione dell’acqua e a un nuovo pronunciamento sul nucleare. Il referendum sul legittimo impedimento, come ha fatto notare giorni fa Stefano Cappellini, è quello che solleva più dubbi soprattutto dopo la recente sentenza della Corte costituzionale che ne ha abrogato la parte più insopportabile. Da quella data, come si è visto, i processi hanno ripreso il loro corso e il premier non può più farsi scudo di una normativa costruita attorno alla sua persona. Soprattutto la Corte ha impedito che l’impedimento fosse auto-certificato, uno straordinario espediente per sancire un potere di veto del potere politico sull’operato della magistratura. È tutto andato per aria. Di Pietro tuttavia non si è accontentato e ritiene che questa consultazione mantenga lo stesso valore di prima, anzi la vuole trasformare in un plebiscito pro o contro Berlusconi. Sono evidenti i rischi di questa impostazione che se da un lato spingerà molti elettori di destra a disertare l’appuntamento dall’altro favorisce il tipo di scontro sulla propria persona che il premier preferisce. L’ipotesi che non vada a votare un gran numero di cittadini espone i referendum all’invalidità. Tutto può rimanere come prima. Se questa conseguenza è irrilevante per il legittimo impedimento, è invece gravissima per gli altri due quesiti. In particolare per uno.
Il referendum che vuole tutelare il carattere pubblico dell’acqua ha un valore storico. Questo referendum si oppone al decreto Ronchi che nell’agosto del 2009 aprì la strada alla privatizzazione dell’acqua. Associazioni ambientaliste e cittadini si ribellarono a questa decisione come dimostrò la raccolta delle firme per l’abrogazione: un milione e quattrocentomila. Siamo di fronte a un tema trasversale molto sentito che ha implicazioni plurime. È un tema di valore mondiale perché la questione dell’acqua è al centro di grandi battaglie non solo in Occidente ma anche, e soprattutto, nei paesi che cercano si sfuggire al sottosviluppo. Nel nostro paese il tema dell’acqua e dell’irrigazione sono stati al centro di straordinarie battaglie di popolo, in particolare nel Mezzogiorno e la creazione di grandi acquedotti, la messa a disposizione di risorse idriche per le campagne, la rete pubblica urbana hanno sancito il passaggio dall’arretratezza alla modernità anche se tuttora in molte aree del Sud sono sitibonde. C’è poi una questione di carattere politico-culturale di straordinaria attualità. Siamo di fronte a un tema che incrocia l’efficienza del sistema con la tutela di un diritto universale. Cioè alla domanda se il costo di un bene debba essere misurato in termini aziendali e non in rapporto alla soddisfazione di bisogni. In una parola: la questione dello Stato. Fin dove deve spingersi la febbre delle privatizzazioni? È accettabile che beni pubblici primari vengano alienati e sottoposti al controllo privato? Stiamo per fortuna uscendo da quelle stagione di ubriacatura neo-liberista in cui si considerava lo Stato un problema, la società inesistente, il privato e il mercato risolutivi. Si sta facendo avanti, anche sulla base dei prezzi pagati alla crisi finanziaria mondiale, l’idea che bisogna rimettere al centro uno “scopo comune”, come scrive nel suo bellissimo “Guasto è il mondo” (Laterza) lo scomparso Tony Judt. Vi sono spazi e funzioni che non possono appartenere alla logica del mercato e sono in pochi, ormai, a considerarlo in grado di risolvere tutti i mali della società. Il ’900 ha bruciato l’idolatria dello Stato ma sul finire ha scoperto quanto fosse fallace l’idea del mercato infallibile. Oggi, scrive Judt, lo scontro non è fra Stato e mercato, ma fra diverse concezioni dello Stato. Qui intervengono le materie riguardanti i beni pubblici.
Vi sono spazi e funzioni che reclamano una gestione pubblica se non vogliamo dar vita a società frantumate in cui i cittadini siano spogliati dai loro diritti. In tutto il mondo questa riflessione sta facendo grandi passi in avanti non solo per merito di pensatori critici ma anche di intellettuali liberali che temono l’ingovernabilità del mondo oltre che di statisti, da Obama a Sarkozy, costretti a immaginare un nuovo ruolo dello Stato per fronteggiare le catastrofi dell’economia globalizzata. Il concetto di bene pubblico non è più l’ultima trincea di una sinistra fuori moda ma il punto di partenza per chi immagina un futuro in cui siamo responsabili verso noi stessi come individui associati, verso i nostri vicini, verso le generazioni future. Del resto sono tanti e tali le prove di inefficienza del sistema privato che pensare di affidargli qualcosa che appartiene in modo così evidente alla comunità appare scandaloso. Con quali criteri si potrà gestire privatisticamente l’acqua? Può essere il profitto di un’azienda a decidere le sorti di un bene collettivo, la sua distribuzione, il suo costo?
Il referendum sull’acqua è quindi uno di quegli appuntamenti che possono far fare un salto di civiltà e di cultura al nostro paese. Se solo pensiamo come l’Italia stia andando in controtendenza favorendo la disgregazione dello Stato unitario mentre altrove si rafforza, esaltando gli spirito animali del mercato mentre dappertutto si inventano politiche pubbliche, bollando come moralistiche tutte le tematiche etico-civili, costruendo una relazione Stato-Chiesa pre-conciliare, si può capire come la battaglia sull’acqua pubblica potrebbe avere il valore di una sveglia perchè aiuta «a non pensare in modo economicistico», a guardare a quella rete di rapporti che tiene assieme una comunità. Purtroppo Maroni e Di Pietro, con diverso grado di responsabilità, congiurano assieme per spingere i cittadini a occuparsi d’altro.

giovedì, 3 marzo 2011

 


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